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«Non è piuttosto strano, questo?»

«Sì, lo è. Come tante altre cose in questo caso. Posso prendere un po’ di tè?»

«Ma certo. Tanto più che è il vostro tè. Chi devo ringraziare per tanta cortesia, signor Eriksson?

«L’Esercito svedese.»

«In tal caso, non dovrei chiamarla con il suo grado?»

«Colonnello. Colonnello Eriksson, se proprio ci tiene alle formalità.»

«Mi sembra, colonnello Eriksson, che lei debba darmi parecchie spiegazioni.»

Eriksson esplose in una sonora risata e prese una sedia, accomodandosi dall’altro lato del tavolino, di fronte a Isaac Newton. Ora il vassoio con il tè, quasi a simboleggiare un campo di battaglia, li divideva.

««Io» avrei molte cose da spiegare? Apprezzo il suo senso dell’umorismo, professor Newton. Tuttavia voglio dirle che il suo trasferimento dalla polizia aeroportuale all’Esercito ha costituito la buona occasione perché la telefonata venisse dimenticata. Naturalmente ho informato l’ambasciata britannica a Stoccolma. L’ho fatto stamattina alle cinque e trenta. Il che dimostra che ho cominciato a occuparmi del suo caso per tempo.»

«Sarebbe stato più semplice telefonare a Londra.»

«Sarebbe stata un’idiozia», rispose Eriksson, scuotendo la testa. «Ho scoperto che il numero era quello dell’ufficio del suo Primo Ministro. Una telefonata lì avrebbe provocato una immediata reazione, probabilmente del suo Primo Ministro in persona. In tal caso avrei perso la mia buona occasione.»

«Buona occasione per che cosa?»

«Di scoprire che cos’era successo a bordo dell’aereo che l’ha portata qui, naturalmente.»

«Ma lei ha detto all’ambasciata che ero qui?»

«Sì, molto di buon’ora, come ho appena detto. Se lei arriva con molto anticipo a un aeroporto per imbarcarsi e deposita subito il suo bagaglio, che cosa succede, professor Newton?»

«Che cosa succede?»

«Che quando lei arriva finalmente a destinazione, il suo bagaglio esce sempre per ultimo per chissà quale misteriosa ragione dovuta all’operazione di carico. Non ci ha mai fatto caso?» disse Eriksson sorseggiando il tè.

«Capisco. Lei ha fatto in modo che l’informazione giacesse lì da alcune ore quando gli alti funzionari dell’ambasciata avrebbero preso servizio.»

«Così probabilmente sarebbe rimasta lì un po’ più a lungo. A parte questo, professor Newton, il Foreign Office gode fama di essere un tantino lento quando si tratta di informare altri ministeri del suo governo. Così ho sperato in un altro ritardo. Tuttavia confesso di aver temuto che lei avrebbe continuato a dormire per tutto il tempo, il tempo da me guadagnato con tanta cura.»

«Guadagnato per che cosa, colonnello Eriksson?»

«Lei sa quale doveva essere il piano di volo del suo aereo? Voglio dire: dov’era diretto l’aereo?»

«Mi dissero molto lontano a nord, verso il Polo. Il che doveva essere vero», rispose Isaac Newton. «C’è una cosa che devo riferirle subito, colonnello Eriksson. Durante il volo, un uomo è stato ucciso. Era un mio collega di Cambridge.»

«La notizia non mi lascia eccessivamente sorpreso. Com’è successo?»

«L’hanno buttato fuori dall’aereo.»

«Gente poco raccomandabile, temo. E neppure una situazione simpatica. Abbiamo visto ciò che si trovava dietro la tenda. Spero che non abbia avuto modo di trovarsi là.»

Isaac Newton per un attimo non rispose, ma poi annuì dicendo in tono brusco: «Non voglio parlarne. Scoprirà che avevano una telecamera per videoregistrazioni. Hanno ripreso su nastro la caduta dell’uomo nell’aria. Si chiamava Boulton ed era professore di geostrofica nonché capo dell’istituto di meteorologia di Cambridge. Questo anche per dirle che troverà riprese del terreno sottostante all’aereo. Un terreno artico e montagnoso».

«L’apparecchio è entrato da nord nello spazio aereo svedese, professor Newton.»

