«Da circa due settimane.»
«Lei è ritornato a Cambridge dall’estero?»
«Sì, dalla Svizzera.»
«Così, non conosceva bene il defunto?»
«Praticamente non lo conoscevo affatto. Ho parlato con lui una sola volta, nel pomeriggio del mio primo giorno al laboratorio. Disse che aveva un’estrema urgenza di vedermi.»
«A che proposito?»
«A proposito dei suoi interessi scientifici, che erano stati gravemente danneggiati dalla rescissione del contratto con uno dei consigli di ricerca. Era sconvolto.»
«Che scopo aveva la discussione con lei?»
«Sperava che avrei tentato di persuadere il Consiglio delle Ricerche a revocare la propria decisione.»
«E lei, si era offerto di farlo?»
«No, affatto. Gli dissi che un capovolgimento della posizione assunta dal Consiglio delle Ricerche era secondo me inverosimile, e i fatti mi hanno dato ragione. Effettivamente ho discusso la faccenda il giorno dopo con un rappresentante del Consiglio. Il mio intervento a favore del dottor Howarth si rivelò, come del resto mi aspettavo, inutile.»
«Quale fu allora la conclusione della discussione con il dottor Howarth?»
«Lo incoraggiai a studiare il materiale scientifico che possedeva già invece di preoccuparsi tanto dell’acquisizione di altro materiale. Il desiderio di accumulare sempre più materiale è fortissimo in molti giovani scienziati. In un certo senso, la bramosia di acquisire dati sostituisce il lavoro più faticoso di interpretarli. Pensai che Howarth soffrisse di questa sindrome.»
«Lei ha detto che era sconvolto.»
«Sì, decisamente.»
«Non ha sospettato che potesse tentare di uccidersi?»
«No, non mi è venuto in mente, forse perché giudicavo la situazione da un punto di vista che si potrebbe definire quotidiano, cioè che si presenta molto spesso. Mi dispiace di non aver intuito questa possibilità.»
«Potrebbe spiegare alla corte, nei termini più semplici possibili, di quali argomenti scientifici si trattava?»
«Howarth riteneva di aver scoperto segnali intermittenti con l’attrezzatura installata su un satellite, segnali provenienti da una cometa di passaggio. La cometa di Boswell.»
«Ha trovato strana questa ipotesi?»
«Molto strana. Quando ho fatto un certo numero di obiezioni, il dottor Howarth ha risposto in maniera coerente alle mie critiche, il che del resto è abbastanza normale. Gli autori di teorie strane di solito sono sempre in grado di rispondere alle obiezioni più ovvie e immediate. Altrimenti nessuno li ascolterebbe.»
«Che obiezioni ha mosso lei?»
«Gli ho fatto rilevare che i segnali potevano provenire da un altro satellite.»
«E lui, che cosa ha risposto?»
A questo punto, Sherbourne, l’avvocato, interruppe l’interrogatorio: «So che lei mi comprenderà, signore, se rivolgo una richiesta alla corte riguardante la piega presa dall’interrogatorio».
«Dica, signor Sherbourne.»
«L’indagine sta esorbitando in un campo che potrebbe essere definito delicato dal punto di vista della sicurezza nazionale. Se l’interrogatorio dovesse continuare su quest’argomento chiederei che il procedimento proseguisse a porte chiuse.»
Un po’ per l’inatteso intervento di Sherbourne e un po’ a causa dell’intenso mormorio che si udiva in aula e che costrinse un funzionario a esclamare: «Silenzio! Silenzio, «per favore»!», il Coroner rimase per un attimo interdetto. Approfittando del momento in cui il mormorio si stava spegnendo, Isaac Newton levò in alto una cartella.
«Ho qui il testo della mia conversazione con il dottor Howarth e con un funzionario del Consiglio delle Ricerche. Posso suggerire che questa trascrizione venga messa agli atti anziché proseguire nell’interrogatorio?»
«Il testo riproduce parola per parola ciò che è stato detto?»
