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«In tal caso, generale», osservò il Segretario per il Commercio, mettendo sempre in mostra le fossette, «le consiglierei di impadronirsi in anticipo del maggior numero di dollari che le spetta e di cambiarli immediatamente in franchi svizzeri.»

In quel momento risuonarono in tutta la Casa Bianca i cicalini d’allarme. I cicalini emettevano un ronzio che il Segretario per il Commercio non aveva mai udito. Si stava domandando che cosa potesse significare questo segnale quando il generale a cinque stelle gridò: «Al rifugio! E’ l’allarme rosso!»

Il Presidente trasse di tasca una piccola ricevente a cifra. La spia applicata all’apparecchio emetteva una luce rossa. «Lei ha ragione, generale», confermò. «Non sarebbe meglio far uscire la gente?»

«Non c’è tempo, signor Presidente. Adesso conta ogni secondo. Al rifugio!»

Il generale e il Presidente lasciarono per primi l’ufficio con energico slancio, seguiti a ruota dal direttore della CIA e infine, a una certa distanza, dal Segretario di Stato e dal Segretario per il Commercio. Anzi, i due ultimi membri della comitiva si sarebbero persi se non fosse stato per il fatto che il Presidente non riusciva a trovare la chiave che dava accesso a un ascensore speciale, una chiave che avrebbe dovuto portare addosso. Il generale conosceva, comunque, l’esistenza di un piccolo cassetto nascosto nella parete, che aprì, rivelando la presenza di una chiave appesa sul fondo. Dopo aver avvolto la mano nella giacca, il generale gridò: «State indietro!» e subito dopo colpì, con il pugno protetto dal panno della giacca, la lastra di vetro che proteggeva il cassetto. Il generale prese la chiave e aprì la porta dell’ascensore speciale, e il gruppetto si stipò nella piccola cabina.

Mentre la porta si stava chiudendo, il Presidente chiese: «Non avrebbero potuto computerizzare tutta questa roba?»

La cabina dell’ascensore precipitò come un sasso, come se fosse stata priva di un cavo che la sostenesse. Siccome ci vollero quaranta secondi perché rallentasse la corsa fino a fermarsi, oscillando per un bel po’, il Segretario di Stato calcolò che dovevano essere scesi abbastanza in fondo.

Quando lasciarono l’ascensore, il generale gridò di nuovo: «Dentro nel tubo!»

Il «tubo» iniziava con un varco coperto da un materiale rigido con un’apertura in corrispondenza del suo diametro. Il generale e il Presidente s’infilarono in quest’apertura a turno, seguiti con una certa alacrità dal direttore della CIA. Come prima, li seguirono il Segretario di Stato e il Segretario per il Commercio, sempre ultima.

Quando toccò alla signora, questa prese a scendere scivolando dolcemente lungo un tubo — più precisamente uno scivolo a inclinazione semi-orizzontale — che ben presto si restrinse al diametro di un metro. L’andamento orizzontale del condotto lasciava desumere che ormai la comitiva doveva trovarsi ben oltre il perimetro della Casa Bianca e persino fuori del perimetro del terreno che la cinge. Il Segretario per il Commercio continuò a scivolare come gli altri nel condotto sotterraneo, svoltando intorno ad angoli e raggiungendo tre diversi livelli. Il movimento era dolce e frenato dalla frizione che bilanciava sempre la forza di gravità. Alla fine, lo scivolo finì per sboccare in una grande caverna sotterranea illuminata a giorno. Il Segretario per il Commercio si alzò in piedi, controllando automaticamente che gli orecchini con gli zaffiri, che le piacevano tanto, non fossero andati persi in quella specie di giochetto infantile concepito dal Pentagono. Mentre si dirigeva verso il centro della caverna, o bunker come quei bambinoni amavano chiamarla, si domandò se non fosse venuta per lei l’ora di consumare qualche nuovo amico, tanto per essere coerente con la descrizione che la rivista «Time» aveva fatto di lei, chiamandola «il membro più attivo del governo».

