«Grazie per aver preso tutte queste decisioni, professor Newton. Quando avrà scelto anche i membri della parte scientifica, potrà dire di aver in tasca tutt’e sei i membri del comitato. Chi, a parte lei, dovrà rappresentare la scienza?» chiese il Primo Ministro.
«Qualcuno con il quale ho lavorato per molti anni al CERN. E’ tedesco, ma non vedo che importanza dovrebbe avere, tanto più che, se vorremo avere a disposizione un satellite nel tempo che ci rimane, dovremo probabilmente collaborare con altre nazioni europee, magari con gli stessi tedeschi. Come sesto membro sceglierei qualcuno in rappresentanza dell’Università. Il rettore del mio College deve diventare, ritengo, Vicecancelliere il prossimo anno. E’ a lui che chiederei di far parte del comitato.»
Seguì un lungo silenzio, al termine del quale il Primo Ministro si rivolse al Cancelliere: «Beh, Godfrey, mi hai detto che secondo te questa faccenda potrebbe diventare molto importante. Che cosa hai da dire ora?»
«Secondo me, il comitato di controllo proposto offrirebbe le più ampie garanzie per la realizzazione del progetto, benché non sia del tutto sicuro di poter contribuire molto per quanto riguarda la mia persona.»
«Lei è troppo modesto», disse Isaac Newton, come se volesse stabilire un dato di fatto.
«Sarebbe un’iniziativa che farebbe molto chiasso», continuò il Cancelliere, «in parte a causa della natura spettacolare del progetto stesso e in parte perché ci allontaneremmo in maniera drastica dalla procedura normale, per cui la faccenda potrebbe avere significativi aspetti politici. Detto questo, dovremmo gettarci nell’impresa, sempre che il gioco valga la candela. Questa sarebbe la mia opinione, Primo Ministro.»
«Sì, beh», annuì il Primo Ministro, «sarebbe certamente qualcosa di diverso dalla normale routine di governo, non ti pare?»
Seguì un’altra lunga pausa di silenzio, interrotta anche questa volta da Isaac Newton: «Non so se in questo momento siamo in numero legale, ma c’è una decisione che dev’essere presa immediatamente. E’ il caso di divulgare gli sviluppi registrati fino a questo punto? O dobbiamo riservarci di parlarne in seguito?»
«Per quale motivo dovremmo aspettare?»
«Certi scienziati amano essere in possesso di risultati sin dall’inizio di un nuovo progetto, in maniera da avere già qualcosa in mano nell’eventualità di un fallimento del progetto stesso.»
«Perché deve fallire questo progetto?»
«Non possiamo escludere la possibilità.»
«Secondo me, sarebbe sbagliato cominciare con l’idea che l’iniziativa possa fallire Così propenderei per la pubblicazione, Godfrey. Che ne dici?»
«Sono d’accordo. Inoltre, i risultati ottenuti fino a questo momento metterebbero la gente in condizione di capire meglio ciò che stiamo facendo. L’aspetto delle pubbliche relazioni non può essere ignorato.»
«Quanto tempo ci vorrà perché tutto possa essere realizzato?» chiese il Primo Ministro.
«Circa quindici mesi.»
«In politica non ci si preoccupa «mai» di cose distanti quindici mesi», concluse il Primo Ministro.
Sulla via di ritorno verso Cambridge, Frances Haroldsen disse ad Isaac Newton: «Mi pare che ce la siamo cavata abbastanza bene».
Mentre alla residenza del Primo Ministro questi diceva al Cancelliere: «Credo, Godfrey, che ci siamo lasciati attirare in un’impresa molto intelligente. Ma se non dovesse andare a segno… chissà che conseguenze potrebbe avere?»
27
Il dottor Alan Bristow, direttore del settimanale scientifico «Nature», era seduto nella grande poltrona nera dell’ufficio di Isaac Newton al Cavendish Laboratory. Estratta una cartelletta dalla borsa portacarte, l’aprì e annunciò: «Come già immaginerà, professor Newton, sono venuto per discutere l’articolo «Sulla ricezione di segnali dalla cometa di Boswell» di M. I. Howarth, F. M. Haroldsen, lei stesso e K. Waldheim. Poiché stanno affiorando questioni piuttosto delicate, ho pensato di venire qui e discuterle a tu per tu anziché per telefono».
