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Un elicottero volava basso seguendo i Sussex Downs in direzione sudovest verso Midhurst. Due uomini stavano camminando lungo un sentiero che si snodava sul terreno scoperto con qualche macchia di cespugli. Uno degli uomini si volse e alzò lo sguardo.

«E’ la terza volta che ci sorvola», commentò Isaac Newton.

«Devo confessare che non bado gran che a questo genere di cose. Abbiamo, sì, organi di sicurezza di una qualche specie che ci proteggono, ma personalmente preferisco ignorarli. Mi sento più tranquillo», rispose il Cancelliere dello Scacchiere. «Così dovremo prendere più di qualche decisione difficile», disse, come se stesse proseguendo un discorso già iniziato, «benché io debba ancora scoprire quando mai nella vita non ci si trovi alle prese con decisioni difficili.»

«Ora, però, dobbiamo sbrigarci.»

«Quale occasione migliore di questo pomeriggio?»

«Senza gli altri del Comitato?»

«Ho scoperto», disse il Cancelliere, «che quando due membri di un piccolo comitato hanno difficoltà a prendere una decisione e finiscono per trovare una razionale concordanza di idee, essi riescono di solito a persuadere anche gli altri membri. Così, affrontiamo queste difficoltà. A che punto ci troviamo?»

«Ci sono due alternative razionali: i tedeschi e gli americani. Entrambi vorrebbero partecipare al progetto nella misura di un quarto. In maniera discretamente celata — con noi esposti alle luci della ribalta — a causa della natura inaccettabile del progetto.»

«Inaccettabile! E perché inaccettabile?»

«Questa parola l’ha usata Alan Bristow, il direttore di «Nature». Significa una cosa alla quale tutti fingono di non credere, per quanto suggestive possano essere le prove.»

«Strano a dirsi», osservò il Cancelliere, «ma non sarei minimamente interessato al progetto se non fosse inaccettabile in quel senso. E neppure lei, sospetto.»

«Probabilmente ha ragione. Anzi: questa cosa capita un po’ a tutti. Tutti vogliono partecipare al festino…»

«… fingendo che il festino non esiste, immagino.»

«Ho avuto l’altro giorno un’offerta da Anthony Marshall, presidente del Consiglio delle Ricerche. Vuole scambiare satelliti con un seggio nel Comitato.»

«Come ha reagito lei?»

«In modo ambiguo. Ma ho promesso di parlarne al Comitato.»

«Faciliterebbe le cose dal punto di vista politico e indurrebbe a più miti consigli i nostri critici. Avremo in realtà bisogno di altri satelliti?»

«Sì, molto probabilmente. Ma se l’impresa riesce, i problemi politici scompariranno. Il problema rappresentato dall’ammissione nel Comitato di un membro proveniente dal Consiglio delle Ricerche potrebbe d’altra parte restare tale, perché significherebbe un’infiltrazione. Molto lenta da principio, ma sempre più penetrante con l’andare del tempo.»

«Vuol sapere una cosa?» disse il Cancelliere, punzecchiando con la punta del bastone il ciglio del sentiero. «Lei avrebbe ragione se si trattasse di un progetto stabile, destinato a perpetuarsi. Una delle principali occupazioni dei funzionari di governo è quella di infiltrarsi. E’ il loro modo di vivere. Ma il nostro non è un progetto stabile. E’ destinato o a morire, e speriamo che non accada, oppure a esplodere. Se dovesse morire, lei sarebbe contento di dividere la pena con il Consiglio delle Ricerche, al quale toccherebbe una parte delle critiche. Se dovesse esplodere, il progetto ben presto assumerebbe dimensioni tali da farci scomparire tutti.»

«Che cosa proporrebbe lei?»

«Che lei ne parli al Comitato senza riserve mentali, come del resto ha promesso. Ma ritorniamo ai tedeschi e agli americani. Per essere più precisi: qual è la nostra situazione?»

