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Mi piace guardare questo pavimento e pensare a quelle otto mattonelle. Quale schema poteva essere completato solo disponendo le otto mattonelle in quel modo? Finora sono riuscito a immaginare tre schemi possibili. Una volta cercai di parlarne con Tom, ma lui non è in grado di vedere gli schemi nella sua mente come succede a me. Io allora feci un disegno su un foglio di carta, però ben presto mi accorsi che lui si annoiava. Non è educato annoiare la gente, così non gliene ho parlato più.

Io comunque trovo il pavimento dell’atrio di un interesse inesauribile.

Sento la centrifuga di una delle lavatrici cambiar rumore e torno in lavanderia. So che per arrivare alla lavatrice mi ci vuole esattamente il tempo che impiega la centrifuga a fermarsi. È come un gioco fare l’ultimo passo mentre la centrifuga compie l’ultimo giro. L’asciugatrice di sinistra sta ancora brontolando. Io prendo i miei panni bagnati e li metto nell’asciugatrice di destra. L’ho appena caricata e controllato che nella lavatrice non sia rimasto niente quando anche la seconda lavatrice finisce il suo ciclo.

Tolgo la mia roba anche da questa macchina e in fondo trovo la mia moneta tutta lucida e pulita. La intasco, metto i panni nell’asciugatrice, inserisco le monete e accendo.

La signorina Kimberly ritorna proprio nel momento in cui l’asciugatrice con la sua roba si arresta. Mi sorride. Porta un piatto con sopra alcuni biscotti. — Grazie, Lou — dice, e mi porge il piatto. — Prendine qualcuno. So che ai ragazzi… volevo dire ai giovanotti come te… piacciono i biscotti.

Ne porta quasi tutte le settimane. A volte alcuni tipi di biscotti che lei fa non mi piacciono molto, ma non glielo dico. Questa sera sono biscottini al limone, che mi piacciono moltissimo: ne prendo tre. La signorina mette il piatto sul tavolo pieghevole e tira fuori il suo bucato dall’asciugatrice mettendolo direttamente nel cestino: non ripiega i panni quaggiù. — Quando avrai fatto riportami il piatto, Lou — chiede. Aveva detto la stessa cosa la settimana scorsa.

— Grazie, signorina Kimberley — dico.

— Di nulla, di nulla — risponde lei, come sempre. Finisco i biscotti, lascio cadere le briciole nel cestino della spazzatura e ripiego i miei panni prima di salire in casa. Lascio il piatto alla signorina Kimberley e vado nel mio appartamento.

Il sabato mattina io vado al Centro. Uno dei consulenti è a nostra disposizione dalle 8.30 alle 12.00, e una volta al mese c’è un programma speciale. Oggi non c’è programma, ma quando arrivo vedo Maxine, una consulente, andare verso il suo studio. Bailey non mi ha detto se è a lei che hanno parlato la settimana scorsa. Penso se sia il caso di parlarle, ma qualcuno entra da lei prima che io abbia potuto prendere una decisione.

I consulenti sanno come trovarci assistenza legale o un appartamento, ma non so se saranno capaci di capire il problema che dobbiamo affrontare adesso. Loro c’incoraggiano sempre a fare tutto il possibile per diventare più normali. Ora, credo, diranno che dovremmo desiderare questo nuovo trattamento anche se è troppo pericoloso da tentare mentre si trova ancora alla fase sperimentale. Una volta o l’altra io dovrò parlare con qualcuno qui, ma sono contento che un altro mi abbia preceduto. Non devo farlo per forza adesso.

Sto guardando il cartellone degli annunci con le notizie delle riunioni dei vari gruppi che si radunano al Centro quando Emmy mi si avvicina. — Bene, come va la tua ragazza?

— Io non ho una ragazza — rispondo.

— Io l’ho vista — insiste lei. — Lo sai che l’ho vista. Non dire bugie.

— Tu hai visto una mia amica — dico. — Non la mia ragazza. Un’amica può diventare la propria ragazza quando acconsente a esserlo, ma lei non ha acconsentito. — Non sono proprio onesto e questo non è bello, però io continuo a non voler parlare con Emmy di Marjory.

— Tu gliel’hai domandato? — continua lei.

