«Io al posto tuo direi loro ciò che vogliono sapere. Non ha senso torturarti in questo modo!» balbettò Boulton, quasi istericamente.
«Il professore ha ragione», annuì Kaufman St John. «Il professore di geostrofica ha ragione. Geostrofica! Il vento! Ne ho abbastanza di questo pallone gonfiato. Ora le faccio vedere, professor Newton, che cosa succede quando perdo la pazienza. Bolbocian! Vogliamo mettere in atto il nostro piano per questo pallone gonfiato di un professore?»
Passo per passo, lentamente, bilanciandosi sui tacchi, il gigantesco Bolbocian si avvicinò alla poltrona in cui stava seduto Boulton. Il minuscolo compagno di Bolbocian ne osservava ogni passo con un’espressione piena di ammirazione dipinta sulla faccia.
«Oh, no, non «io»!» cominciò Boulton, urlando senza ritegno. «Non ho fatto niente di male, «io»!»
«Solo una cosa: quella di essere te stesso», rispose Kaufman St John con disprezzo.
«Oh, «no»!» strillò Boulton di nuovo, con Bolbocian distante ormai solo due o tre passi. «Le pagherò tutto quanto le devo», gridò Boulton, «tutto, fino all’ultimo copeco.»
«Certo che pagherai», ribatté Kaufman St John con voce soave. «Il tuo debito verrà ripagato con un prezioso contributo al mio archivio. Liquidatelo!»
Bolbocian afferrò il professore di geostrofica come un adulto afferra un bambino che si dibatte. Isaac Newton si aspettava già di vedere l’energumeno fracassare all’istante con un colpo brutale l’osso del collo di Boulton, ma invece questi venne condotto fuori ed egli rimase con la momentanea speranza di trovare l’occasione per fare i conti con il mostro dal volto cereo dietro la tenda. Il guaio era, comunque, e se ne rese conto quando tentò di alzarsi di scatto dal sedile, che era del tutto privo di forze.
Ma Isaac Newton non fu lasciato solo per molto. Due o tre minuti più tardi Bolbocian, di ritorno, lo afferrò e, in parte facendolo camminare, in parte sollevandolo, lo portò da basso fino all’ultimo ponte dell’aereo dove Kaufman St John e il piccolo compagno di Bolbocian stavano guardando attraverso la metà superiore, trasparente, di un ampio portello. Dall’altra parte del portello stava Boulton, il professore di geostrofica, cioè dei venti, come Kaufman St John aveva giustamente osservato. Bolbocian costrinse Isaac Newton a premere il naso contro l’oblò per cui venne a trovarsi con il volto a soli pochi centimetri di distanza da Boulton. Isaac Newton rimase a guardare inorridito mentre Boulton, con il viso contratto dalla paura, chiedeva disperatamente aiuto, ma non una sola parola di ciò che stava dicendo poté essere udita attraverso il portello.
Boulton era intrappolato in un piccolo scomparto che aveva da un lato il portello e sul lato opposto la fusoliera. Isaac Newton si rese conto un po’ alla volta, sempre più inorridito, che Boulton era prigioniero entro una camera pressurizzata. Quando comprese pienamente il vero significato di tutto questo, il minuscolo compagno di Bolbocian si alzò sulla punta dei piedi, per raggiungere un pulsante che prese a schiacciare con un gesto enfatico, da apprendista stregone. Con una lentezza all’apparenza infinita, due portelli scorrevoli sulla fusoliera si aprirono centimetro per centimetro. Isaac Newton vide Boulton tentare di affondare le unghie delle dita nel durissimo materiale trasparente. Una frazione di secondo più tardi, il professore dei venti era già scomparso, risucchiato dalla corrente d’aria prodotta dall’aereo. L’ometto minuscolo, alzandosi di nuovo in punta di piedi, premette un altro pulsante e Isaac Newton assistette incredulo allo spettacolo dei portelli che ritornavano nella posizione di «chiuso». Poi notò che Kaufman St John stava parlando a un microfono del sistema di comunicazione interna. Benché la lingua usata non gli fosse familiare, capì che stava evidentemente impartendo ordini all’equipaggio dell’aereo. Infatti l’apparecchio andò subito in picchiata, virando di qua e di là come se il pilota avesse un’unica preoccupazione: sfracellarsi al suolo. Finalmente, l’aereo si raddrizzò, riassumendo il normale assetto di volo, per poi cabrare subito. Dopo vari minuti trascorsi nel tentativo di resistere alle drastiche e mutevoli accelerazioni, Isaac Newton venne sospinto da Bolbocian sul sedile nella parte anteriore dello scomparto principale.
