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Il secondo ascensore la depositò su un altro pianerottolo. A questo punto, la situazione si fece improvvisamente molto più critica. Schiacciò il pulsante di un terzo ascensore, quello che avrebbe dovuto portarla in superficie, ma il meccanismo non rispose, proprio come aveva predetto il piantone. Eppure ci dovevano essere delle scale, da qualche parte. Alla fine, al lato opposto di una porta metallica, trovò una scala molto ripida, come quelle usate sulle navi. In cima, un’altra porta metallica la riportò verso il pozzo superiore dell’ascensore, una porta che si chiuse da sola, sollecitata da una potente molla, con un rumoroso clic. Per di più, dalla parte dell’ascensore la porta era bloccata, come poté constatare. Si ritrovava così vicinissima alla superficie, ma senza la minima possibilità di ridiscendere nel bunker. C’era naturalmente un pulsante dell’ascensore, in cima al terzo livello, e lo premette, ma, come prima, non c’era l’energia elettrica.

Dalle due rampe superiori della scala, molto più brevi e meno ripide di quelle di prima, filtrava debolmente una luce. Il Segretario per il Commercio salì lentamente, tendendo l’orecchio per captare eventuali rumori del mondo esterno. Invano. Fuori regnava un gran silenzio. Sarebbe stato così silenzioso se le fiamme stessero divorando i resti della città? si chiese.

In cima alla scala c’era una strana specie di uscita che le ricordò l’ingresso nello scivolo che aveva portato la comitiva presidenziale nel bunker. Quella volta, lo scivolo era coperto all’ingresso da un materiale rigido con un’apertura lungo il suo diametro. Qui, l’uscita era simile, ma provvista di vari strati di materiale rigido. La donna s’infilò nelle aperture, l’una dopo l’altra, e uscì come una talpa in superficie, trovando un campo erboso. Effettivamente, il Segretario per il Commercio sbucò su un ampio spazio coperto dall’erba. Dopo un primo momento di sbalordimento si rese conto di essere vicinissima al centro della grande piazza chiamata Ellipse. Adesso sapeva qual era stato lo scopo di tutti i lavori di costruzione che per mesi erano continuati in segreto nell’Ellipse, senza che qualcuno potesse avvicinarsi. Davanti agli occhi ebbe una scena incredibile. Non si vedeva anima viva. Nessun rumore di traffico. Eppure, gli edifici, tutti, erano intatti. Rifletté che qualcosa di estremamente strano doveva essere successo, come le diceva l’istinto, e si mise ad attraversare il terreno erboso verso l’angolo sud-est del piazzale. In mancanza di un’idea migliore decise poi di incamminarsi sulla Constitution Avenue fino al palazzo che ospitava il suo ministero, per raggiungere il proprio ufficio dove poteva sempre farsi un caffè.

Era arrivata all’incrocio della Constitution Avenue con la 14esima Strada quando udì alle spalle un grido soffocato. Voltandosi, il Segretario per il Commercio urlò. Due figure dall’aspetto impossibile si stavano avvicinando a lei con passi malfermi. Gesticolavano. Avevano in testa grandi elmetti metallici avvolti nella garza e portavano gigantesche maschere antigas piene di tubi e tubicini. Il camminare impacciato era causato dai pesanti stivali anticontaminazione pieni di piombo, simili agli scarponi rigidi degli sciatori. La donna notò anche che indossavano una specie di tuta dalla quale pendevano vari strumenti e altri oggetti. E la figura in testa, per una qualche ragione che forse solo lei conosceva, stava agitando qualcosa che assomigliava al manganello usato dalla polizia francese. Poiché la curiosità non era sufficiente per indurla a indagare sulla situazione — e qui pensò che si trattasse più probabilmente di qualcosa della difesa civile che non di uno sbarco da un disco volante — il Segretario per il Commercio scappò a gambe levate, attraversò sempre correndo Constitution Avenue vuota e si diresse rapidamente verso il Mall che porta ai piedi del Campidoglio.