«Il che conferma la mia impressione.»

«Quello che non combaciava affatto era l’eco del radar sui nostri schermi.»

«In che senso?»

«La potenza dell’eco era enorme. Lei deve sapere che è proprio questo il ramo di cui mi occupo. Noi conosciamo la potenza esatta degli echi radar prodotti da aerei di varie dimensioni. L’eco riflesso dal suo aereo era troppo forte. Dieci volte più potente del solito, penso. Come si è potuto verificare questo fenomeno, secondo lei?»

«Non mi ha appena detto che lavora con i radar?»

«Su, andiamo, professor Newton, lei è uno studioso di fisica di fama internazionale. Com’è stato possibile produrre un’eco così forte?»

«Aumentando la capacità dell’aereo di riflettere gli impulsi radar, immagino.»

«Mediante una specie di schermo esteso intorno all’aereo», annuì Eriksson.

«Uno schermo di gas ionizzato, magari», annuì Isaac Newton a sua volta, versandosi un’altra tazza di tè.

«Esattamente il contrario dei bombardieri antiradar americani, la cui capacità di riflettere gli impulsi radar è ridotta. Sa, professor Newton, era quasi come se l’aereo tentasse di attirare di proposito l’attenzione su di sé.»

«E questa riflessione la conduce…?»

«All’atterraggio dell’aereo.»

«Siete in possesso delle apparecchiature per l’atterraggio strumentale?» chiese Isaac Newton.

«Certo.»

«Allora, dove sta il problema?»

«Il problema», spiegò Eriksson, «consiste nel fatto che l’aereo si è sicuramente servito delle nostre apparecchiature per l’atterraggio guidato, solo che non aveva a bordo alcuno strumento che gli consentisse di farlo.»

«Mi sembra un po’ una contraddizione.»

«E’ una contraddizione anche il fatto che otto uomini a bordo di un aereo siano stati ridotti in cenere…»

«Come carta da giornale bruciacchiata.»

«… mentre il nono uomo è rimasto indenne», continuò Eriksson senza lasciarsi distogliere dalla carta di giornale bruciacchiata.

«I fulmini causano strani fenomeni.»

«Un fulmine avrebbe attraversato l’involucro metallico esterno del velivolo. Anche in questo campo possiedo qualche esperienza. E se anche una scarica elettrica si fosse riversata al l’interno dell’aereo, non avrebbe incenerito soltanto gli otto uomini, ma avrebbe fuso anche cose inanimate. Eppure, a quanto pare, non un solo oggetto è stato minimamente danneggiato. Tutto questo è molto strano, professor Newton. Speravo che lei mi avrebbe aiutato a capire.»

«Non è forse un po’ «troppo» strano?»

«In che senso?»

«Perché io possa aiutarla a capire il fenomeno.»

«Lei ne sa più di me sulle comete, specialmente quella di Halley.»

«I vostri astronomi…»

«I nostri astronomi non sanno nulla del cifrario per comunicare con la cometa di Halley, professor Newton. Era il cifrario che gli otto uomini volevano, non è così?» insistette Eriksson.

Qualcosa che era rimasto annidato in fondo alla mente di Isaac Newton esplose improvvisamente. Il cifrario! Ma sì, naturalmente! Lui stava mettendo su carta il cifrario, per lanciare poi i fogli a uno a uno a Kaufman St John. Quei fogli erano stati ridotti in cenere assieme all’uomo? A giudicare da ciò che Eriksson aveva appena detto a proposito degli oggetti rimasti indenni, tutti i fogli potevano essere rimasti intatti ed esser finiti nelle mani della polizia dell’aeroporto.

«Dovreste aver ricuperato il bloc-notes sul quale stavo scrivendo quando il fulmine è entrato in azione», disse Isaac Newton, esponendosi il meno possibile.

Eriksson addentò una pasta. «Sì», annuì dopo un po’. «La scrittura era la sua, professor Newton, almeno credo.»

«Senza dubbio ha letto con interesse quella roba.»

«Fino a un certo punto. Naturalmente bisognerà studiarla a fondo.»

«Che cosa se ne farebbe del cifrario, colonnello Eriksson? Se riuscisse a decifrarlo? Lo consegnerebbe agli americani?»