«Sì. Inoltre ho qui i nastri dai quali è stato tratto, e su cui si possono sentire le voci.»
Isaac Newton sollevò, perché tutti potessero vedere, due delle cassette sulle quali Frances Haroldsen aveva riportato le registrazioni illecite nel suo ufficio.
Sherbourne si sottrasse in fretta alla trappola nella quale era caduto dicendo: «La proposta del professor Newton si adegua benissimo alla situazione, purché questo materiale venga considerato strettamente confidenziale».
«Naturalmente, signor Sherbourne. Professor Newton, lei ha niente in contrario?»
«Non ho nulla in contrario che il materiale venga consultato con certe misure restrittive», rispose Isaac Newton consegnando a un funzionario della corte la trascrizione e le cassette. «Tuttavia sarebbe difficile garantire che le varie altre copie esistenti possano essere tutte raccolte e confiscate. Sempre che questo rientri nei poteri discrezionali della corte.»
«Evidentemente «non» rientra», rispose il Coroner. «Questa corte si prefigge di determinare la causa della morte del dottor Howarth, non di occuparsi di problemi di sicurezza. Va da sé che la corte prenderà tutte le misure ragionevoli e prudenti entro i limiti della propria giurisdizione. Comunque non posso certo ordinare a lei, professor Newton, di distruggere le sue carte personali, o di confiscarle. Si tratta evidentemente di una faccenda di cui devono occuparsi altri organi.»
«Se ne occuperanno», intervenne Sherbourne in tono asciutto.
Isaac Newton fu sul punto di gridargli: ««Ma sta’ zitto! Non vedi che stai impiccandoti con le tue mani?»» Nessuno poteva impedire ora alla stampa di entrare in possesso di copie della conversazione avuta da lui con Mike Howarth o Clamperdown.
Interrotto dall’intervento di Sherbourne, il Coroner tornò a occuparsi della scoperta del cadavere di Howarth e della visita di Isaac Newton alla cappella in compagnia del sergente Atkinson e degli altri.
«Mi manca il nome della signorina che si trovava in sua compagnia, professor Newton», disse il Coroner con l’aria di chi debba affrontare un argomento fastidioso.
«Se lei ritiene che la conoscenza del nome sia rilevante ai fini della corte, glielo dirò», rispose Isaac Newton.
Dopo aver riflettuto per un po’, il Coroner sorrise e annuì. «Forse stavo solo cedendo agli impulsi di una volgare curiosità. Così eviterò la domanda soprattutto perché la sua tardiva comparsa in scena nella cappella conferisce alla sua testimonianza un carattere sussidiario rispetto a quella dei testimoni precedenti. Ciò che invece devo chiederle, visto che è uno scienziato ricco di esperienza, è se ha notato qualcosa che non era balzato all’occhio degli altri.»
«Mi duole di dover ammettere che la mia esperienza scientifica non si è rivelata all’altezza di quelle strane circostanze. Ho fatto l’errore di guardare troppo il corpo di Howarth e troppo poco la tastiera dell’organo.»
«Perché avrebbe dovuto farlo?»
«Per scoprire come era stato premuto il tasto che provocò il suono lamentoso udito dal signor Kent.»
«Ha delle opinioni in proposito?»
«Sì, ma è troppo tardi, temo.»
«Nonostante ciò, la corte gradirebbe conoscere la sua opinione, professor Newton.»
«Secondo me è impossibile che il tasto sia stato premuto dal cadavere, una cosa che pensavamo tutti in quel frangente.»
«E allora?»
«Così il tasto dev’essere stato premuto, a mio avviso, e poi bloccato.»
«Secondo il sergente Atkinson non è stato trovato alcun oggetto atto a bloccare il tasto.»
«Per cui il materiale bloccante dev’essersi sciolto, come il comune ghiaccio, o essere evaporato nell’atmosfera, come il ghiaccio secco. Avrei dovuto esaminare la tastiera per trovare eventuali tracce di una sostanza simile.»