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«Al diavolo gli ospedali!» sbottò a questo punto Frances Haroldsen che stava perdendo completamente il controllo. «Vuol raccontarmi forse che se uno si sente male improvvisamente in una delle palazzine riservate ai passeggeri, trova subito un’ambulanza, con barella e tutto il resto, pronta a precipitarsi in suo soccorso? Balle! Qualcuno chiamerebbe il pronto soccorso dell’aeroporto e pochi minuti più tardi comparirebbe sul posto un infermiere o magari anche un medico. Se il caso dovesse essere grave, chiamerebbero un’ambulanza che ci metterebbe un’altra decina di minuti per arrivare. Per l’amor del cielo, cominci a indagare sul serio. Cominci con il pronto soccorso.»

«Lo abbiamo già fatto, signorina, ma quelli non avevano nulla da segnalare», disse uno degli uomini più giovani, di servizio a un quadro di comando delle apparecchiature elettroniche. Il giovanotto aveva fatto l’osservazione nell’intento di smontare un po’ la ragazza, ma ottenne l’effetto opposto. Il poliziotto più anziano cominciò a intuire che la situazione poteva avere dei punti oscuri. Si rese conto all’istante che non aveva a che fare con il solito passeggero colpito da infarto, come succede a ogni piè sospinto in un aeroporto come quello di Heathrow.

«Ha dei motivi per credere, signorina… beh, che ci possa essere di mezzo qualcosa contro la legge?» chiese il graduato.

«Sì, un motivo potrebbe esserci. Un motivo molto valido. Infatti, abbiamo commesso uno sbaglio per non avervi avvertiti in anticipo», rispose Frances Margaret, più calma.

«Un vero peccato, signorina. Ma che cosa possiamo fare? Lei conosce il traffico di Londra. E le ambulanze hanno automaticamente la precedenza. Non voglio dire che sia un caso disperato, ma…» La voce del graduato si spense un po’ alla volta.

«Fuori dell’aeroporto è una cosa. Entro il recinto un’altra», ribatté Frances Margaret immediatamente.

«Che cosa intende dire, signorina?»

«Supponga che qualcuno abbia l’intenzione di far uscire una persona dal paese. Come potrebbe fare?»

«Io lo farei con un aereo da trasporto», disse qualcuno.

«In tal caso «cercate di scoprire» se un’ambulanza è stata vista verso le due e quarantacinque nel recinto delle merci», proruppe Frances Margaret, alzando di nuovo la voce.

Tutti si misero ad ascoltare la conversazione avviata con il sistema di comunicazioni interne dell’aeroporto. Le frasi si incrociarono fulminee tra le palazzine riservate ai passeggeri, la sezione merci e la torre di controllo. Con il passare dei minuti, l’espressione del volto del graduato diventava sempre più preoccupata.

«Ora lo sappiamo», disse finalmente. «Nella sezione merci «c’era effettivamente» un’ambulanza, e cinque aerei da trasporto sono decollati dalle due e quarantacinque in poi. Naturalmente, a partire da adesso non ne faremo decollare altri senza averli perquisiti a fondo per trovare l’uomo scomparso. Peccato non averlo saputo prima.»

Frances Haroldsen fece uno sforzo per dominarsi e non esplodere.

«Se doveste venire a sapere qualcosa, vi dispiacerebbe telefonare a questo numero? E ora, potete chiamare un taxi?»

Il taxi portò Frances Margaret al centro di Londra, a Trafalgar Square e da qui a Downing Street. I due agenti di polizia di guardia al numero 10 la fecero entrare dopo un breve controllo. Il Primo Ministro, arrivato da Princes Risborough, la stava aspettando quando venne fatta salire. Era del tutto sconvolta: aveva compiuto troppo a lungo notevoli sforzi per controllarsi e ora, alla vista del Primo Ministro, scoppiò improvvisamente a piangere. Sembrava passato così poco tempo dal momento in cui tutto andava a gonfie vele, nonostante l’incessante pioggia che aveva continuato a cadere per tutta la giornata.

57

Isaac Newton riprese i sensi. Aveva un forte mal di testa, terribilmente peggiorato da un senso di soffocante prigionia: le mani rifiutavano di muoversi e un buio impenetrabile lo soffocava. L’immagine di Boulton, il professore di geostrofica, si affacciò per un attimo alla sua mente, per dissolversi subito. Nonostante il mal di testa giunse alla conclusione che doveva avere le mani legate, una sensazione resa ancora più insopportabile da una continua vibrazione accompagnata da un rombo senza fine, come se si trovasse all’interno di una cassa alla deriva nelle rapide di un fiume e in procinto di essere inghiottita da una cascata.