Ormai quasi senza fiato, raggiunse una panchina di legno vicino allo Smithsonian Institute. Seduta sulla panchina poté esaminare con comodo gli edifici governativi che sorgevano a nord e a sud del Mall. Sembravano tutti in perfetto ordine. La scia rossa che aveva colpito Washington poteva aver fatto ciò che voleva, ma certo non aveva danneggiato gli edifici. Il Segretario per il Commercio cercava di spiegarsi in qualche modo questo fatto quando una voce rauca esclamò: «Pentitevi! La fine del mondo è vicina!»

La voce rauca apparteneva a una figura in stracci che sedette accanto a lei.

«C’è stata una grande esplosione?» chiese lei.

«Noi siamo le due uniche persone rimaste vive in tutto il mondo. Dio ha colpito con mano pesante Sodoma e Gomorra», fu la poco confortante risposta.

«L’ha visto succedere?»

«Il mondo è una breve illusione. Preparatevi al regno dei santi.»

«E’ vicino?»

«La domanda parve sconcertare il vagabondo in stracci che disse ora in tono perplesso:

«Gli empi sono appassiti come tanti allori verdi».

«Perché sono appassiti gli empi?»

«Perché il Signore viene per liberare il mondo da coloro che peccano contro di Lui.»

Il Segretario per il Commercio, vedendo che la conversazione non aveva sbocco, estrasse un biglietto da dieci dollari da un borsellino che portava sempre addosso. Poi si alzò consegnando il denaro all’uomo in stracci. Mentre si allontanava, la voce rauca ripeté: «Pentitevi! La fine del mondo è vicina!»

Al Segretario per il Commercio vennero improvvisamente in mente le luci ammiccanti dei silos corazzati, e anche i missili Cruise e Pershing che erano stati lanciati. Fatta questa terrificante riflessione, arrivò alla conclusione che l’uomo in stracci era stato molto probabilmente profetico.

62

Isaac Newton si era sbagliato. Le lancette dell’orologio sulla torre di Edoardo Terzo si spostarono lentamente, con infinita lentezza, verso le tre. Quando l’orologio batté di nuovo l’ora, il rettore brontolò: «Per fortuna, lei qualche volta sbaglia. Speriamo di arrivare alle tre e un quarto».

Così di quarto d’ora in quarto d’ora, tutti rimasero in attesa nella lunga sala al primo piano del Trinity Lodge. Poi, il Cancelliere ritornò con notizie brutte.

«Vari Cruise sono stati lanciati. Arriviamo troppo tardi per fermarli tutti», disse, rivolto a Isaac Newton.

«Se prima qualcosa si poteva ancora salvare; adesso direi proprio di no», fece il rettore, rassegnato.

Come per difendersi dall’improvvisa sensazione di gelo che si era diffusa, il rettore condusse la comitiva nella sua «tana» personale dove la legna era già preparata nel caminetto. Quando gli altri si mossero per aiutarlo mentre si piegava sulle ginocchia per accendere il fuoco, il rettore fece cenno di allontanarsi, annuendo lentamente, come se stesse parlando tra sé: «No, faccio da solo. Da ragazzo andavo a pescare le trote e poi le cucinavo su un fuocherello all’aperto. Questa potrebbe essere l’ultima volta che ne accendo uno. Peccato che non ci siano trote».

Quando il fuoco cominciò a crepitare — la legna era secca — Sir Harry Julian, invitato dal rettore, prese posto su una grande poltrona e poi, tra lo sbalordimento generale, si addormentò.

«E’ con questo spirito che è stato costruito l’Impero Britannico, quello di una volta. I giovani, naturalmente, non lo ricorderanno», disse il rettore in tono beffardo. «Il guaio di questi tempi consiste nel fatto che esistono solo le discoteche, sempre aperte, in orario e fuori orario. Nessuno riposa. Nessuno sta tranquillo. Nessuno russa», continuò quando il respiro di Sir Harry cominciò a farsi sentire. ««Fin-de-siècle. Fin» di tutto.»