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«Sì, sì, a quello possiamo provvedere. Ecco, vede, non ci sono più aerei in partenza per Londra fino a domani.»

«In tal caso andiamo a telefonare», insistette Isaac Newton, alzandosi dalla sedia.

«Possiamo provvedere, se lei mi dà il numero.»

Il capitano gli consegnò un taccuino nel quale il professore annotò il numero dell’ufficio del Primo Ministro dicendo: «Sembra che lei stia recitando una commedia, capitano! Preferirei telefonare di persona».

«Quell’aereo là fuori non è una commedia molto divertente.»

«Le voglio fare una domanda esplicita, capitano. Mi sta impedendo di usare il telefono?»

«E’ un ordine, professor Newton. Ma verrà riferito che lei è salvo.»

«Un ordine di chi?»

«Non posso dirglielo.»

La rabbia che s’impadronì di Isaac Newton a questo punto non fece altro che peggiorare il suo mal di testa, tanto che decise di rimandare l’idea di una vendetta. Riflettendo che le leggi svedesi potevano benissimo conferire alle autorità dell’aeroporto il diritto di trattenere i passeggeri per un periodo limitato, una cosa prevista probabilmente dalle leggi di quasi tutti i paesi, e riflettendo anche che le circostanze del suo arrivo a Stoccolma erano sicuramente molto strane, Isaac Newton decise che effettivamente la cosa migliore era di dormirci sopra e far passare il mal di testa, per scatenare poi il pandemonio al mattino.

«Dove mi mettete a dormire in tal caso?» chiese.

Il medico si mosse per avvicinarsi a lui, e Isaac Newton, perdendo ogni controllo, gridò in tedesco: «Si avvicini di un solo passo e la spiaccico contro il muro!»

Il capitano di polizia fece un piccolo cenno al medico e questi lasciò immediatamente la saletta.

La seconda infermiera, non quella attraente, ma una ragazza biondo platino dall’espressione altezzosa, senza parlare condusse Isaac Newton attraverso un piccolo vestibolo e lungo corridoi vuoti fino a una breve rampa di scale che conduceva a una porta. L’aprì, e fece entrare il professore in un appartamento. Dopo avergli indicato il letto, e tolto dall’armadio un pigiama che gettò sul letto, lo lasciò solo.

Il pigiama era troppo piccolo. Caricaturalmente troppo piccolo. Così gettò via la giacca tenendo i pantaloni che lasciavano scoperti quindici centimetri di polpaccio. Poi, tanto per aumentare la sua irritazione, udì bussare alla porta esterna proprio mentre stava entrando nel letto. Questa volta era l’infermiera attraente. Non che Isaac Newton fosse animato da pensieri galanti. La testa gli faceva troppo male e il pigiama, o meglio la mancanza di esso, gli dava la sensazione di essere ridicolo. L’infermiera attraente portava un vassoio sul quale c’erano un altro bicchiere d’acqua e altre pillole.

«Queste fanno dormire. Ma non c’è bisogno che le prenda, se ha ancora sospetti», disse la ragazza, per scomparire subito. Evidentemente, neppure lei era animata da pensieri frivoli.

Isaac Newton giunse alla conclusione che non aveva senso farsi sangue marcio. Così, per non pensare ai cilindri neri sull’aereo, inghiottì le pillole. Il letto aveva un piumino, cosa che di solito non apprezzava perché i piumini riscaldano troppo. Ora, però, provò piacere nel coprirsi con il piumino fino alle spalle. Aveva brividi. Lo shock, probabilmente. L’ultimo gesto prima di cadere preda di un sonno esausto fu quello di ripiegare un cuscino sotto la testa, il suo rimedio per impedire ai problemi insolubili di frullargli nella mente.

59

Nell’attimo in cui si svegliò, Isaac Newton si rese conto di aver dormito molto a lungo. Guardando l’orologio vide che erano quasi le tre del pomeriggio. E pensare che la sera prima aveva fatto tante discussioni per prendere l’aereo del mattino per Londra. Per un po’, mentre gli avvenimenti del giorno precedente gli tornavano alla memoria, rimase a fissare il soffitto. Poi, d’un tratto, si rese conto che la stanza nella quale si trovava non era quella nella quale era andato a dormire. Era più grande e aveva il soffitto più alto, e la luce diffusa che penetrava attraverso le spesse tende era quella del giorno. L’appartamento in cui lo avevano portato, all’aeroporto, dava sull’interno, pertanto era privo di una finestra così luminosa.

