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La proiezione era durata un paio di minuti o giù di lì; ma era sembrata molto più lunga ad Isaac Newton. Tentò di ricordare la velocità massima che un corpo umano può raggiungere cadendo nell’aria. Centocinquanta chilometri all’ora? Ma no, dovevano essere sicuramente di più! Il che significava, secondo Isaac Newton, che Boulton era caduto da una quota di almeno novecento metri dove la temperatura era probabilmente inferiore ai 30 gradi sotto zero. Gli venne in mente la tremenda sensazione di freddo provata quando lo avevano estratto dalla cassa nello scomparto merci dell’aereo.

Il nastro venne proiettato varie volte, e ogni volta Isaac Newton, come affascinato, notò un sempre maggior numero di particolari dinamici, specialmente il modo in cui l’asse di rotazione della figura in caduta si spostava come una foglia che cade in una giornata senza vento. Poi si disse che una simile curiosità era completamente fuori luogo. Tuttavia non riuscì a trovare una motivazione etica. Ogni volta che cercava di provare pietà per Boulton, gli veniva in mente l’immagine di Scrooge morto, mentre lo portavano fuori del laboratorio in barella. Con questo ricordo, Isaac Newton si sentì pervadere man mano da un senso di rabbia contro quelli che gli stavano attorno, e insieme col senso di rabbia si fece strada la strana convinzione che fosse ormai quasi tempo… tempo di che cosa? Non riusciva a immaginarlo.

«Per il mio archivio!» abbaiò Kaufman St John, tutto euforico.

«No, non per il suo archivio, ma per qualcosa di ben più terribile», disse Isaac Newton con aria assente, quasi senza tener conto degli altri. Adesso era certo che la strana sensazione da lui provata a proposito della porta di accesso al ponte di volo non aveva nulla a che vedere con l’equipaggio dell’aereo. Era una porta che dava accesso a qualcosa di ben diverso.

«Ho detto per il mio archivio», tuonò di nuovo Kaufman St John. «E adesso occupiamoci di lei, professore.»

«Credo di averla sentita dire che voleva il cifrario. Il cifrario della cometa di Halley, vero?» chiese Isaac Newton con una voce distaccata che lui stesso trovò strana.

«Lei si è rivelato molto abile nel procrastinare le cose, professore. Anche se il ritardo non ha importanza. Ma non ci saranno altri rinvii. Il cifrario!»

«Il cifrario non è una cosa tanto semplice. Altrimenti, quelli che lo vogliono lo avrebbero già decifrato da un pezzo. Mi dia un bloc-notes e lo metterò per iscritto. Ci vorranno parecchie pagine.»

Margolis portò l’occorrente per scrivere e Isaac Newton cominciò a vergare sulla carta, con mano tremante, il cifrario. Dopo un po’ si accorse che l’uomo dal volto cereo era ricomparso e stava dietro di lui, intento a osservarlo e a pettinarsi i lunghi capelli.

«Se lei vuole questo cifrario», esclamò Isaac Newton con un ringhio, rivolto a Kaufman St John, esprimendo finalmente tutta la sua rabbia, «dica a questo abominevole individuo di star lontano da me.»

Se non fosse stato per l’incessante rombo dei motori dell’aereo, l’osservazione di Isaac Newton avrebbe provocato un lungo attimo di silenzio, e anche espressioni di sgomento sulle facce di Bolbocian e del piccolo Margolis.

«Professore, non le viene in mente che potrebbe arrivare presto il momento in cui ogni nervo tormentato del suo corpo invidierà la fortuna del professore di geostrofica per la maniera in cui è morto? Impetronius è offeso, professore», rispose infine Kaufman St John con voce soffocata.

«Perché dovrei allora prendermi la briga di farle conoscere il cifrario? Non dovevo essere sbarcato all’aeroporto di Stoccolma?»

«Lei mi farà conoscere il cifrario, professore. Me lo farà conoscere per guadagnare tempo. Solo per guadagnare tempo e rimandare l’inevitabile. Ma se la lascio lì a scrivere a suo piacimento, come faccio a esser certo che non stia scrivendo cose prive di senso per rimandare il momento fatale?»

