«Potresti accompagnarmi fino alla macchina, Dave?» disse poi. Quando l’ebbero raggiunta, Frances Margaret gli tese la mano: «Noi due non ci vedremo più per un pezzo, Dave. Così capirai che prendo la faccenda abbastanza sul serio. Del resto, dovresti prenderla sul serio anche tu, e anche tua moglie. Non manifestare a nessuno le tue opinioni. Se ti chiedono come mai sono scomparsa con tale rapidità, rispondi semplicemente che la notizia si era diffusa ormai in tutto il centro, che sarei stata davvero tonta se mi fosse sfuggita. Non preoccuparti troppo se tenteranno di ricattarti minacciando di farti perdere il lavoro. Tu puoi trovare lavoro ovunque — in Germania, in Inghilterra, in Francia o dove vuoi tu — perché l’idea dell’interferometro è davvero eccellente. La gente, una volta saputa la notizia della sua esistenza, non la dimenticherà. E lo sapranno tutti».
Poi lasciò in velocità il parcheggio con la sua General Motor Cutlass, una vettura alquanto più moderna delle auto d’epoca che i giovani ricercatori potevano di solito permettersi. Si lasciò alle spalle un giovane barbuto impensierito, un uomo che — guarda caso — non avrebbe potuto raggiungere il telefono del proprio ufficio prima che lei avesse già superato il controllo della polizia al cancello principale del centro. Certo Dave Eckstein, con le sue idee liberali e antimilitariste, non si sarebbe precipitato a propalare ai quattro venti l’affrettata partenza di Frances Margaret. Ma, sempre grazie a quanto aveva imparato in famiglia, Frances Haroldsen non correva rischi in faccende del genere.
Alla periferia della città di Greenbelt nel Maryland parcheggiò la macchina nel piazzale di un grande supermercato per monopolizzare poi per una ventina di minuti una cabina del telefono pubblico. Ritornò alla macchina solo dopo aver dato certe istruzioni molto esplicite — e che ricontrollò facendosele ripetere varie volte — a un contatto presso l’ambasciata. Poi, come colta da un ripensamento, entrò nel supermercato e acquistò un sacchetto pieno di cibi pronti.
Pochi minuti dopo aver lasciato il centro commerciale, Frances Margaret stava puntando con la macchina verso ponente sulla circonvallazione di Washington, lungo la quale proseguì fino alla sezione più occidentale, che lasciò in corrispondenza della strada nazionale n. 29. Dopo essersi diretta verso est e aver raggiunto Falls Church, entrò in un motel della catena Best Western, dove prese una stanza sotto il nome di Joanne B. L. Johnson, pagando in contanti. Parcheggiando nello spazio davanti alla propria stanza, notò poco più in là una vecchia automobile un tantino mal ridotta. Poiché sarebbe trascorso parecchio tempo prima di potersi godere un pasto cucinato a dovere, colse l’occasione per cenare alla svelta nel ristorante annesso al motel.
Erano circa le sette di sera — faceva buio da circa due ore — quando qualcuno bussò alla porta della sua stanza. Nel riquadro c’era un giovane dell’età di Frances Haroldsen. Poiché il giovane doveva essere arrivato con la grande berlina con targa diplomatica ferma fuori, si trattava evidentemente del contatto che lei aveva fatto venire dall’ambasciata telefonando dal supermercato nei pressi di Greenbelt. Nonostante ciò, Frances Margaret prese la precauzione di controllare i documenti di identità del giovanotto.
«Mi chiamo Tim Bassett», spiegò questi, benché la precisazione fosse superflua. «Abbiamo preso i biglietti», soggiunse. «Lei dovrà prendere il volo delle ventuno e cinquanta dal National Airport fino a Miami, dove si unirà a una comitiva in volo charter, di ritorno a Londra.»
Frances Haroldsen estrasse uno dei tre nastri dalla borsetta e gli disse: «E’ importante che questo rullo prosegua con la valigia diplomatica. Lei dovrà portarlo direttamente all’ambasciata non appena se ne andrà da qui».
«Dobbiamo andarcene insieme, in maniera che io possa portarla all’aeroporto. Qualcuno verrà a prendere la sua macchina domattina.»
