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Non appena l’uomo dai capelli grigi se ne fu andato, Isaac Newton sbarrò di nuovo la porta. Poi si mise a chiudere le imposte delle finestre, dicendo: «Quel tizio aveva ragione. E’ probabile che la tempesta, prima di calmarsi, peggiori. Howard Baker ha detto che c’era qui un libro sugli uccelli. Pensi di poterlo trovare?»

Nel tempo impiegato da Isaac Newton per chiudere le imposte, Frances Margaret era riuscita a scovare il libro sugli uccelli.

«Questi libri», disse la ragazza indicando una piccola libreria, «sono pieni di muffa. Vediamo un po’ l’indice.» Poi, scorrendo con il dito le voci di una pagina dell’indice, proseguì: «Smergo bianco o pesciaiola, smergo maggiore, smergo minore o segatore; ma niente smergo rosso. E tu avevi detto smergo rosso, vero?»

«Proprio così. Ricordavo che Baker mi aveva detto di cercare l’albastrello rosso, così ho cambiato un po’ le denominazioni.»

«Il che significa che il tizio era un imbroglione. Il che significa che cosa, capo? Che siamo intrappolati in un cottage con la porta sbarrata e le finestre bloccate dalle imposte. Ma comunque in trappola.»

«Al termine di uno stretto viottolo da dove non possiamo andare in nessun posto se non al mare», ammise Isaac Newton. «E quel nostro amico che stava…»

«… cercando il peschereccio affondato. Hai detto che il suo ufficio meritava di avere successo, non è così?»

«E’ stato un errore, lo ammetto.»

«E il cottage in capo al mondo non ha telefono, naturalmente.»

«E’ proprio qui che hai torto, mia cara Frances Margaret.»

Isaac Newton rovistò in una delle scatole che Scrooge aveva caricato sulla macchina e finalmente tirò fuori un aggeggio elettronico.

«Una trasmittente. Possiamo chiamare la polizia quando vogliamo. Ed è a batteria. Così, anche se ci tagliano la corrente…»

Frances Margaret non attese la fine della frase, ma circondò di slancio con le braccia il collo di Isaac Newton. Dopo averlo baciato si ritrasse di un passo e lo guardò con il suo tipico sorriso birichino dicendo: «Ma guarda un po’ come siamo intelligenti!»

«E’ sorprendente, no?» rispose Isaac Newton con un largo sorriso. «Ecco, vedi, quando abbiamo staccato la trasmittente montata sulla macchina, mi sono reso conto che potevamo perdere il collegamento con i nostri amici. Per cui ho pensato che ci volesse qualcosa per scongiurare questo pericolo.»

«Se quelli che ci stavano seguendo erano tuoi amici, perché hai staccato l’apparecchio?»

«Perché non mi piace che qualcuno mi segua. Neppure i miei amici.»

«E adesso, che cosa facciamo?»

«Nessuno si muoverà finché dura la tempesta. Per cui ritorniamo a fare ciò che facevamo prima.»

La tempesta stava effettivamente infuriando con estrema violenza. Un autentico uragano investì il cottage facendo traballare le imposte attraverso le quali la pioggia giunse a sferzare i vetri.

«Allora, che cosa avevi trovato prima dell’interruzione?» chiese Frances Margaret.

«Beh, i calcoli da noi fatti sembrano giusti. Così cominceremo a confrontare la nostra curva a U con quella proveniente dalla cometa.» Isaac Newton porse vari fogli alla ragazza, soggiungendo: «Ho tracciato un programma schematico per estrapolare le unità e procedere alle rettifiche della scala».

Due ore più tardi, Frances Margaret, sempre ferma davanti al computer, lanciò un’occhiata maliziosa in direzione di Isaac Newton che aveva appena finito di accatastare ceppi di legna sul fuoco. La ragazza arricciò il naso e disse: «Se Dio vuole, questo è l’ultimo inghippo nel tuo programma, capo. Proviamo».

Frances Margaret premette il pulsante di accensione del computer e rimase a guardare per un po’. Poi, con aria soddisfatta — visto che il computer continuava a funzionare — la ragazza si allontanò dal tavolo e arrotolò le maniche del pullover.