«Molto avveduto da parte sua, dottor Bristow.»
«Sì, beh, spero che conservi quest’opinione. Ma veniamo subito al sodo. La rivista «Nature» è disposta a pubblicare immediatamente, senza altre consultazioni, l’articolo, proprio come lei ci ha chiesto, ma a condizione che il titolo venga cambiato e che venga tolto qualsiasi accenno a segnali provenienti dalla cometa.»
Isaac Newton rimase a bocca spalancata. Poi, ripresosi dallo sbalordimento, riuscì a rispondere con calma: «Non sarebbe un po’ come presentare l’Amleto senza il principe di Danimarca?»
«Può darsi, ma lei non può pretendere che pubblichiamo un’ipotesi palesemente inaccettabile.»
«Vuol dire con questo che i calcoli sono sbagliati?»
Alan Bristow scosse vigorosamente la testa. «Nient’affatto. Anche se non li abbiamo controllati, siamo dispostissimi a considerare come privi di errori i calcoli.»
«O che Waldheim abbia decrittato in maniera sbagliata le registrazioni?»
«No, no. Accettiamo tutto come scontato.»
«Che cosa c’è, allora, che non va? A proposito, che cos’è un’ipotesi inaccettabile?»
«Un’ipotesi inaccettabile è un’ipotesi considerata inferiore a qualsiasi altra ipotesi capace di spiegare i fatti. Nell’ordine delle preferenze si trova all’ultimo posto.»
«Considerata inferiore da chi?»
«Dall’ambiente scientifico. La rivista «Nature» deve tenere buoni rapporti con l’ambiente scientifico. La nostra esistenza è condizionata dagli abbonati, di cui oltre la metà si trova negli Stati Uniti, per essere precisi. Ciò che voglio dire in realtà è che se la rivista dovesse affrontare tempi difficili, il Cavendish Laboratory certo non metterebbe mano al portafoglio per precipitarsi in nostro soccorso.»
«Anche se lo facessimo, il nostro portafoglio non arriverebbe molto lontano», ammise Isaac Newton. «Ciò che mi lascia perplesso», soggiunse, «è l’idea che qualsiasi altra ipotesi possa spiegare i fatti.»
«Ma sì! Howarth avrebbe potuto simulare i segnali per farli risultare come voi li avete trovati.»
«Ma il Consiglio delle Ricerche ha rescisso il contratto a causa dei segnali. Perché avrebbe dovuto fare una cosa del genere se i segnali non esistessero?»
«Oh, i segnali veri ci sono stati. Ma non erano quelli che Howarth ha fatto vedere a voi.»
«Che cosa dovremmo fare, allora, secondo lei?»
«Descrivere esattamente ciò che avete fatto. Né più né meno. Voi avete ricevuto da Howarth i supposti segnali provenienti dalla cometa. Li avete analizzati ottenendo coppie di numeri che poi avete scoperto in perfetto accordo con coppie di numeri calcolate osservando l’orbita della cometa. Ma niente illazioni o conclusioni: solo «fatti». Vede, professor Newton, se questo è un falso, non sarebbe la prima volta. Casi come questo vengono alla luce al ritmo di circa uno al mese, e potrebbe trattarsi solo della minuscola punta di un grande iceberg. Devo ammettere che capita quasi sempre nelle scienze biologiche, ma l’abitudine si sta diffondendo.»
«Devo confessare che questa possibilità non si è mai affacciata alla mia mente.»
«Perché lei appartiene a un settore della fisica dove il fenomeno è praticamente sconosciuto.»
Isaac Newton cominciava a vederci più chiaro. Picchiò il lapis sulla scrivania e disse: «Deve esistere un metodo per controllare ciò che lei dice. Il Consiglio delle Ricerche ha rescisso il contratto di Howarth perché avevano la prova che lui aveva ricevuto segnali senza averne l’autorizzazione. Howarth mi ha raccontato che qualche altro gruppo di ricerca dev’essersi rivolto a sua insaputa al Consiglio delle Ricerche presentando i segnali non autorizzati. Così, il Consiglio delle Ricerche dev’essere in possesso di quel materiale originale o, per lo meno, di una parte di esso. Un confronto con il nostro materiale rivelerebbe subito qualsiasi falsificazione».