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Dalla fine degli anni ’60 in avanti, l’unica vera ragione per consentire la sopravvivenza della NASA era rappresentata dalle indagini nel campo della scienza pura, benché, naturalmente, l’ente avesse compiuto ogni sforzo per inventare ogni sorta di attività pretestuosa. Ma né la scienza pura né le attività pretestuose si erano rivelate un valido baluardo contro l’invasione dello spazio da parte dei militari. I satelliti spia, con tutti i perfezionamenti che la definizione implicava, si erano rivelati così importanti nella lotta tra le superpotenze da far oscillare a favore del Pentagono l’ago della bilancia dello spazio prima pendente a favore della NASA. Come era accaduto già così spesso nel passato, un’attività iniziata per motivi in prevalenza di natura civile aveva finito per cadere vieppiù sotto il controllo dei militari, una situazione che si sarebbe sicuramente protratta per tutta la durata del confronto tra le superpotenze. Questa riflessione indusse il capo della NASA a domandarsi se una continuazione della lotta tra le superpotenze non fosse alle volte nell’interesse dei militari, sia negli Stati Uniti sia nell’Unione Sovietica.

«Mettiamo in chiaro una cosa», ribatté il generale, spazzando con il braccio l’ampia superficie liscia della scrivania, in maniera da far finire la cenere sul tappeto, «noi dobbiamo stabilire una netta separazione tra la «scienza», che io definisco come una sterile attività investigativa, e le comunicazioni intelligibili. Voi limitatevi alle indagini sterili e noi ci limitiamo alle comunicazioni. Tra noi non ci possono essere contrasti perché entrambi sappiamo qual è la nostra posizione. Va bene così?»

«Che ne sarà, allora, del programma in atto?»

«Voglio che venga congelato, finché non avremo avuto occasione di esaminare uno per uno i particolari», rispose il generale, e per sottolineare le sue affermazioni si mise a tamburellare con l’indice destro sul piano della scrivania. «E voglio che venga stabilito un cordone isolante attorno al personale e al materiale.»

Il capo della NASA parlò prima di rendersi conto di ciò che stava dicendo: «Ma noi abbiamo degli studiosi di nazionalità straniera che collaborano al progetto».

«Esattamente», annuì il generale, fissando con lo sguardo un mucchietto di cenere cadutogli dal sigaro. «R’ per questo che il cordone isolante dev’essere stabilito immediatamente, senza soluzione di continuità, dall’A alla Z. Darò un’occhiata all’elenco del suo personale non appena sarà in grado di trasmettermelo.»

La rabbia del capo della NASA esplose quando, tornato in sede, mise piede nel suo ufficio, per cui gli assistenti e le segretarie cominciarono subito a darsi freneticamente da fare per radunare cartelle e materiale di documentazione scientifica, fare telefonate che si moltiplicavano man mano che penetravano nella rete telefonica delle istituzioni della NASA disseminate negli Stati Uniti. Un collegamento venne stabilito quasi immediatamente tra la sede della NASA a Washington e il Goddard Space Flight Center, distante solo una ventina di chilometri, a Greenbelt, vicino al tratto nord-est della principale circonvallazione di Washington.

Dave Eckstein era un giovane barbuto sulla trentina, in possesso del raro dono naturale di fiutare subito che cosa c’è nell’aria. Accadde così che fu il primo ad apprendere la notizia. Si precipitò in un corridoio al quinto piano del palazzo Goddard e irruppe infuriato in un ufficio. «I militari prendono il comando.»

Frances Haroldsen sollevò lo sguardo dalla scrivania e disse: «E’ una voce o la notizia è vera?»

«E’ una notizia vera. Ne parlano tutti, nella sede. Lo sanno persino le segretarie. Sembra che ci sia una direttiva dalla Casa Bianca. Il che non mi sorprende, visto come vanno le cose. I militari si fregano ogni dollaro disponibile nel bilancio di quest’anno.»

«Che cosa faranno per prendere il comando?»