«Almeno funziona stavolta. Adesso non dovrebbe metterci molto.»

La stampante cominciò a operare. Isaac e Frances stettero a guardare i numeri che uscivano. La ragazza si trovava in una posizione migliore per confrontare le coppie (T,Y) elaborate da loro con le coppie (X,Y) trasmesse dalla cometa.

«Dio mio, sono identici! I nostri numeri e i numeri della cometa. Fino a questo momento, non ne ero del tutto convinta. Ma sono «esattamente» identici», bisbigliò Frances Margaret. Quando la stampante ebbe finito di vomitare numeri, lei staccò parecchi fogli che porse a Isaac Newton.

Isaac Newton allungò la mano per prendere i fogli, ma chi si trovava davanti a lui e gli stava consegnando i fogli non era Frances Margaret. Era qualcosa di molto alto che brillava con un colore arancione acceso e che aveva una faccia grottesca come la maschera tragica greca. Quasi immediatamente l’immagine svanì e Isaac Newton poté vedere di nuovo Frances Margaret, non senza aver prima avvertito una fitta di calore lancinante. Il volto di Frances Margaret era contorto in una smorfia di terrore.

«L’ho vista «di nuovo». Eri tu», gridò la ragazza.

All’improvvisa vampata di calore seguì una sensazione di freddo gelido. Entrambi tremavano violentemente mentre raggiungevano la camera da letto al piano di sopra. Dopo essersi liberati delle scarpe, si coprirono con le coperte, aggrappati l’uno all’altra mentre la tempesta si scatenava in una furia senza precedenti. Torrenti di pioggia colpivano le finestre e il tetto del cottage come se le creste delle onde del mare stessero piombando loro addosso.

Un’ora prima, l’uomo dai capelli grigi con la giacca imbottita chiara e il berretto di lana con il pompon aveva raggiunto in macchina il vicino villaggio di Blakeney e aveva parcheggiato accanto a una cabina telefonica alla periferia del paese. Un osservatore occasionale avrebbe visto l’uomo con il berretto di maglia col pompon andare — una figura confusa a causa della scarsa illuminazione stradale — dalla macchina alla cabina telefonica. Un osservatore occasionale non avrebbe invece notato l’espressione soddisfatta dell’uomo mentre componeva il numero. Ma sempre l’osservatore in questione, ammesso che ci fosse stato nella strada deserta del villaggio, non avrebbe potuto fare a meno di vedere un’intensa macchia luminosa circondare improvvisamente l’uomo, la cabina telefonica e tutto il resto, fino a divenire una gigantesca apparizione di colore arancione.

Effettivamente c’erano «due» osservatori, ma non nella strada del villaggio bensì a meno di mezzo chilometro di distanza, seduti in un’auto della polizia. Uno dei due agenti era lo stesso poliziotto che il giorno prima aveva fermato la macchina di Isaac Newton.

«Chissà che cos’era quella roba?» chiese, rivolto al collega.

«Sarà meglio che andiamo a dare un’occhiata», rispose questi senza scomporsi.

La macchina della polizia attraversò lentamente il villaggio raggiungendo la periferia. Dopo aver superato la cabina telefonica, di nuovo immersa nella penombra a causa della scarsa illuminazione stradale, il primo agente borbottò: «Là c’è qualcosa di strano. Nella cabina telefonica».

«Allora faremo bene a tornare indietro e dare un’occhiata», suggerì il collega, sempre senza scomporsi.

I due si avvicinarono insieme alla cabina. All’interno si distingueva una sagoma oscura piegata in un’angolazione anormale. Uno degli agenti aprì la porta della cabina e lo scossone che ne derivò fece compiere uno sconcertante mezzo giro alla figura che si trovava all’interno. Il berretto di lana con il pompon, intatto, era posato su ciò che una volta era stata una testa; la giacca era anch’essa intatta, ma ciò che una volta era stato il volto dell’uomo dai capelli grigi con il binocolo era adesso privo di qualsiasi tratto umano. Aveva un colore marrone scuro ed era bruciacchiato come un giornale tenuto troppo vicino al fuoco.