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Una calma inquietante regnava l’indomani mattina quando Isaac Newton e Frances Margaret si alzarono dal letto verso le sette. Durante la notte avevano montato a turno la guardia con la ricetrasmittente a pile sempre accesa e sintonizzata sulla lunghezza d’onda della polizia, ascoltando istruzioni e risposte tra i vari centri e le macchine delle pattuglie sparpagliate in tutta la regione fino a Norwich. L’idea che bastasse un attimo per inserirsi in questa rete con un S.O.S. lanciato dal cottage li aveva confortati.

Dopo aver fatto rapidamente i bagagli, Isaac Newton si mise ad aprire con cautela le imposte delle finestre al primo piano una dopo l’altra. Non appena si convinse che nessuno era in agguato nelle immediate vicinanze del cottage, tolse la sbarra dalla porta e uscì all’aperto. Sapendo che Frances Margaret avrebbe immediatamente rimesso a posto la sbarra sulla porta dietro di lui in maniera da poter fare indisturbata, in caso di necessità, una trasmissione radio, Isaac Newton si rese finalmente conto del sinistro silenzio della mattinata. Tutto era ancora coperto di acqua. Quando provò ad assaggiarne qualche goccia, la trovò salata. Così, la tempesta della notte aveva effettivamente strappato le creste alle onde a qualche centinaio di metri di distanza.

La Mercedes sembrava essere stata parcheggiata sotto una cascata. Benché non si vedesse nessuno nel tratto di circa cinquanta metri di terreno scoperto che separava il cottage dai fitti cespugli di ginestra, mezzo esercito poteva esservi nascosto dietro. Ma il punto critico era la Mercedes: poteva essere stata sabotata o peggio. Isaac Newton guardò prima sotto il telaio. Poi, dopo aver fatto scattare il gancio di sicurezza del cofano, esaminò il motore, specialmente i cavi elettrici. Finalmente convinto che tutto era a posto, chiuse con un tonfo il portello del cofano, prese posto sul sedile di guida, inserì la chiavetta della messa in moto e la girò. Il motore partì subito, il che gli parve quasi strano dopo tanta tensione. Guidò la macchina accanto alla porta del cottage e tenne per qualche secondo la mano posata sul clacson.

Frances Margaret uscì con uno scatolone nel quale erano stati raccolti le più importanti schede con i dati, la documentazione e i fogli stampati dal computer e salì con un balzo sulla vettura, sistemandosi accanto ad Isaac Newton. Mentre questi si allontanava subito con una brusca accelerata, la ragazza disse: «Ce la siamo cavata in un attimo. Il resto dell’attrezzatura potremo venirla a prendere in seguito».

Lo stretto viottolo di accesso al cottage si snodava tra i cespugli di ginestra, procurando qualche altro momento di ansia ad Isaac Newton. Finalmente, il viottolo sfociò in una stretta strada a fondo artificiale che dopo un po’ sboccava in una strada più grande.

«Sembra che i nostri amici di ieri siano scomparsi. Mi domando perché», si chiese Isaac Newton con aria sorpresa.

Frances Margaret non ebbe modo di rispondergli perché, mentre entravano nel villaggio di Blakeney, trovarono la strada sbarrata da una macchina della polizia. Accanto alla macchina si trovava un agente, lo stesso che li aveva fermati due giorni prima. Isaac Newton agitò la mano in segno di saluto e l’agente rispose indicando con un gesto della mano che la Mercedes doveva fermarsi. Poi si avvicinò e posò il braccio sul finestrino aperto dalla parte di Isaac Newton, esattamente come aveva fatto la volta precedente.

«Spero che non le dispiaccia se l’ho fermata, professor Newton?»

«Lo dice a tutti? Un nuovo sistema di relazioni pubbliche?» chiese di rimando Isaac Newton.

L’agente non si accorse del leggero sfottò, o finse di non accorgersene, e proseguì: «E’ solo perché lei è uno scienziato».

Al primo agente si aggiunse subito lo stesso collega disinvolto della sera precedente, il quale entrò subito in conversazione.

«Abbiamo trovato un uomo colpito da un fulmine, professore.»