«Stabiliscono una specie di «cordon sanitaire» che terrà isolato tutto, compresa la gente. A te non succederà nulla, naturalmente, ma noialtri saremo imbavagliati, sembra.»

«Se dovessi avere l’occasione di pubblicare l’idea sull’interferometro, devo metterci ugualmente il tuo nome o no?» chiese Frances Haroldsen cominciando ad aprire con la chiave i cassetti di una piccola scrivania.

«Non vedo come possano fermarti, né come io possa essere rimproverato per quello che farai tu. Così direi di fare ciò che ti sembra più opportuno. A sentire loro, non siamo altro che una massa di spie e spazzatura del genere.»

Frances Margaret Haroldsen non stette a spiegargli che lei stava proprio facendo la spia. Era venuta negli Stati Uniti sei mesi prima per presentare l’articolo pubblicato dalla rivista «Nature», scritto da Mike Howarth, Kurt Waldheim, Isaac Newton e lei stessa, a una conferenza sulle scienze spaziali, tenuta a Houston nel Texas. Da qui era riuscita a ottenere a furia di moine un incarico temporaneo al Goddard Space Flight Center, dove aveva potuto seguire lo sviluppo del programma ideato dalla NASA per lo studio delle comete, con particolare riferimento alla cometa di Halley. Anche se questo l’aveva allontanata dal Progetto Halley in Inghilterra, le importantissime informazioni che era riuscita ad accumulare, soprattutto nelle ultime poche settimane, giustificavano ampiamente ciò che stava facendo. Oltre a ciò era riuscita a fare della disinformazione riguardo al progetto britannico. Secondo queste notizie fasulle, il progetto britannico rappresentava solo un tentativo di verifica dei risultati già conseguiti, non un esplicito tentativo di ritrasmettere informazioni dalla Terra alla cometa di Halley, un progetto che agli occhi dei militari sarebbe apparso ben più significativo e anche minaccioso che non il semplice ricevimento di segnali. Una cometa era, dopo tutto, un enorme missile, molto più grande di tutte le armi esistenti negli arsenali degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Se una cometa fosse riuscita ad agganciarsi a una trasmissione radio proveniente dalla Terra, i danni che essa poteva arrecare al contatto con la Terra erano quasi inconcepibili. Sarebbe stata una superarma, dato il suo ordine di grandezza.

Frances Margaret guardò l’orologio al polso. «Senti, Dave», disse, «alle quattro ho un appuntamento con il dentista. Potresti essere tanto cortese da farti cambiare in spiccioli da qualcuno questo biglietto da cinque dollari? Devo fare un paio di telefonate. Dopo quanto mi hai detto, preferisco telefonare da fuori. E, tanto per essere sincera, ti consiglio di non esprimere le tue opinioni per telefono. Capisci ciò che voglio dire, vero?»

«La faccenda mi puzza, e mi puzza ancora di più se me lo dici così.»

«Puoi farmi cambiare i cinque dollari, per favore?»

Non appena ebbe allontanato Dave dall’ufficio, Frances Haroldsen vuotò il contenuto della borsetta in un cassetto, trattenendo solo il borsellino, le carte di credito, un piccolo taccuino, il passaporto e una penna. Nello spazio così resosi disponibile infilò tre nastri registratori le cui bobine avevano ognuna un diametro di circa 20 centimetri. Avrebbe voluto portarsi via una maggiore quantità di «materiale», come lo chiamava il generale a cinque stelle, ma la mole e la necessità di muoversi con rapidità escludevano qualsiasi oggetto più grande dei tre rulli. In famiglia aveva imparato che bisogna essere pronti ad agire in qualsiasi momento, in qualunque circostanza, e ora quest’abitudine dava i suoi frutti, pensò, mentre chiudeva a chiave la porta dell’ufficio e usciva nel corridoio.

Dave Eckstein la stava aspettando con una manciata di monetine che lei fece scivolare nel borsellino.