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Isaac Newton era più che abituato ad aver a che fare con scienziati che attribuivano ai risultati del loro lavoro sperimentale significato o precisione maggiori di quelli effettivamente conseguiti. Era abituato alla rivendicazione di risultati illusori, dovuti semplicemente a effetti strumentali. Ciò che non aveva mai immaginato prima era il falso premeditato su vasta scala. Durante le tre ore appena trascorse una parte del suo cervello aveva tentato di respingere quest’idea. I calcoli effettuati da lui e Frances Margaret al cottage di Howard Baker combaciavano meglio con i risultati dichiarati se si usavano gli elementi più recenti dell’orbita della cometa di Boswell anziché gli elementi precedenti. Così Howarth avrebbe dovuto non solo produrre falsi, ma anche attribuire ai suoi falsi dati aggiornati. Ma perché no? Una volta che si cominciavano a nutrire simili sospetti, non c’era più limite.

Per due lunghe ore, fin dopo le undici, Isaac Newton rimase seduto a meditare sul disastro che poteva verificarsi. Il comitato ad alto livello, nato in seguito al suo intervento, sarebbe stato reso ridicolo, con ovvie conseguenze di natura politica. Lo slancio di cui era adesso permeato il Cavendish Laboratory sarebbe cessato, peggio che cessato. Era una situazione simile a quella succeduta allo scandalo del cranio di Piltdown, solo su scala più grande e più grottesca.

Isaac Newton era fortemente tentato di respingere simili pensieri, di continuare nella sua iniziativa. Ma, d’altra parte, se la situazione era veramente sbagliata, questo stato di cose non poteva che peggiorare, e con ritmo accelerato. Fino a quel momento non erano state spese ancora somme cospicue né erano stati firmati contratti di notevole impegno. Era ancora in tempo per tirarsi indietro ed evitare il disastro totale, anche se con la faccia coperta da uova marce. Il pensiero continuò a tornargli al Consiglio delle Ricerche con la prova del falso — o qualche altra prova — nascosta nei suoi archivi. Nella casa di Boulton cominciava a farsi sentire lo scricchiolio, come sempre a quest’ora della giornata. Il fenomeno interruppe le riflessioni di Isaac Newton. Mentre saliva lentamente al piano di sopra si rese conto che doveva rimangiarsi tutto, coprirsi il capo di cenere. Non c’era altro da fare. Doveva andare a parlare con il presidente del Consiglio delle Ricerche.

28

Da Cambridge a Swindon, dove aveva la sede il Consiglio delle Ricerche, trasferitosi lì dal centro di Londra alcuni anni prima, la strada seguiva un percorso piuttosto tortuoso attraverso la campagna. Ma le difficoltà dovute al percorso si rivelarono tuttavia nulla al confronto della difficoltà che Isaac Newton ebbe a trovare a Swindon la North Star Avenue. Qualcuno gli disse di dirigersi verso un posto che aveva l’affascinante nome di Oasis, ma le istruzioni che ricevette ebbero come risultato di portarlo sul versante sbagliato della ferrovia per cui, pur essendo a poche centinaia di metri dalla destinazione, non riuscì a trovare il sistema per varcare la linea ferroviaria. Alquanto irritato riuscì a parcheggiare la macchina e ad attraversare i binari su un ponte pedonale, per ritrovarsi in mezzo a un agglomerato di palazzoni costruiti in uno stile che rammentava l’antica Mesopotamia. Tra i palazzoni c’era anche quello del Consiglio delle Ricerche. Mentre Isaac Newton entrava impettito nel grande edificio, ebbe la sensazione che nulla di quanto aveva provato durante le tre ore dopo la partenza da Cambridge facesse presagire un gradevole incontro con il presidente del CERC. La signora Gunter aveva fissato l’appuntamento per le tre del pomeriggio precise, motivo per cui Isaac Newton era stato costretto a partire senza fare colazione, il che non aveva certo contribuito a renderlo di buon umore.

«Ho per le tre del pomeriggio precise un appuntamento con Sir Anthony Marshall», disse al portiere in uniforme.

