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«Io penso che l’inaccettabilità della nostra posizione sia per un certo verso un possente mezzo di difesa. Dopo la pubblicazione dell’articolo su «Nature», la NASA comincerà inevitabilmente a investigare, ma all’inizio solo con il preciso scopo di smentirci. Se, poi, le cose dovessero andare per il nostro verso, si daranno da fare per ridurre la nostra posizione attuale al livello di una congettura.»

«Com’è possibile ridurla a una congettura?»

«L’articolo di «Nature» contiene un elemento che punta in questa direzione.»

«Ma non è stato lei a mettercelo.»

«Sarebbe difficile stabilire come sono andate veramente le cose. Come Bristow ha messo in rilievo chiaramente, «Nature» deve pensare agli abbonati.»

«Non avevo idea che la scienza fosse impostata su simili criteri di spregiudicata venalità.»

«In tal caso avrà delle belle sorprese assistendo allo sviluppo del progetto. Ma, parlando seriamente, penso comunque che ci troviamo su posizioni piuttosto favorevoli. Nessuno tenterà di tradurre in atto comunicazioni in entrambi i sensi, non subito, perché sono tutti ancora in preda alla sindrome dell’inaccettabilità.»

I due uomini raggiunsero un viottolo che scendeva dalla cresta dei Downs in direzione nord, dove si trovava la tenuta del Cancelliere. Isaac Newton era suo ospite per la fine della settimana. Il viottolo era fiancheggiato da una fitta siepe di rovi. Circa a metà via, nella direzione della strada asfaltata che portava al villaggio di Bepton, incontrarono una piccola comitiva in salita. Un membro della comitiva calzava scarpe di Gucci e portava un colbacco di astrakan. Tutti gli appartenenti alla comitiva portavano un binocolo al collo.

«Amanti dell’ornitologia», commentò il Cancelliere in tono asciutto.

«Ha visto il tipo con le scarpe di Gucci e il copricapo di astrakan?»

«Ho visto il colbacco d’astrakan, naturalmente, ma non ho fatto caso alle scarpe. Perché?»

«E’ un reporter dell’«Observer». O per lo meno dice di esserlo.»

«Perché è così sospettoso?» chiese il Cancelliere. «Non vanno forse perfettamente d’accordo le scarpe di Gucci, l’intelletto, l’«Observer» e i punti di vista tendenziosi in politica?»

30

Gli undici membri del Politburo e gli otto membri candidati erano tutti uomini massicci, una definizione che in russo non implicava un eccesso di peso — benché l’eccesso di peso come tale non fosse proibito — ma uomini forti, gente che non si poteva mettere nel sacco con qualsiasi vecchio trucco in uso nel Partito. La facilità con cui la gente comune veniva ingannata dalla statua di cera di Lenin nel mausoleo della Piazza Rossa era oggetto di sarcastici commenti tra i membri del Politburo, generando in loro un sovrano disprezzo per il popolo.

Ognuno dei diciannove membri era sbarbato contropelo, come del resto tutte le persone nell’Unione Sovietica che nutrissero l’ambizione di essere qualcuno. Ciò era dovuto a Karl Marx. Marx — ironia della sorte — era una dolorosa spina nel fianco dell’orso russo. Gli esperti di cose russe in Occidente, che avrebbero dovuto essere più avveduti, parlavano del marxismo come se questo fosse diventato la filosofia politica ed economica dell’Unione Sovietica. Ma se c’era una cosa di cui l’Unione Sovietica ambiva liberarsi a tutti i costi, questa cosa era Karl Marx e la sua barba selvaggia.

Il guaio consisteva nella profezia marxista per cui l’Occidente sarebbe crollato in seguito alle supposte contraddizioni del capitalismo, mentre in realtà le economie delle nazioni occidentali continuavano a progredire a ritmo accelerato come un’intera squadra di automobili di formula uno. Ben difficilmente l’Unione Sovietica avrebbe potuto essere tratta maggiormente in inganno se Karl Marx fosse stato un agente della CIA intento a diffondere una perniciosa disinformazione a est della Cortina di Ferro.