«Lei può avere i fogli man mano che finisco di compilarli», rispose Isaac Newton, strappando il primo foglio dal blocco e lanciandolo con un gesto di disprezzo a Kaufman St John.

Margolis fece un’altra delle sue piroette e lo ricuperò.

«In tal caso Impetronius si scosterà da lei. Per un po’», annuì Kaufman St John prendendo il foglio che Margolis gli porgeva.

Impetronius si scostò avvicinandosi alla tenda semi-aperta, davanti alla quale rimase a pettinarsi i lunghi capelli bianchi.

Isaac Newton «sentiva» ora il rumore dei motori. Il che era strano perché durante l’ora appena trascorsa era riuscito a imporsi di ignorarlo. La mano gli tremava mentre scriveva. E tremava sempre di più con il passare dei minuti. Si sforzò di concentrarsi, altrimenti non avrebbe scritto più nulla a causa della paura subentrata alla rabbia, una paura folle, una paura che aveva già provato durante la notte di tempesta nel cottage sulla costa del Norfolk. Come allora, qualcosa di oscuro era entrato ora nell’aereo. Isaac Newton, preso da una strana frenesia, ebbe la sensazione che il qualcosa fosse penetrato chissà come nell’apparecchio proprio nell’istante in cui Boulton ne era stato espulso, quando si erano aperti i portelloni esterni della fusoliera.

Un centimetro alla volta, mentre scriveva, Isaac Newton si spostava sulla poltrona. Il sedile — particolare rilevante — non era fissato al pavimento ma scorreva su due guide come i sedili dell’automobile. Spostare un po’ alla volta la poltrona, in maniera che gli altri non se ne accorgessero, gli pareva ora più importante dello stesso cifrario che continuava a mettere sulla carta con mano tremante, gettando sul pavimento della cabina i fogli appena riempiti. Vedeva Margolis ricuperare i fogli per consegnarli a Kaufman St John, e anche questo gli sembrava stranamente importante. Nonostante il tremito che continuava a scuoterlo, la perplessità si impadronì di lui.

Il rumore dei motori scese improvvisamente dal diapason fino a diventare un ronzio; quindi, anche il ronzio si spense. Newton si chiese per un breve attimo se per caso non gli stesse dando di volta il cervello. Poi vide gli altri fissare uno sguardo sgomento in direzione della porta che li separava dal ponte di volo. La porta! La porta di accesso a che cosa? Non era più un portello metallico. Era una porta di legno, bloccata per traverso da una robusta sbarra. Isaac Newton vide che si trattava in realtà della porta di un cottage, non di un portello d’aereo. E improvvisamente, non appena spenti i motori, gli parve di sentire l’ululato del vento e il rumore delle onde che s’infrangevano sulla battigia.

Era il cottage sulla costa del Norfolk nella notte della grande tempesta. E così, come quella notte vi era stata un’apparizione nella stanza, ora ci fu un’apparizione così brillante che Isaac Newton rotolò all’istante su se stesso per allontanarsi. Ma non senza aver prima visto la spettrale apparizione spaccarsi in due e poi in quattro, quattro figure ardenti, torreggianti come giganti, che attraversavano la porta ed entravano nella cabina. Ad Isaac Newton parve che alle loro spalle si stesse rovesciando nella cabina una rombante ondata di mare.

58

Ora si udivano delle voci nell’aereo. Isaac Newton ascoltò con attenzione, quasi aspettandosi che parlassero un linguaggio extraterrestre. Ma la lingua era di ceppo germanico benché certamente non fosse tedesco. Si mise ad ascoltare a occhi chiusi, rimanendo immobile come un animale ferito, tentando di non farsi notare. Poi, qualcuno lo toccò e lo rigirò. Isaac Newton aprì gli occhi e vide due uomini e una donna, tutt’e tre con indosso una specie di uniforme, probabilmente della polizia.

Dopo un’esclamazione di sorpresa di uno dei due uomini, Isaac Newton chiese: «Dove mi trovo?»