Выбрать главу

«Un po’ non volevo che la notizia si risapesse e un po’ perché, quando hai una bottiglia di vino buono, non la bevi tutta d’un fiato. Inoltre continuo ad avere una strana sensazione.»

«Quale?»

«C’è qualcosa di estremamente curioso che non abbiamo ancora visto.»

L’indomani mattina Frances Haroldsen e Isaac Newton stavano terminando di lavare i piatti della prima colazione e un forte vento martellava la porta del cottage.

«Beh», esclamò Frances Haroldsen quando ebbero finito, «oggi abbiamo parecchio da fare. Perciò, al lavoro! Mi domando solo se dobbiamo uscire prima di metterci all’opera? La radio annuncia un’autentica tempesta per il pomeriggio e la serata.»

«Possiamo lavorare durante la tempesta. Non ci farà male una passeggiatina di mezz’ora sulla spiaggia, per schiarirci le idee», decise Isaac Newton.

S’imbacuccarono ben bene e, superata la duna tra il cottage e il mare, s’inoltrarono controvento fino a pochi metri dalla battigia. Ovunque lungo la spiaggia le ondate si susseguivano infrangendosi con un improvviso schianto, e ogni schianto era seguito dal rumore insolitamente inquietante dei ciottoli smossi. Proseguirono per quasi un chilometro e mezzo prima di ritornare verso il cottage. C’erano pochi uccelli in giro e quei pochi sembravano avere molta fretta di raggiungere un rifugio. La pioggerella fine si trasformò in pioggia vera.

Una figura scura era apparsa tra loro e il cottage.

Guardando in direzione della figura, Frances Margaret puntò il dito e disse: «Mi viene in mente quel personaggio con il piede caprino nel «Peer Gynt» di Ibsen».

«In tal caso bisogna dargli un’occhiata», grugnì Isaac Newton.

Quando si avvicinarono alla figura videro che era un uomo con in testa un colbacco di astrakan. L’osservazione di Frances Margaret a proposito del piede caprino indusse Isaac Newton a dare un’occhiata alle estremità dello sconosciuto. Questi, strano a dirsi, portava scarpe eleganti e indossava un abito da città semicoperto da un sottile impermeabile di plastica. Dall’angolo della bocca gli pendeva una sigaretta fumata a metà, bagnata dalla pioggia.

«Avete visto il peschereccio affondato?» chiese l’uomo guardando il mare mentre il professore e la ragazza si avvicinavano.

«Francamente, no», rispose Frances Margaret.

«Abbiamo avuto una segnalazione che è affondato con tutto l’equipaggio.»

««Chi» ha avuto una segnalazione?» s’impose di chiedere Isaac Newton. In risposta, l’uomo affondò la mano nella giacca attraverso lo scollo dell’impermeabile, facendo pensare a Isaac Newton che stesse per estrarre una pistola tenuta sotto l’ascella. Ma la mano emerse con un cartoncino bianco lungo circa cinque centimetri e largo due e mezzo, un biglietto da visita.

«Sono Tommy Taylor dell’«Observer». Sono stato mandato a indagare a proposito di questo peschereccio. Telefonatemi se doveste vederlo o sentirne parlare. Tutti conoscono Tom Taylor dell’«Observer».»

Poi, il tipo si allontanò lungo la spiaggia, sempre con lo sguardo rivolto al mare.

«Piede caprino!» gridò Isaac Newton mentre lui e Frances Margaret si toglievano gli abiti fradici per indossare dei capi di grossa lana. La ragazza si contorceva dalle risate.

«Penso che le scarpe fossero di Gucci!» riuscì a dire tra uno scoppio di risa e l’altro.

«Effettivamente sarebbe proprio la giornata adatta per contrabbandare un po’ di droga, a ripensarci. E in tal caso ci vorrebbe un peschereccio.»

«Che sia uno dei servizi segreti?»

«Se lo è, l’ufficio per il quale lavora merita di avere successo.»

Dopo questa divertente osservazione di Isaac Newton, badarono a bloccare la porta del cottage con la sbarra di legno, col pretesto di tenere a bada la tempesta.

Un’ora più tardi erano immersi nel problema della curva a U.

«Adesso ho tutte le equazioni», disse finalmente Isaac Newton.