Con pochi e rapidi passi si avvicinò alle tende; le scostò leggermente e vide davanti a sé una distesa di campi. Nessuna traccia di aeroporto. Un’occhiata di lato gli rivelò che si trovava in una grande casa di campagna costruita in solida pietra gialla. Eppure il letto era quello della sera precedente, e lui indossava gli stessi pantaloni del pigiama assurdamente corti.

La stanza era grande e ci vollero alcuni attimi ad Isaac Newton per esaminarla attentamente insieme al contenuto di vari armadi e guardaroba. Trovò una vestaglia spessa e calda, ma il suo vestito era sparito. I pantaloni del pigiama e la vestaglia non erano certo l’abbigliamento più adatto a un tentativo di fuga. Poi prese mentalmente nota di non fidarsi mai più in vita sua delle ragazze attraenti, specialmente quando recavano doni. La seconda portata di pillole, quelle che non era obbligato a prendere se nutriva ancora sospetti, dovevano contenere un potente sonnifero.

Era facile capire che cosa era successo. Una volta ben drogato avevano semplicemente portato via il letto dall’appartamento nell’aeroporto — di quale aeroporto si trattasse era un mistero. Poi dovevano aver infilato il letto, con lui ancora sopra, in un furgone per portarlo qui, in aperta campagna. Dove? Anche questo rimaneva un mistero.

Si udì bussare alla porta e una ragazza dai capelli scuri entrò con un vassoio. Sul vassoio c’erano una grande teiera, un servizio da tè e un piatto di dolci.

«Ah, è sveglio», disse la ragazza, soggiungendo: «Così va bene. Sembrava che non volesse svegliarsi più».

Dopo aver deposto il vassoio su un tavolino basso vicino alla finestra, la ragazza si accostò alle tende e le aprì con un gesto esperto.

«Dov’è il mio abito, la mia roba?» chiese Isaac Newton.

«La stanno pulendo.»

«Dove ci troviamo? Voglio dire, dove si trova questa casa?» chiese ancora Isaac Newton.

«Temo, signore, che non mi sia permesso dirlo.»

«Ma siamo in Svezia?»

«Naturalmente, ma non posso dirle altro. C’è un signore che aspetta di parlarle e che risponderà alle sue domande.»

Isaac Newton notò che sul vassoio c’erano due tazze e che la teiera era grande.

«E’ da molto che aspetta questo signore?»

«Da varie ore.»

«In tal caso non può essere un personaggio molto importante.»

«Io penso invece che lo sia. Gli dirò che lei è sveglio.»

Quando la ragazza se ne fu andata, Isaac Newton ispezionò rapidamente la stanza per trovare il microfono, ma non lo trovò, anche se era certo che doveva esserci. Altrimenti non si sarebbero accorti così presto che era sveglio per far venire il tè con tanta rapidità.

Si mise a sedere e, poiché aveva la bocca completamente secca, versò il tè senza aspettare l’arrivo del visitatore. Inoltre aveva fame — era digiuno dalla colazione del giorno precedente — per cui addentò una pasta. Ma smise improvvisamente di masticare. Non era possibile che si trovasse in Russia, vicino a Leningrado, come aveva sospettato per un istante. Non era possibile perché in nessun posto dell’Unione Sovietica, per quanto grande fosse, avevano tazze della qualità di quelle che aveva davanti a sé; e così pure non avevano né quel tè né «quelle» paste.

Qualcuno bussò alla porta e un uomo alto come Isaac Newton, con i capelli biondi tagliati corti, entrò.

«Eriksson. Gustav Eriksson», disse in tono energico, stendendo la mano.

«Le stringerò la mano, signor Eriksson, se la telefonata che ieri sera ho chiesto venisse fatta è stata effettivamente fatta», rispose Isaac Newton.

«Per essere sincero, no», rispose Eriksson, ritirando la mano.