Il sistema d’allarme difensivo degli Stati Uniti era coerente, per quanto riguardava la sua complessità, con l’importanza di una superpotenza. Il primo allarme veniva dato da vari sistemi esistenti a bordo dei satelliti con impulsi radar e radiazioni infrarosse. Poi veniva l’avvistamento ionosferico in profondità oltre l’orizzonte delle scie dei missili nemici in avvicinamento. Infine entrava in funzione il solito radar che arrivava fino all’orizzonte. Ognuna di queste tre fasi trasmetteva costantemente, nella misura di ogni secondo per ogni giorno, dati ai computer che li analizzavano per scoprire le prove di eventuali missili in avvicinamento, specialmente per quanto riguardava le direzioni e le velocità degli echi sospetti. L’intero processo veniva «concentrato» per essere controllato al quartier generale dell’Aviazione presso Omaha, nel Nebraska, da dove informazioni identiche venivano trasmesse all’istante al bunker presidenziale di Washington.

Benché il gruppetto avesse reagito con la massima velocità possibile all’allarme, molto tempo era già stato perso. Eppure è difficile immaginare come una reazione qualsiasi avrebbe potuto verificarsi entro il periodo di volo dei missili provenienti dall’Unione Sovietica se il Presidente fosse stato occupato in una conferenza stampa o se si fosse trovato a una riunione elettorale, trasmessa dalla televisione, sotto gli auspici della Lega delle Donne Elettrici. Oppure se il Presidente, o la sua controparte sovietica in un’analoga situazione, fossero stati occupati nel soddisfacimento delle naturali necessità fisiologiche delle quali normalmente non si parla. La situazione sarebbe stata la stessa.

In vista dell’indispensabilità di una reazione urgente da parte del capo di stato, dovuta al sistema delle doppie chiavi usato nel controllo delle armi nucleari, il fatto che questioni così semplici non fossero state studiate più che a fondo sfidava qualsiasi logica. D’accordo: come tutti i personaggi importanti sapevano benissimo, la chiave nucleare del Presidente si trovava addosso al Presidente stesso, in una apposita tasca sigillata. Questa chiave sarebbe potuta entrare in azione rapidamente in risposta a una telefonata, senza che il Presidente dovesse nemmeno alzarsi dalla scrivania nel suo ufficio. Ma egli si sarebbe trovato in tal caso nella posizione di ricevere istruzioni riguardanti le funzioni di maggiore responsabilità che la sua carica forse comportava, istruzioni impartitegli dalla persona all’altro capo del telefono. Il Presidente poteva valutare in maniera del tutto indipendente la gravità della situazione, suo compito principale, solo vedendo di persona le prove. Ma come avrebbe potuto farlo senza scendere nel rifugio? Tutto questo stava a dimostrare quanto instabile fosse diventato l’intero sistema, visto sia dall’Occidente, sia dall’Est. Il che voleva dire che prima o poi tutto sarebbe andato inevitabilmente a catafascio.

Il Segretario per il Commercio rimase affascinata a guardare mentre due ufficiali delle Forze Armate tagliavano una tasca interna della giacca del Presidente per estrarne un astuccio. La signora pensò che stessero davvero esagerando con il loro giochetto. I due ufficiali si avvicinarono rapidamente a una console dall’aria importante e inserirono l’astuccio in uno spazio predisposto. Poi cominciarono a battere velocemente con le dita sui tasti di una grande scacchiera, al che il generale a cinque stelle gridò: «E adesso possiamo dargli dentro! Stiamo arrivando, cari sovietici!»

Nell’udire quest’esclamazione, il Segretario per il Commercio ebbe finalmente il sospetto che tutto il casino non fosse un’esercitazione, ma la realtà. Nauseata dall’idea si avvicinò a una grande carta geografica variopinta, che occupava un’intera parete, per studiarla. Era un enorme mappamondo sul quale strisce di luce rossa convergevano sulle maggiori città degli Stati Uniti, mentre gli oceani superati dalle strisce di luce rossa brillavano di un azzurro pallido. A giudicare dai frammenti di conversazione intorno alla console, le strisce rosse erano le scie dei missili.

Poi, dopo aver studiato per un po’ il mappamondo con crescente orrore, il Segretario per il Commercio si rese conto con immenso sollievo che tutte quelle segnalazioni non potevano corrispondere alla realtà.