Frances Margaret si diresse allora verso il telefono e compose rapidamente un numero, dal che Tim Bassett dedusse che stava chiamando un’altra stanza del motel. L’attimo dopo qualcuno bussava alla porta. Tim Bassett balzò in piedi per aprirla e si vide davanti una ragazza dai capelli biondi molto simile a Frances Margaret.
«Le presento Maisie Cooke», fece Frances Margaret. «Come può constatare, è una mia sosia.»
«Che cosa ha in mente?» chiese Bassett alquanto perplesso quando la porta fu di nuovo chiusa.
«Per una combinazione del destino, Maisie lavora qui a Washington per qualche mese. Mi sostituirà. Voglio dire che andrà a Miami e che si unirà alla comitiva del volo charter al mio posto. Non mi consideri troppo cinica, ma…»
«Crede che ci sia qualche infiltrazione?» chiese Bassett, incredulo.
«Sarà in grado di scoprirlo, non le pare? Penso che tutto andrà bene, ma non voglio correre rischi. Lei e Maisie dovrete andare all’ambasciata con il nastro. Poi potrete andare direttamente al National Airport. Okay?»
«Peccato non poter aspettare qui. Così avremmo potuto goderci un paio di orette a letto, non ti pare, ragazzo mio?» fece Maisie lanciando un’occhiata lasciva a Tim Bassett. «Ammettendo che tutto vada per il verso giusto e che non finirò in galera, voglio il ritorno in prima classe.»
«Ma la rintracceranno. Attraverso la macchina, la targa!» fece Bassett quasi gridando, rivolto a Frances Haroldsen.
«Non lo faranno perché l’ho cambiata. Su, andiamo, ragazzo», disse Maisie, cingendo con il braccio il giovanotto, «se facciamo presto potremo restare per qualche minuto stretti stretti in macchina all’aeroporto.»
Frances Haroldsen partì con la Cutlass dopo essersi assicurata che Maisie avesse fissato bene la targa tolta dalla macchina malridotta. Procedeva a velocità moderata perché non aveva fretta. Ritornata alla circonvallazione, proseguì fino all’angolo nord-ovest, per prendere poi la nazionale 270 in direzione ovest. La 270 confluì dopo circa un’ora nella nazionale 70. Dopo altri centosessanta chilometri, Frances Haroldsen svoltò direttamente a nord per prendere la nazionale 219. Era quasi mezzanotte quando arrivò ad un paese chiamato Du Bois dove s’infilò di nuovo in un motel. Invece di prendere una stanza, parcheggiò la macchina nel posto più buio che riuscì a trovare e si sistemò sul sedile posteriore, con le porte chiuse a chiave, per dormire come poteva.
Si rimise in viaggio prima dell’alba, puntando sempre a nord sulla nazionale 219. Procedeva lentamente, mangiando il cibo che aveva comprato il pomeriggio del giorno prima. Erano le nove e mezzo del mattino quando parcheggiò la macchina nel cortile di un alto palazzo al centro della città di Buffalo. Dopo aver prelevato dei soldi, di cui cominciava a essere a corto, con una carta di credito dell’American Express, chiamò un taxi e disse all’autista che intendeva fare una gita per visitare il versante canadese delle Cascate del Niagara. Mezz’ora più tardi era già nel Canada senza aver incontrato la minima difficoltà. Si trattava di un’escursione che centinaia di persone facevano ogni giorno, persino senza passaporto. Era molto probabile che fosse riuscita a farla in barba al mondo ufficiale, ma d’altra parte c’erano ragioni a bizzeffe per non correre rischi con i nastri. Quello che aveva consegnato a Tim Bassett non era inciso.
32
John Jocelyn Scuby si calò nella grande poltrona nera dell’ufficio di Isaac Newton e disse: «Sono preoccupato, professor Newton».
«Pensavo piuttosto che fosse felice grazie alla nostra recente prosperità», ribatté Isaac Newton.
«No, no. Quando i tempi sono brutti, uno ha ragione di preoccuparsi. Ma quando tutto va bene, è il momento di essere molto preoccupati.»
«Come sarebbe a dire?»
«Perché è quando si ha il vento in poppa che nascono le speranze. L’esperienza insegna che maggiori sono le speranze e maggiori sono le delusioni che vengono dopo.»