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Nulla di quanto era avvenuto fino a quel momento aveva preparato Isaac Newton alla scena che accadde non appena ebbe superato la dogana dell’aeroporto di Ginevra. Mentre Frances Haroldsen si avvicinava di corsa e lo abbracciava con slancio, parecchi flash di macchine fotografiche scattarono tutt’intorno.
«Questi tipi mi stanno dietro da giorni», mormorò lei, dirigendosi subito verso Rosie Waldheim, che reggeva una borsa colma di grandi pesche mature. E afferrando una pesca, Frances Margaret la scagliò contro uno dei fotografi con l’energia e l’abilità di un giocatore di baseball. Seguirono altre pesche. Poi arrivò un poliziotto che gridava ad alta voce delle frasi in tedesco anziché in francese, il che già era strano per Ginevra.
Kurt Waldheim era un uomo ben piantato, di alta statura, con la fronte ampia sormontata da un ciuffo ribelle di capelli biondi, in contrasto con la moglie che aveva una corta zazzera di capelli neri. Fu lui che riuscì a tradurre le osservazioni del poliziotto, buttando tutto sul ridere, come sempre faceva.
«Non è per i fotografi che si preoccupa, ma per le pesche schiacciate a terra. Vuol sapere chi pulirà.»
«Beh, penso io a pulire», rispose Frances Margaret immediatamente.
Seguì un ulteriore alterco in tedesco che Kurt Waldheim pensò a tradurre anche stavolta con la sua voce pacata e ferma.
«Dice che non si aspetta da te un lavoro ben fatto. Così devi pagare per la pulizia. Ogni pesca che hai lanciato ti costerà cinque franchi. Vuol sapere quante pesche hai gettato.»
«Sette, penso.»
Frances Margaret tirò fuori i trentacinque franchi svizzeri, osservando: «Nessuna meraviglia che la loro valuta sia così solida».
Nel frattempo, il poliziotto redasse con molta serietà la ricevuta che poi consegnò con un cenno della testa in cambio dei soldi.
Stavano dirigendosi verso l’uscita dell’aeroporto quando si rifece vivo il poliziotto, che, correndo, si avvicinò a loro. Dopo una breve conversazione con Kurt Waldheim, l’uomo scomparve, questa volta definitivamente. Quando furono in macchina, con Rosie al volante, Kurt si girò sorridendo verso i sedili posteriori e riferì a Frances Margaret e a Isaac Newton: «Il poliziotto è ritornato per chiedere se la signorina era una diva del cinema. Gli ho risposto di no, non che io sapessi, e lui allontanandosi ha commentato: ’Beh, credo che lo sarà presto!’»
Quattro ore più tardi, Isaac Newton e Kurt Waldheim erano seduti sul terrazzo dello châlet di Waldheim sopra Wengen; davanti a loro era lo scenario in cui Rosie aveva conseguito i suoi più grandi trionfi quando era campionessa di sci.
Le due donne erano scese in paese per fare la spesa, lasciando i due uomini spaparanzati sulla veranda dello châlet, con lo sguardo perso nella contemplazione della parete della Jungfrau, come avevano già fatto vari mesi prima. Isaac Newton rimase colpito dalla riflessione che, di tutte le più imponenti montagne del mondo, le Alpi erano le uniche accoglienti per l’uomo. I ghiacciai dell’ultimo milione di anni erano venuti e passati, scavando ampie vallate anziché stretti precipizi impercorribili che sarebbero stati altrimenti scavati per erosione dai torrenti e dai fiumi. Poi, le ampie vallate si erano coperte di sedimenti che permisero all’erba, ai raccolti e ai fiori di crescere in profusione al caldo sole estivo. E persino nelle estati più calde non veniva mai a mancare l’acqua, perché con il progressivo aumento del calore si scioglieva una sempre maggiore quantità di neve e ghiaccio sulle cime. Tutto funzionava in modo troppo perfetto per poter essere attribuito a un semplice caso.
«La tua giovane amica è dotata di altre abilità oltre a quella di saper lanciare pesche. A volte è un po’ impulsiva, mi pare.»