La vista di Boulton avrebbe dovuto metterlo in guardia. L’uomo si era avvicinato a lui. Dov’era successo? Era accaduto di recente o tanto tempo fa? Isaac Newton tentò di rispondere a tutte queste domande e giunse alla conclusione che era accaduto poco tempo prima. Sì, ora ricordava: in un aeroporto. Il cervello sembrava schiarirsi ma c’erano degli intervalli durante i quali ripiombava in uno stato di semi-incoscienza. Un aeroporto? Era Ginevra? No, quello di Londra era più probabile se c’era Boulton. Lo aveva visto venirgli incontro; faceva segno di averlo riconosciuto e Isaac Newton aveva interpretato subito il segnale come un avvertimento. Per metterlo in guardia contro che cosa? Prima che potesse rispondere a questa domanda si udì una specie di schianto, come se la cassa nella quale aveva la sensazione di essere sepolto avesse urtato contro uno spuntone di roccia in fondo al fiume, mentre il rumore indicava che la cascata era vicinissima.

Gli schianti si susseguirono, un fragore di legno che andava a pezzi. Per Isaac Newton era un mistero perché l’acqua del fiume non stesse già riempiendo la cassa, e come mai, con la cascata evidentemente così vicina, la cassa non l’avesse ormai superata, rigirandosi e roteando nell’aria per fracassarsi violentemente sulle rocce sottostanti, e lui non stesse affogando nei gorghi dell’acqua sotto la cascata stessa.

Poi accaddero tre cose. Qualcosa lo stava tirando fuori con energia dalla cassa, per cui Isaac Newton ebbe la sensazione di essere risucchiato. Inoltre scorgeva un debole chiarore, che sarebbe stato spiegabile con l’immersione nell’acqua profonda; il fenomeno era accompagnato da un’improvvisa sensazione di freddo intenso, che pure si accordava a queste supposizioni. Il freddo, Isaac Newton se ne rese conto nonostante l’attutita reazione dei sensi, lo avrebbe ucciso ben presto.

Poi accaddero altre tre cose: il risucchio riprese vigore ed egli ebbe la sensazione di essere trascinato sul fondo. Quindi, altrettanto all’improvviso com’era stato investito dal freddo, ci fu uno sbalzo di temperatura che lo portò a un caldo soffocante. In quell’istante udì delle voci e riuscì per lo meno a distinguere bene l’ambiente che lo circondava. Prima aveva avuto gli occhi bendati.

Per quanto riguardava la cassa di legno in cui era stato imprigionato, aveva ragione. A questo punto vide che la cassa si trovava nello scomparto refrigerato di un cargo e che era stata ben isolata per non far passare il freddo. Era lo strato di isolamento che aveva attutito il rumore dei motori dell’aereo, creando nella sua fantasia l’immagine di una cascata. La forza di risucchio era stata esercitata in realtà da un uomo enorme, accompagnato da un altro che, a paragone, sembrava un nano. Quest’ultimo aveva aperto una porta pressurizzata che divideva lo scomparto frigorifero da quello riscaldato, per i passeggeri, e l’uomo grande e grosso aveva trascinato Isaac Newton dall’uno all’altro; si spiegava così l’improvviso aumento di temperatura. Qui era in corso una conversazione in una lingua che lui non capiva, con una terza voce che interveniva ogni tanto. Al termine della conversazione, Isaac Newton sentì improvvisamente allentarsi le bende che lo avevano fasciato come una mummia. Lentamente, barcollando si alzò in piedi. Si vide di fronte un secondo uomo dall’aspetto possente, calvo, sulla cinquantina, con occhi di un azzurro intenso e con un cranio che si dilatava stranamente sopra le tempie.

«Spero che Bolbocian non sia stato troppo rude con lei, professor Newton», disse l’uomo, in inglese, con un largo sorriso che mise in mostra una chiostra di denti perfetti, ma molto grandi. «Permetta che mi presenti. Sono Kaufman St John. Se vorrà essere così gentile da accomodarsi da questa parte, si renderà conto di trovarsi tra amici.»