— Non desidero parlare di lei con te — dico, e mi volto per andarmene.

— Perché sai che ho ragione — dice Emmy e mi gira intorno, piantandosi di nuovo di fronte a me. — Lei è una di quelle persone che si definiscono normali e ci usano come cavie. Tu stai sempre appiccicato a loro, Lou, e questo non è bene.

— Non so cosa tu voglia intendere — dico. Io vedo Marjory solo una volta alla settimana, perciò come si può dire che sto "appiccicato" a lei? Se venissi al Centro tutte le settimane e ci trovassi Emmy, questo significherebbe che sto appiccicato a lei? L’idea mi disgusta.

— Sono mesi che non partecipi a nessuno degli eventi speciali — insiste lei. — Il tuo tempo lo passi con i tuoi amici normali. - Pronuncia "normali" come una parolaccia.

Non ho partecipato a nessuno degli eventi speciali da mesi perché non m’interessano. Una conferenza su come educare i figli? Ma io non ho figli. Un ballo? La musica che vi suonerebbero non è quella che piace a me. La presentazione di un corso per ceramisti? Io non voglio confezionare oggetti di creta. Adesso che ci penso, mi rendo conto che ormai il Centro offre davvero pochissime cose che m’interessino. Fa comodo per incontrare altri autistici, ma non tutti sono come me, e trovo più persone che condividano i miei interessi : Internet o in ufficio. Cameron, Bailey, Eric, Linda… tutti andiamo al Centro per incontrarci prima di andare da qualche parte, ma è solo un’abitudine. Non abbiamo davvero bisogno del Centro tranne di tanto in tanto per parlare con i consulenti.

— Se vai in cerca di ragazze, dovresti cominciare da quelle che ti somigliano — torna alla carica Emmy.

Guardo il suo viso che porta tutti i segni fisici della collera: la pelle arrossata, gli occhi strizzati e troppo scintillanti, la bocca squadrata, i denti quasi digrignanti. Non so perché sia sempre così arrabbiata con me e non so perché le importi che io vada al Centro oppure no. Non credo comunque che lei mi somigli. Emmy non è autistica. Non conosco il suo handicap e non m’interessa.

— Non sono in cerca di ragazze — dico.

— Allora è lei che cerca te?

— Ho detto che non desidero parlare di questo con te — ripeto. Mi guardo intorno e non vedo nessuno che conosco. Pensavo che Bailey sarebbe venuto stamattina, ma può darsi che lui si sia accorto prima di me di quello che io ho capito solo oggi. Magari non è venuto perché si è reso conto di non aver bisogno del Centro. E io non voglio restar qui ad aspettare che Maxine sia libera.

Faccio per andarmene, ma Emmy ha ancora qualcosa da dire. — Dove credi di andare? — domanda. — Sei appena arrivato. Non pensare di poterti sottrarre ai tuoi problemi, Lou!

Posso sottraimi a lei, però. Non posso sfuggire al lavoro o alla dottoressa Fornum, ma posso sfuggire a Emmy. Pensando a questo sorrido, e lei si fa ancora più rossa in faccia.

— Cos’hai da sorridere?

— Sto pensando a una musica — dico. Questa è una scusa sempre plausibile. Non voglio guardare Emmy con quella faccia rossa, lucida e rabbiosa. Lei mi sta piantata davanti come volesse costringermi ad affrontarla, ma io guardo a terra. — Penso sempre a una musica quando qualcuno va in collera con me — aggiungo. Questo spesso è vero.

— Oh, sei impossibile! — lei scatta, e si allontana a passi pesanti. Mi chiedo se abbia qualche amico, perché non la vedo mai con altra gente. È triste, ma io non posso farci nulla.

Fuori tutto sembra più tranquillo, benché il Centro si trovi in una strada molto frequentata. Non ho alcun progetto. Se non passo la mattinata di sabato al Centro, non so con precisione cosa fare. Il bucato l’ho fatto, e le pulizie di fino al mio appartamento anche. I testi dicono che noi autistici non ce la caviamo bene con le incertezze e i cambiamenti di programma. Di solito queste cose non mi disturbano, ma questa mattina mi sento incerto. Mi ha disturbato tutto il parlare che Emmy ha fatto di Marjory.