«Suo padre è un ammiraglio e la sua, credo, è una reazione all’ambiente familiare.»
«Ah sì, la temuta disciplina della Marina», annuì Kurt Waldheim. «Quando ero in California mi hanno raccontato di un’esercitazione della Marina americana al largo della Punta di Monterey. C’erano molte navi che seguivano la stessa rotta, in fila l’una dietro l’altra; sfortunatamente, quella di testa per un errore di rotta andò a incagliarsi contro gli scogli della costa. La disciplina nella Marina era allora tanto ferrea che, fin quando non giunse l’ordine di cambiare rotta, le altre navi proseguirono implacabilmente, incagliandosi a loro volta sugli scogli una dopo l’altra. Il risultato fu che al ricevimento del nuovo ordine già si contavano undici navi tra affondate o in avaria. Credo si debba a questo incidente l’origine del famoso detto: ’La Marina degli Stati Uniti non commette mai errori «banali»’.»
«Che cosa ha combinato allora Frances Haroldsen, oltre a lanciare pesche?»
«Beh, una volta riordinati i dati da lei portati al CERN ha notato che in realtà c’erano quattro tipi di impulsi, non solo due. Al che ne ha misurato la lunghezza e ha scoperto che erano suddivisi in proporzioni strettamente geometriche. Facciamo che quello più breve sia un punto: il successivo un po’ più lungo ha due volte la durata di un punto, il successivo ancora un po’ più lungo ha la durata di quattro punti e l’impulso più lungo dura otto volte di più del punto. Proseguendo l’analisi scoprì che questa progressione diveniva sempre più precisa. Così le è venuta l’idea di invertire la situazione. Supponendo che la lunghezza degli impulsi progredisse con un rapporto di uno a due, era possibile rendere ancora più comprensibile la registrazione. Ciò che all’inizio era sembrato più che altro un rumore alla fine è diventato abbastanza intelligibile. E’ stato allora che anch’io ho cominciato a interessarmi ai segnali della cometa.»
«Allora sei convinto che vengano dalla cometa?» chiese Isaac Newton, un tantino sorpreso.
«Sì, per motivi che ti spiegherò. Anche se in partenza non ero di quest’idea, ovviamente.»
«Continua, m’interessa», lo sollecitò Isaac Newton quando Kurt Waldheim s’interruppe con una lunga pausa a effetto.
«Lo immaginavo. Beh, Isaac, il motivo per cui gli impulsi più lunghi e quelli successivi ancor più lunghi non saltarono all’occhio che al momento in cui la registrazione era stata ’ripulita’ consiste nel fatto che vengono usati con molta parsimonia. Circa un impulso su trenta è del tipo più lungo e circa uno su dieci appartiene alla successiva specie meno lunga. D’altra parte, gli impulsi più brevi e quelli appena meno brevi sono pressappoco ugualmente frequenti, solo che quelli appena meno brevi lo sono in misura che supera di qualche punto in percentuale quelli più brevi. Capisci che cosa deve significare questo?»
Isaac Newton rifletté per un po’ e rispose: «Quasi sicuramente vengono trasmessi dei numeri, e la più universale maniera per esprimere un numero è quella di esprimerlo in forma binaria, così come i numeri vengono espressi in un computer. Beh, se tu scrivessi molti numeri in forma binaria, i numeri zero e uno sarebbero quasi uguali. Solo che i numeri uno soverchierebbero di pochissimo gli zero. Questo perché ogni numero deve cominciare con uno se viene espresso in forma binaria. Così ne deduco che gli impulsi più brevi sono degli zeri e quelli appena meno brevi dei numeri uno».
«Sì, e puoi anche dedurre che quasi tutti i numeri devono essere piuttosto lunghi, con molte cifre, altrimenti i numeri uno sarebbero presenti ancor più di quanto siano. Beh, arrivato a questo punto», continuò Kurt Waldheim, «ho provato a dare un’occhiata agli impulsi più lunghi e ho scoperto che erano seguiti invariabilmente da un numero uno, mai da uno zero. Il che mi ha rivelato che gli impulsi più lunghi dovevano segnare l’inizio dei numeri.»