«Una brutta disgrazia», rispose Isaac Newton.

«E per di più un incidente decisamente strano», soggiunse il secondo agente.

«Perché strano?»

«Si trovava nella cabina telefonica quando è stato colpito», intervenne il primo agente.

«Ma nient’altro è stato toccato dal fulmine», soggiunse il secondo. «Il resto della cabina è rimasto intatto. Non doveva essere passato attraverso le pareti, il fulmine? Come succede con la gente in macchina?»

«O in un aereo», incalzò il primo agente.

Isaac Newton rifletté per un po’, rispondendo poi: «Se il fulmine avesse colpito la cabina, sarebbe dovuto passare attraverso le pareti metalliche. Ma se fosse arrivato tramite uno dei cavi telefonici?»

«Non avrebbe fuso il cavo?» obiettò il secondo agente.

«Un colpo in pieno avrebbe sicuramente fuso il filo, questo sì. Tuttavia immagino che la sola corrente indotta basterebbe per folgorare un uomo.»

«Mi dispiace parlare di queste cose in presenza della signorina», continuò il primo agente, affrontando finalmente la vera fonte della sua preoccupazione, «ma vede, professor Newton, non era il solito effetto che si riscontra quando una persona viene fulminata dalla corrente elettrica in casa. Il tizio è rimasto incenerito. Ma nient’altro è stato danneggiato. Neppure i suoi vestiti.»

«Persino il berretto che aveva in testa era OK», osservò il secondo agente con aria sbalordita.

«Che genere di berretto?» chiese immediatamente Frances Margaret, chinandosi verso Isaac Newton per guardare più da vicino i due agenti.

«Un berretto di lana.»

«Blu», annuì il primo agente, «con un grande pompon in cima.»

«Beh, ora sappiamo come stanno le cose, non ti pare?» osservò Frances Margaret dopo che, lasciati i poliziotti, ebbero percorso un paio di chilometri sulla strada.

«Che cosa sappiamo, Frances Margaret?»

«Perché non si è fatto vedere.»

«Un colpo di fulmine?»

«C’è da restare realmente perplessi, non è vero?» disse la ragazza in tono sommesso. «Il guaio è che non posso esprimerlo a parole. Non in maniera tale che abbia senso.»

«Anche a me capita di riflettere su certe cose. Certe riesco a tradurle in parole, altre no.»

«Che cosa riesci a tradurre in parole?»

«Beh, mi domando come Howard Baker sia riuscito a scrivere una buona parte del suo libro sul canto gregoriano in quel cottage.»

Dopo aver riflettuto sull’enigmatica osservazione senza riuscire a capirla, Frances Margaret resistette alla tentazione di chiedere una spiegazione e domandò semplicemente: «Dove dobbiamo andare?»

«A Princes Risborough.»

Dopo aver consultato la carta stradale per un po’, Frances Margaret disse finalmente con ritrovata fermezza nella voce: «Vuoi sapere una cosa? Se ti venisse in mente di concepire un sistema stradale con l’intenzione di rendere difficile l’accesso a Princes Risborough, non potresti immaginare di peggio. Questo è il motivo, immagino, per cui i Primi Ministri abitano lì».

«Sembra che abbiate compiuto sorprendenti ed entusiasmanti progressi da quando ci siamo visti l’ultima volta», disse il Primo Ministro quando Isaac Newton e Frances Haroldsen ebbero concluso un breve resoconto delle scoperte appena fatte. «Ho notato che c’era un articolo su voi due nell’«Observer». Tutto ingarbugliato, come al solito», soggiunse.

Con la sola differenza che ora Frances Margaret stava prendendo appunti, il luogo e le persone erano gli stessi della volta precedente: la biblioteca con il bar d’angolo nella residenza di campagna del Primo Ministro.

«Mi domando con sgomento che cosa ci aspetta ancora», intervenne il Cancelliere dello Scacchiere. «La cosa deve avere un seguito, immagino. Nella scienza sembra esserci sempre un seguito.»

«Quando il seguito manca, vuol dire che tutto rimane atrofizzato», annuì Isaac Newton.