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«Inglese», osservò la donna rivolta ai due uomini, per proseguire poi: «Si trova all’aeroporto di Stoccolma».

Con il cervello ancora annebbiato, Isaac Newton ricordò che era diretto da qualche parte insieme con Frances Margaret. Ma si era trattato di Francoforte, non Stoccolma. Così l’aereo aveva evidentemente abbandonato la rotta e aveva compiuto un atterraggio d’emergenza. All’improvviso gli tornò alla mente Boulton gettato fuori del velivolo, Bolbocian e l’uomo dal volto cereo, e quell’individuo pazzo con il cranio dilatato, Kaufman St John, non si chiamava così? Ma doveva trattarsi di una fantasia dovuta probabilmente all’incidente, decise, di un disturbo mentale. E Frances Margaret, che cosa le era successo?

Ossessionato da questa domanda, cominciò a dibattersi per alzarsi in piedi.

«No, no!» esclamò uno degli uomini. «E’ meglio che aspetti.»

«Finché non arriva la barella per trasportarla», soggiunse la donna.

I tre tentarono di trattenerlo ed egli si infuriò.

«Lasciatemi stare!» intimò loro con la voce più ferma e forte di cui fu capace. «Devo scoprire che cos’è accaduto agli altri passeggeri.»

A quest’uscita, i tre agenti si guardarono in faccia.

«Meglio di no», gli disse la donna con voce suadente, ma ferma. Il che non fece che confermare Isaac Newton nella decisione presa.

«Al diavolo la barella», disse, alzandosi in piedi.

Ora vedeva l’interno dell’aereo. L’assenza di rottami indicava che l’apparecchio non si era schiantato al suolo. Forse c’era stato un atterraggio a violenti sobbalzi, ma nient’altro: persino le luci dell’aereo erano ancora accese. Inoltre, Isaac Newton intravide la tenda semi-aperta. Così, i suoi ricordi da incubo corrispondevano alla realtà, dopo tutto. L’uomo dal volto cereo e Boulton e gli altri c’erano stati davvero. Sapeva che cosa era successo a Boulton, ma dov’erano gli altri? La domanda ebbe una risposta da far accapponare la pelle. Poco lontano dal sedile dov’era stato seduto si vedevano dei cosi scuri, come dei cilindri della grandezza di un uomo. Ve n’erano quattro, e infatti erano rimasti in quattro dopo che Boulton era stato gettato dall’aereo. Quattro cilindri simili a stalagmiti, ma non bianchi, come le stalagmiti naturali, bensì neri come il carbone. I cilindri se ne stavano lì, come fossero altrettanti uomini ritti in piedi. Isaac Newton si mosse verso il punto in cui si era trovato l’uomo dal volto cereo.

«Stia attento!» gridò la poliziotta.

Poiché Isaac Newton era ancora malfermo sulle gambe, aveva toccato inavvertitamente quella sostanza nera, che all’istante si disfece come un giornale bruciacchiato. Guardò allora in direzione della porta della cabina di pilotaggio, la porta che gli era sembrata così importante, la porta che gli aveva ricordato quella del cottage di Howard Baker, la porta che dava misteriosamente accesso — così gli sembrava — a un’altra dimensione. Dove conduceva? Deciso a chiarire finalmente il mistero, Isaac Newton si avvicinò, sempre malfermo sulle gambe, al portello. Uno dei poliziotti lo afferrò per un braccio nel tentativo di dissuaderlo, ma Isaac Newton scosse la testa e proseguì meglio che poté. L’agente gli rimase al fianco e i suoi due colleghi li seguirono a ruota, in maniera che Isaac Newton, l’uomo che lo teneva per il braccio e gli altri due varcarono la porta quasi contemporaneamente.

Con grande sorpresa — e un pizzico di delusione — di Isaac Newton, la cabina di pilotaggio era a posto, con tutti i suoi strumenti. No, non del tutto a posto, in realtà anzi per niente a posto, perché il limitato spazio era occupato da altri quattro di quegli orribili cilindri neri.

«Ma come ha fatto ad atterrare l’aereo?» esclamò Isaac Newton.

«Questo è il problema», rispose il poliziotto accanto a lui.

««Uno» dei problemi», soggiunse la donna poliziotto.