In questo frangente, la grossa difficoltà dei sovietici consisteva nel fatto che, avendo introdotto per errore Karl Marx nel loro sistema, non riuscivano più a liberarsene. E ciò perché nessuno nell’Unione Sovietica, dal personaggio più elevato a quello più umile, poteva ammettere di aver commesso un errore, per cui qualsiasi tarlo come Karl Marx che riusciva a penetrare nel legno sovietico non poteva più esserne allontanato. Il verme marxista continuava a mangiare e mangiare e tutto finiva per marcire. L’unica cosa che un russo fiero di essere tale poteva fare per esprimere una silenziosa protesta era di farsi il contropelo.

Tutti i membri del Politburo si servivano dello stesso tipo di rasoio, un rasoio bianco da gettare dopo l’uso, fabbricato in Francia dalla società Bic. I rasoi Bic erano accessibili a livelli della «nomenklatura» ben inferiori a quello del Politburo. Potevano essere acquistati da chiunque fosse in possesso di una scorta di rubli legittimi. Quel giorno, tutti i membri del Politburo si fecero con soddisfazione la barba usando rasoi Bic. Tutti all’infuori del Numero Dieci, il quale, dopo essersi praticato un brutto taglio immediatamente sotto l’angolo destro del labbro, era caduto preda del malumore.

Il sistema di indicare i membri del Politburo con un numero era cominciato, molto semplicemente, per stabilire una graduatoria in base alla più o meno lunga appartenenza all’organo. Poiché una graduatoria in base all’anzianità pura e semplice è sempre fino a un certo punto una graduatoria risultante dalla competizione, il sistema aveva finito per evolversi in una graduatoria stabilita apertamente dalla competizione, tenendo conto non già dell’anzianità bensì di altri fattori, per cui era facile vedere chi stava facendo progressi e chi stava retrocedendo.

Andava così a finire che l’approvazione, da parte del Politburo, di cinque o sei proposte avanzate da qualcuno bastava di solito perché il tale salisse di un gradino; raccontare una decina di barzellette, che tutti trovavano più o meno divertenti, rendeva stabile la posizione di chi le raccontava. Essere invece presi di mira anche solo due o tre volte da una barzelletta raccontata da qualcun altro significava retrocedere di un gradino nella graduatoria. Importante era anche, naturalmente, non votare per la parte perdente nel contesto di una diatriba, benché questo rischio potesse essere evitato ascoltando i punti di vista espressi dai membri dal Numero Uno al Numero Cinque.

Le poderose berline nere, tirate a lucido, con le targhe speciali recanti la sigla MOC, con le quali i membri del Politburo si spostavano a Mosca e nei dintorni, avevano percorso a tutta birra quella mattina le strade e i viali della città. Non vi era stato nulla di furtivo nel passaggio di queste macchine. Un visitatore proveniente dallo spazio al quale fosse capitato di atterrare per caso a Mosca, per esempio nella Via Granovskij, le avrebbe sicuramente individuate subito, al primo colpo d’occhio. Le berline del Politburo procedevano a un’andatura più veloce degli altri mezzi, e sempre al centro della strada. Siccome c’era il disgelo, le ruote di questi veicoli sollevavano ondate di neve semisciolta e fanghiglia che investivano in pieno i malaccorti pedoni. Questo era lo stato di cose raggiunto dal «secolo dell’uomo comune» nel paese che proclamava di volerlo migliorare.

Le lucidissime berline nere erano confluite nella Piazza Rossa quasi contemporaneamente, per cui persino il visitatore venuto dallo spazio avrebbe arguito che qualcosa stava bollendo in pentola, come, per esempio, lo schieramento dei missili S.S.-21 in Cecoslovacchia che la Conferenza per il Disarmo a Ginevra avrebbe dovuto abolire. Chiunque avrebbe sospettato una riunione del Politburo, ed effettivamente si trattava di una riunione del Politburo, stabilita per le nove e mezzo del mattino. Le macchine svoltarono nel recinto del Cremlino verso le nove. L’intervallo di tempo avrebbe permesso ai membri di liberarsi dei bei cappotti con pelliccia, di fare un salto in segreteria, di accertarsi che le carte in loro possesso fossero in ordine e di rivolgersi reciprocamente, a denti stretti, una grande smorfia equivalente a un sorriso.