«Perché allora non ti metti a preparare la colazione mentre io comincio a programmare?» propose Frances Margaret, soggiungendo: «Mi è venuta fame dopo tutto quel vento sulla spiaggia, e per colpa del peschereccio affondato, naturalmente».

Isaac Newton finì di lavare i piatti dopo il pasto. Poi aggiunse altra legna al fuoco.

«Incomincio a capire perché il lavoro della donna non finisce mai. Come vanno le cose?»

«Niente male», rispose Frances Margaret, seduta davanti al computer. «Sono quasi pronta a cominciare.»

Ci volle qualcosa come dieci minuti perché il computer si mettesse a calcolare sul serio. La stampante era attivata. Dapprima uscì una tabella di numeri. Poi venne fuori una curva a forma di U.

«Beh, per lo meno siamo riusciti a ottenere una curva a U», osservò Frances Margaret. «Ma d’altra parte il risultato era scontato supponendo che le tue equazioni fossero giuste e supponendo anche che il mio programma fosse giusto.»

«Che ne diresti di occuparti un po’ della cucina, tanto per cambiare, mentre io controllo a mano un paio di questi numeri?»

«Metti in dubbio il mio programma, professore?»

«Metto in dubbio i programmi di chiunque. Che ne diresti di fare un caffè?»

Isaac Newton, seduto accanto al fuoco, si mise a esaminare i fogli usciti dalla stampante e a far calcoli con l’aiuto di una piccola calcolatrice a mano. La tempesta sembrava aumentare di violenza, e quando Frances Margaret portò la cuccuma del caffè accanto al caminetto, qualcuno bussò con forza alla porta del cottage.

Isaac Newton balzò immediatamente in piedi, domandando con finta calma: «Chi potrà essere?»

«Non avevi detto che qui nessuno si faceva vivo per settimane?» chiese Frances Margaret mentre Isaac Newton cominciava a togliere la sbarra dalla porta.

«All’infuori del postino.»

«Forse è il postino.»

«O forse non lo è.»

Isaac Newton aprì la porta e si trovò davanti, fermo sulla soglia, un uomo robusto dai capelli grigi, sulla cinquantina, che indossava una giacca imbottita di colore chiaro e aveva in testa un berretto di maglia blu col pompon. Dal collo gli pendeva un binocolo, infilato in parte sotto la giacca. Lo sconosciuto entrò nel cottage con passo deciso, come se ne fosse il proprietario.

«Oh, pensavo che Howard Baker fosse qui. Ho visto il fumo alzarsi dal camino. Noi due andiamo spesso a osservare insieme gli uccelli.»

Isaac Newton si affrettò a sbarrare la porta, quasi per istinto, e poi ritenne che una spiegazione fosse necessaria: «Questo vento potrebbe portarsi via persino il cottage». Quindi proseguì: «Howard Baker ci ha ceduto la casa per pochi giorni. Sono un suo collega di Cambridge».

«Non avevo l’intenzione di disturbare», fece l’uomo, come per scusarsi, mentre estraeva il binocolo dalla giacca.

«Non si preoccupi», intervenne Frances Margaret. «Gradisce una tazza di caffè?»

«Beh, le sarò molto grato. Il vento è un po’ prepotente. Vedo che vi occupate di computer», soggiunse l’ospite, accennando con la testa al materiale che copriva il tavolo del cottage.

«Sì, in realtà. Più che di uccelli», convenne Isaac Newton.

«Dev’essere molto interessante. Se si conosce la materia. Per quanto tempo vi fermate?»

«Fino all’inizio della prossima settimana, se non mi richiamano a Cambridge. Quando avremo finito il lavoro che stiamo facendo, potremo dedicare un po’ di tempo agli uccelli. Baker mi ha detto di fare la posta a un paio di specie molto rare che vengono qui in questa stagione. Specialmente lo smergo rosso.»

Aggiustandosi il berretto di lana, l’uomo dai capelli grigi finì il caffè con un ultimo rapido sorso.

«Per vedere gli smerghi lei deve allontanarsi per un paio di chilometri dalla costa verso i canali interni di acqua dolce. Mi farà piacere indicarvi il punto. Vi andrebbe bene più avanti, durante la settimana? Beh, grazie per il caffè. Sarà meglio che vada. E’ probabile che la tempesta, prima di calmarsi, peggiori.»