Per un po’ non accadde altro. L’uomo dal volto cereo era ancora lì, in attesa dietro la tenda, e Bolbocian stava accanto alla poltrona di Isaac Newton. Quanta parte della faccia di Bolbocian sarebbe stato necessario asportare per renderlo indistinguibile da una scimmia? Non molto, decise Isaac Newton. L’ometto minuscolo fissava con gli occhi la porta chiusa che separava lo scomparto dalla cabina di pilotaggio. Nel frattempo, Kaufman St John stava scrivendo con molto impegno su un librone rilegato in pelle che alla fine chiuse con uno scatto, dicendo con un sorriso soddisfatto: «Il mio archivio!»
Una spia rossa si accese sopra la porta di accesso al ponte di volo, al che l’ometto fece una piroetta abbastanza ben riuscita, per passare poi attraverso la porta, dimostrando che questa non era chiusa a chiave. Questo fatto avrebbe offerto ad Isaac Newton l’occasione che stava cercando per soddisfare la propria curiosità a proposito dell’equipaggio, solo che il massiccio corpo di Bolbocian si frapponeva tra lui e la porta. Si rese conto che si sarebbe trovato in una posizione molto migliore per guardare attraverso la porta se fosse stato seduto su uno qualsiasi degli altri sedili, ma per chissà quale motivo gli sembrava importante essere seduto proprio lì.
L’ometto riapparve portando ciò che ad Isaac Newton sembrò una telecamera portatile. Ancora una volta, la porta di accesso alla cabina di pilotaggio si chiuse di scatto prima che lui riuscisse a gettare un’occhiata dall’altra parte. Ma la vista della telecamera contribuì in maniera decisiva a spegnere ogni minima speranza che Isaac Newton avesse riposto in un aiuto da parte dell’equipaggio. Evidentemente, rifletté, quegli uomini non erano semplici avieri come aveva sperato, un’opinione che trovò ben presto la sua drammatica conferma. Eppure, Isaac Newton non riusciva a distogliere la mente dalla porta, ma non avrebbe saputo dire il motivo di questa ossessione.
L’ometto collocò la telecamera in quello che sembrava un proiettore nascosto dietro un tramezzo. Dopo che ebbe schiacciato un certo numero di pulsanti, un fascio di luce emerse dal proiettore, passando attraverso un foro nel tramezzo, praticato a circa un metro e mezzo sopra il pavimento della cabina. L’ometto riemerse dopo aver sistemato la telecamera, fece un’altra piroetta e poi srotolò dall’alto uno schermo di quelli usati per proiettare in volo pellicole cinematografiche.
«Vedo che è proprio un esperto di elettronica», commentò Isaac Newton, sorprendendosi egli stesso per questa osservazione.
Kaufman St John replicò immediatamente: «Non bisogna prendere in giro Margolis, come qualcuno ha già imparato a proprie spese, per esempio il nostro comune amico Boulton».
Isaac Newton constatò che era stato usato un nastro, non una pellicola, per seguire Boulton che cadeva, sospeso nell’aria con le braccia e le gambe divaricate come le pale di un mulino a vento per cui ruotava piuttosto lentamente su se stesso. Il pilota dell’aereo aveva ripreso la caduta con molta abilità, addirittura collocandosi a tratti sotto l’uomo condannato cosicché Boulton sembrava quasi piombare addosso all’obiettivo. Le braccia e le gambe sembravano così irrigidite da indurre Isaac Newton a domandarsi se Boulton si fosse congelato in quella posizione o se fosse il ghiaccio a serrarlo strettamente come un involucro rigido. La ripresa offriva anche panorami delle montagne artiche all’apparenza infinite verso le quali l’aereo si era gettato in picchiata. Dapprima, i monti sembravano molto lontani e confusi, salvo aumentare di dimensione man mano che l’apparecchio si abbassava in quota, offrendo una mutevole scena caleidoscopica di tratti argentei e bianchi. E sempre, al centro dell’inquadratura c’era Boulton, metà illuminato dal sole e metà in ombra, che cadeva contro il fianco coperto di neve di una montagna. Fu quando la figura rotante su se stessa passò dalla luce alla zona d’ombra che il professore di geostrofica finalmente scomparve dalla vista precipitando in un buio abisso.