«In tal caso lei è puntualissimo, signore», disse l’uomo. Dopo aver telefonato soggiunse: «Mandano qualcuno a prenderla. S’accomodi, intanto…»

Una segretaria gli fece strada fino all’ascensore e poi, lungo vari corridoi, fino a un’anticamera con il pavimento coperto da una pesante moquette, occupata da varie altre segretarie e circondata da molti pannelli di vetro. Anthony Marshall era un uomo di mezza età e di media altezza con una testa tonda, piuttosto piccina, e grandi occhiali cerchiati di tartaruga. Era stato capo dell’istituto di chimica di un’università nelle Midlands, da dove, passando per la presidenza di un consiglio di ricerca, aveva imboccato la strada ormai ben nota per diventare vicepresidente onorario.

«Non credo che ci conosciamo», disse Marshall mentre si dirigeva verso Isaac Newton per stringergli la mano.

«No. Manco dal paese da parecchi anni.»

«La sua segretaria ha semplicemente detto alla mia che lei voleva vedermi, ma non ha detto perché.»

«Si tratta del caso Howarth, come lei del resto deve avere immaginato, presumo.»

«Le dispiace se faccio assistere al colloquio un paio dei miei collaboratori?»

«Preferirei di no. Per lo meno non subito. Forse in seguito, qualora dovesse essercene motivo.»

«Benissimo. Ma lei non può essere sicuro che io conosca tutti i particolari. Non sono stato io a occuparmi di quella faccenda.»

«Allora siamo in due. Neppure io me ne sono occupato. Quando sono arrivato a Cambridge, mi sono trovato di fronte a un fatto compiuto. Ho tentato di salvare il salvabile, ma non ci sono riuscito.»

«Mi è stato detto che non esisteva alcuna possibilità in questo senso, date le norme del regolamento. Siamo stati consigliati sia da entrambi i nostri comitati sia dall’ufficio legale.»

«Sì, me ne sono reso conto.»

«Francamente devo dire che sono un po’ perplesso. Pensavo che tutto stesse procedendo per il meglio, nel senso da lei desiderato, per il momento. E allora, in che cosa le possiamo essere utili? Howarth è morto, purtroppo, e questo taglia la testa al toro. O non è così?»

«Il Consiglio non si sente in qualche modo responsabile della sua morte?»

«No, naturalmente.»

«No, neppure io accetterei questa responsabilità, penso, se mi trovassi al vostro posto», convenne Isaac Newton, «anche se avrei trattato la faccenda in maniera un tantino diversa, come del resto ho detto al suo uomo, Clamperdown, prima della tragedia.»

«A Cambridge avreste potuto prendervi certe libertà che noi non possiamo prenderci.»

«Può darsi. Ma c’è un punto a proposito del contratto rescisso che devo chiarire con lei, visto che lei rappresenta il Consiglio e io il Cavendish Laboratory. Fatto questo, tutto potrà considerarsi finito una volta per sempre. Quali erano i motivi tecnici che vi hanno indotto a rescindere il contratto?»

«L’impiego non autorizzato di risorse, naturalmente.»

«Come facevate a sapere che le risorse erano state impiegate in maniera non autorizzata?»

«Per quanto mi ricordi, abbiamo ricevuto una segnalazione da uno degli altri gruppi impegnati nel progetto.»

«Le prove devono essere state davvero molto convincenti se il Consiglio ha preso un provvedimento così drastico.»

«Immagino che lo fossero. Ma qui entriamo in un campo minato. Il Consiglio non vuol provocare una faida tra gruppi appartenenti a università diverse. E’ già un bel guaio trovarci alle prese con una specie di controversia tra Cambridge e il Consiglio stesso.»

Dopo questo scontro esplorativo, Isaac Newton fu quasi sicuro che Marshall non si stesse comportando come uno che abbia l’asso nella manica. Entrò una segretaria con tazze di tè e un piatto di biscotti. Isaac Newton accettò il tè e si servì di biscotti entro i limiti dettati dal comune senso del pudore per reintegrare il pasto saltato. Nel contempo si chiese se non gli convenisse porre fine alla discussione con una mossa plausibile e ragionevolmente gentile. Poi giunse alla conclusione che doveva mettere qualche carta in tavola nell’interesse di tutti quelli impegnati nel progetto Halley, specialmente le autorità politiche e il rettore del suo College. Anche se Marshall avesse interpretato queste mosse come contrarie agli interessi del Consiglio.