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Data la pubblicità fatta attorno al caso, la corte del Coroner si riunì nell’aula più grande della Guildhall, il municipio di Cambridge, un locale in cui il motivo dominante era costituito dal legno: sia i pannelli che ricoprivano le pareti, sia le panche erano di legno. Isaac Newton, che era entrato insieme col rettore del Trinity, sentì un funzionario dire a un suo collega con fierezza: «Avremmo potuto riempire anche un locale dieci volte più grande».

Effettivamente la folla traboccava. Isaac Newton e il rettore si fecero largo nella seconda fila, dove erano stati loro riservati i posti, proprio di fronte al Coroner.

«Questo è il momento di gloria per il Coroner, il giorno atteso per tutta la vita», osservò il rettore.

«Che studi ha fatto?»

«Medicina, e anche un po’ di legge, immagino. Vedo che ha preparato per benino il suo piano», rispose il rettore indicando la voluminosa cartella di cuoio che Isaac Newton aveva portato con sé.

«Sarebbe meglio dire che sono più preparato a contrastare i piani altrui che a difendere un mio piano particolare», rispose Isaac Newton, osservando le facce in giro per vedere se ne riconosceva qualcuna. Il decano, il cappellano del Saint John’s College, il portiere di notte signor Kent, il portiere del Saint John, due colleghi che avevano lavorato con Mike Howarth al laboratorio, e Clamperdown. Questi era in animata conversazione con un uomo che aveva l’aria di essere un legale. Poiché altri si univano di tanto in tanto al parlottare dei due Isaac Newton ebbe l’impressione che il Consiglio delle Ricerche fosse ben rappresentato.

Il sergente che aveva buttato così frettolosamente Isaac Newton giù dal letto comparve anche lui, equipaggiato con varie carte e un taccuino. Il sottufficiale sedette tranquillamente dimostrando di essere un professionista abituato a simili situazioni, e rimase immobile. Chi non si vedeva era l’ispettore Grant, dal che Isaac Newton dedusse che la polizia doveva aver deciso di non intervenire per il momento, politica che anche Clamperdown avrebbe fatto meglio ad adottare, pensò Isaac Newton. La stampa e la televisione occupavano evidentemente una buona parte dei posti disponibili, un po’ perché sapevano come farsi largo in quasi ogni situazione e un po’ perché erano arrivate alla Guildhall abbastanza per tempo.

Isaac Newton lasciò divagare la mente mentre arrivava il Coroner con un gruppo di funzionari e venivano scelti i giurati. Durante la settimana appena trascorsa aveva parlato varie volte con Frances Haroldsen servendosi di telefoni di alberghi sparpagliati nei dintorni, nel timore che le linee del laboratorio fossero sorvegliate per ordine di questo o quel ministero. Isaac Newton non gradiva affatto questo sistema, e siccome non lo gradiva, ebbe cura di telefonare e farsi telefonare in località che sfuggivano alla fantasia dei burocrati. In parole povere: Isaac Newton preferiva esagerare nelle cautele anziché esser fatto fesso.

Frances Margaret gli aveva raccontato che la decrittazione dei messaggi a base di punti e linee stava procedendo speditamente, e poi l’aveva fatto quasi impazzire dicendo che Kurt Waldheim aveva fatto una scoperta che gli avrebbe permesso di interpretare i segnali stessi. Alla sua insistente richiesta di essere messo al corrente della natura della scoperta, Frances aveva risposto dolcemente che doveva avere pazienza perché si trattava di cose troppo complicate per essere spiegate per telefono. Inoltre, senza vedere i dati, qualsiasi tentativo di spiegarli sarebbe stato privo di senso, aveva soggiunto Frances Margaret. Isaac Newton dovette ammettere, seppure riluttante, che questo era probabilmente vero.

Così, durante i quattro giorni precedenti aveva fatto lavorare furiosamente il cervello per immaginare che cosa Waldheim avesse scoperto, un lavorio mentale frustrante che non gli aveva migliorato l’umore. Tanto per non andare troppo per il sottile, era arrivato all’inchiesta piuttosto incavolato, pronto a tirar fuori dalla manica, o meglio dalla cartella, qualche trucchetto non certo concepito sui campi di gioco di Eton.

Il primo testimone a essere chiamato fu il signor Kent che descrisse la macabra scoperta del cadavere nella cappella con una disinvoltura che non aveva provato sul momento. Isaac Newton, notando l’avidità con la quale le prime parole del signor Kent venivano registrate da tutti quelli che lo circondavano, ebbe la sensazione di rilassarsi un po’ troppo. Poi, l’occhio gli cadde su una faccia che gli era familiare: Featherstone, il professore di veterinaria.

Il signor Kent si era recato immediatamente dopo la scoperta del cadavere alla portineria dell’ingresso principale, da dove aveva telefonato al decano. Questi, poiché risiedeva al College, era arrivato poco dopo in portineria. A questo punto toccò al decano raccontare il seguito della storia. Aveva immediatamente telefonato alla polizia e a un medico che conosceva. Il signor Kent e lui erano poi ritornati alla cappella, ma per non lasciare incustodita la portineria avevano chiesto al portiere di notte del Saint John’s College — distante solo pochi metri — di venire lì, in modo da far entrare la polizia al suo arrivo.

Il primo a comparire era stato un agente di polizia. Dando prova di perspicacia, gli ci era voluto poco a capire che la situazione era talmente insolita da richiedere la presenza di un maggior numero di rappresentanti del corpo. Così aveva avvertito con la ricetrasmittente il suo diretto superiore, sergente Atkinson. Al che era arrivato il sergente Atkinson con un altro agente di polizia.

A un certo punto, il portiere di notte del Saint John non era stato più capace di frenare la propria curiosità. Aveva raggiunto anche lui la cappella e riconosciuto — o pensato di aver riconosciuto — nel defunto un professore residente nel suo College, il dottor Howarth. Così era stato chiamato il cappellano del Saint John. Il cappellano aveva confermato l’identificazione effettuata dal portiere di notte e detto, in risposta a una domanda rivoltagli dal sergente Atkinson, che il morto era un professore di fisica impiegato al Cavendish Laboratory. Subito dopo, il decano si era premurato di informare il sergente che il nuovo responsabile del Cavendish risiedeva lì nel College, a pochi passi. Il sergente Atkinson aveva buttato fuori dal letto Isaac Newton e anche questi si era aggiunto alla comitiva nella cappella. Questa fu la storia che venne fuori man mano.

Ripensando a ciò che era accaduto — tutte cose che sul momento gli erano parse abbastanza logiche — , e riesaminando la faccenda alla luce del sole, Isaac Newton trovò piuttosto esagerato tutto quell’andirivieni. Di fronte a una situazione all’apparenza inesplicabile, la reazione era stata quella di aggiungere alla comitiva una persona dopo l’altra, presumibilmente nella speranza che l’inspiegabile diventasse spiegabile all’arrivo di ogni nuovo individuo. Quando il sergente Atkinson salì al banco dei testimoni per descrivere la comparsa di Isaac Newton nella cappella, il Coroner stesso raggiunse il punto di saturazione. Alzando gli occhi dal blocchetto sul quale stava prendendo appunti, chiese:

«Sergente Atkinson, vogliamo stabilire una cosa? Finora abbiamo sentito il signor Kent, il decano del Trinity College, il cappellano del Saint John’s College, il portiere di notte del Saint John, l’agente Green, l’agente Reddaway, lei stesso e anche il professor Newton. Esatto? Ci sono «tutti»?»