«Ci troviamo un po’ nella situazione dell’asino che muore di fame tra due mucchi di fieno perché non sa decidere quale dei due mangiare per primo. Siccome gli americani sono più esperti nel lancio dei satelliti, correremmo meno rischi di un cattivo funzionamento. C’è qualche neo nella storia del programma missilistico europeo, anche se adesso si sta perfezionando. Questo va a favore degli americani. Gli americani, d’altra parte, potrebbero avanzare delle riserve sul lato attivo del nostro programma.»

«Non riesco a seguirla.»

«Beh, per ottenere trasmissioni perfette con queste onde lunghe di cui parlo sempre, è indispensabile mettere in funzione una lunga antenna. Così, il nostro ’programma’ non può essere passivo. Deve interagire in maniera decisiva col controllo del satellite. La cosa in sé non presenta alcuna particolare difficoltà, naturalmente, ma quando il tempo disponibile è così breve, la questione diventa delicata.»

«Lei crede che i negoziati sarebbero più facili…?»

«… con i tedeschi. Sì. Sono stato coinvolto nei progetti europei al CERN, per cui pendo naturalmente un tantino da quella parte. Ciò in cui non credo di essere deviato da alcun pregiudizio è nella previsione di ciò che accadrà se il progetto avrà successo. Gli sviluppi che gli americani realizzerebbero sarebbero inevitabilmente di più vasta portata di quelli che noi potremmo mai sognarci di realizzare. Dopo un primo successo ci troveremmo relegati in un posto di second’ordine. La storia sarebbe abbastanza simile a quella accaduta con la fisica, finché il CERN non si è messo al passo.»

«Per quanto riguarda la politica», soggiunse il Cancelliere, «siamo vincolati senza scampo alla politica agricola comunitaria. I tedeschi sono i nostri alleati naturali nel sollecitare riforme. Il Progetto Halley è ancora troppo piccolo per avere importanza nel contesto comunitario, ma se dovessimo riuscire, potrebbe diventare un elemento significativo in quel gioco. Ora questa non è una ragione decisiva. Ma se lei mi dice che i pro e i contro scientifici sono abbastanza equilibrati, potrei considerarlo importante.»

«Se dovessimo optare per una politica europea», ammise Isaac Newton, «la NASA si sentirebbe subito spinta a gettarsi nel gioco. In tal modo potremmo aspettarci a breve scadenza la sua concorrenza.»

«Se ne preoccupa?»

«Non per il momento. Ma se il nostro primo tentativo dovesse fallire sulla rampa di lancio e il secondo registrare qualche cattivo funzionamento dell’attrezzatura, non avremmo mai più l’occasione di compiere altri tentativi.»

«Com’è pessimista! Non sembra lei!»

«Perché sono un po’ nervoso, immagino. I progetti ai quali sono abituato io erano di mole maggiore e più difficilmente realizzabili dal punto di vista tecnico di questo, ma se c’era qualcosa che non andava, come succedeva di solito, avevamo sul terreno, sotto il naso, tutta l’attrezzatura. Si potevano sempre esaminare i singoli pezzi e rimettere le cose a posto. Ciò che mi disturba è l’idea di impegnarsi senza scampo in anticipo.»

«Neppure in politica possiamo concederci sempre il lusso di andare in giro aggiustando le cose. Qualche volta si è obbligati a muoversi e, una volta mossi, a non ritornare più sulle proprie decisioni. Personalmente non mi causa alcuna tensione farlo», disse il Cancelliere, «altrimenti avrei scelto una professione diversa.»

«Che cos’è per lei, allora, fonte di tensione?»

«In politica, la realtà è rappresentata da ciò che la gente crede, non da ciò che è vero. Per quanto mi riguarda, sono particolarmente soggetto a tensioni quando mi vedo costretto a prendere sul serio cose che so non essere vere», rispose il Cancelliere. «Ma, secondo lei, riusciremo a tenere testa, a meno di non essere proprio scalognati?»