Prima di dichiararsi disposto a lasciare l’aereo, Isaac Newton volle visitare a tutti i costi lo scomparto merci, dove vide che la cassa di legno che egli ricordava così bene era stata scaraventata contro la fusoliera in seguito all’impatto durante l’atterraggio. E quella cassa era una chiara prova del perfetto funzionamento della sua memoria. Poi volle scendere da solo la scaletta, respingendo ripetutamente l’offerta di una barella e ignorando il poliziotto accanto a lui che continuava a ripetergli: «Non possiamo rispondere della sua sicurezza se non segue i nostri consigli».

«Non vi ho chiesto alcun consiglio», ribatté Isaac Newton in tono secco. Ora, passato il pericolo, tutta questa sollecitudine gli dava fastidio. Nonostante ciò, si lasciò portare via a tutta birra da un’ambulanza dopo essersi accertato, esaminando le luci visibili in distanza, che quello fosse veramente l’aeroporto di Stoccolma. L’orologio da polso gli disse che erano quasi le dieci di sera e che erano passate circa sette ore da quando aveva lasciato Londra. In quel lasso di tempo, l’aereo doveva aver superato una distanza ben superiore alla rotta diretta tra Londra e Stoccolma. Forse aveva effettivamente raggiunto il Polo Nord, come aveva sostenuto Kaufman St John, ora ridotto in cenere. Nel qual caso le ultime ore di volo dell’aereo esigevano qualcosa di più di una piccola spiegazione. Isaac Newton suppose che l’aereo fosse munito di un pilota automatico benché un congegno del genere sarebbe stato ben difficilmente in grado di pilotare un aereo dal Polo Nord fino all’aeroporto di Stoccolma. Ma la testa gli faceva troppo male perché le sue riflessioni potessero avere molto valore.

Un capitano della polizia e un uomo in camice bianco assieme a due infermiere stavano aspettando nella sala in cui venne condotto Isaac Newton. Dopo un breve scambio di parole, in svedese, l’uomo in camice bianco scosse la testa in segno di disapprovazione, dicendo poi, in inglese: «Non è saggio essere così ostinati. Vorrei esaminarla, per favore».

«E io vorrei servirmi di un telefono. E poi vorrei prendere il primo aereo per tornare a Londra», rispose Isaac Newton.

«Non è saggio…» ripeté l’uomo in camice bianco.

«Non la sto consultando, dottore», ribatté Isaac Newton. «Mi porti a un telefono senza tante storie», disse poi, rivolto al capitano di polizia.

«Vuol dirmi il suo nome, per favore?» fece l’uomo.

«Newton. N-e-w-t-o-n.»

Il capitano annuì e disse: «Permette che mi allontani per un momento, signor Newton? Ritorno subito».

Una delle infermiere, una biondina paffutella e attraente, gli portò due pillole bianche e un bicchier d’acqua.

«Che cos’è questa roba?» chiese Isaac Newton.

«Aspirina. Lei è molto sospettoso. Le prenda, per favore.»

Mentre inghiottiva le pillole, Isaac Newton si sentì per un istante girare la testa ed ebbe paura di accasciarsi. Quello che lo disturbava, decise, era il fatto che il camice bianco del dottore gli ricordava l’uomo dal volto cereo.

«Lei si chiama per caso Impetronius?» chiese al medico, che si strinse nelle spalle scuotendo la testa. «No, lo immaginavo», soggiunse Isaac Newton in tono acido.

«Il professor Isaac Newton?» chiese il capitano di polizia, di ritorno proprio allora.

«Sì.»

«Professor Newton, lei è, penso, un cittadino responsabile. Capirà», proseguì il capitano, «che è necessaria una dichiarazione.»

«Mia?»

«Sua, naturalmente.»

Isaac Newton rifletté per un attimo e poi rispose: «Comprendo, capitano. Ma non sarebbe possibile per me ritornare qui da Londra? Vede, a Londra tutti devono essere preoccupati. Ansiosi di sapere dove mi trovo, voglio dire».

«E’ facile telefonare.»

«E’ dall’istante in cui mi trovo qui che sto chiedendo il telefono. Forse lo ha dimenticato?»

«La cosa migliore per lei, professor Newton, sarà dormire qui stanotte.»

«E il telefono?»