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«Così sono i nostri costi e contributi addizionali che stanno all’origine delle sue gravi preoccupazioni, signor Scuby?»

«Non i costi. I costi sono una voce che non fa sorgere dubbi e il General Board non troverà da ridire, spero. Benché non si può mai sapere quali obiezioni un membro o l’altro del consiglio potrà avanzare, come ho imparato negli anni passati. No, il problema sono le addizionali.»

«Non intravedo per il momento alcun problema.»

«Si tratta di stabilire come intende impiegare le somme messe a disposizione.»

«Spendere i soldi nel rinnovo delle attrezzature e nella creazione di una riserva speciale, direi. Per essere sincero, finora non mi sono occupato a fondo della questione.»

«Spero che non contempli un aumento del personale.»

«Io «contemplo» un aumento del personale, signor Scuby. Ma un incremento che «non» dev’essere finanziato da qualcosa che si potrebbe definire un colpo di fortuna. Nella contabilità del povero quale sono io, i colpi di fortuna non devono essere utilizzati per prendere impegni per il futuro», osservò Isaac Newton.

Sulla faccia di Jocelyn Scuby comparve l’accenno di un sorriso. «Ah! Allora siamo d’accordo sul primo punto preso in esame. Lei sarebbe sorpreso se le raccontassi quanti problemi per l’Università sono sorti in seguito a incarichi conferiti in base a finanziamenti di durata limitata.»

«Sarebbe un po’ come prestare a lunga scadenza prendendo a prestito a breve scadenza?»

«Esattamente», annuì Scuby, «ma lei sarebbe altrettanto sorpreso se le raccontassi quanta gente cade in questa trappola.»

«C’è un’altra cosa di cui voleva parlarmi?»

«Si tratta di una questione un tantino delicata.»

«Spero che non mi farà arrossire.»

«Beh, questa faccenda delle entrate addizionali mi lascia sempre più perplesso.»

«Sì?» chiese Isaac Newton in tono asciutto, con l’aria di chi sa già che cosa aspettarsi.

Scuby, imbarazzato, si spostò da un lato all’altro della poltrona e proseguì: «Si potrebbe sostenere che una frazione dei vostri profitti venga devoluta all’Università. Ecco, vede, molti nostri istituti che non godono dello stesso peso, della stessa forza del suo si rivolgono a noi. Lei non se la prende se sollevo la questione, spero?»

Isaac Newton rifletté qualche attimo, e disse poi: «Il fatto che lei sollevi la questione è in fondo giustificato da buone ragioni. Il laboratorio non potrebbe esistere da solo, ma vive in quanto appartiene all’Università. Non mi ha detto una volta che le spese generali dell’Università ammontano a qualcosa come il cento per cento?»

«Sì, credo di averglielo detto.»

«Beh, che ne direbbe se facessimo a metà?»

Un’espressione sbalordita si diffuse sulla faccia di Jocelyn Scuby che, alzando la mano, esclamò: «Ma io stavo pensando ad un settantacinque/venticinque».

«Il settantacinque per cento all’Università?»

«No, no, il venticinque per cento.»

«Non riesco a capire bene», disse Isaac Newton picchiando la matita sulla scrivania come faceva spesso per sottolineare ciò che stava per dire. «Se la proporzione è di uno a uno nelle spese generali, dovrebbe essere di uno a uno anche nei profitti. Il principio, penso, è più importante dei soldi.»

Il sorriso sulla faccia di Scuby si allargò nonostante il poderoso sforzo che stava facendo per sopprimerlo. Tutto confuso, si alzò dalla poltrona.

«Ha un’idea di quanto potrà durare?»

«Di sicuro c’è solo la breve scadenza. Ma le ultime notizie venute dagli Stati Uniti sembrano piuttosto favorevoli, sono contento di poterglielo dire.»

«Beh, me ne vado», annuì Scuby, «e grazie per… avermi detto la sua opinione.»

Un’ora più tardi, Isaac Newton alzò gli occhi dal foglio con i particolari dello schema della trasmittente, che stava controllando augurandosi che fosse l’ultima volta.

«Buon Dio, sei tornato!» esclamò mentre Boulton, il titolare di Geostrofica, irrompeva nella stanza, evitando come sempre il percorso normale attraverso l’ufficio della signora Gunter.

«Ah, sono contento di averti trovato», cominciò Boulton. «Ero preoccupato per la casa.»

«E’ ancora in piedi.»

«Mi stavo domandando per quanto tempo ti sarebbe ancora servita. Proprio in questo momento stanno succedendo tante cose, lo scandalo che avete avuto qui e le perforazioni nel Mare d’Irlanda. Ho assistito all’inizio della trivellazione. Sei deciso, adesso, a comprare le azioni? Io vendo le mie.»

«Com’è andata in California?» chiese Isaac Newton.

«Si parla molto delle comete. Sembra che la NASA non le abbia trovate molto comunicative.»

«Quando hai sentito questa novità?»

«Proprio al momento di partire. C’è stato un grosso seminario su questa faccenda, al quale ha partecipato un mucchio di gente. Qualcuno era appeso addirittura ai candelabri. A proposito, come sta il gatto?»

«Va e viene.»

«Non credi che dovresti pagarmi un supplemento per la casa?»

«Per quale motivo?»

«Per via della brutta fama. Immagino che gli abitanti della Adams Road si siano abbastanza agitati con tutto quello che hanno continuato a scrivere i giornali. Sarà un po’ imbarazzante per me. A proposito: quando pensi di andartene?»

«Quando scade il contratto.»

«Temevo già in partenza che avresti voluto rimanere. Non trovi che le fondamenta diano un po’ fastidio?»

«Da principio me lo davano, ma ora aspetto addirittura con impazienza i fenomeni notturni.»

«Dimmi che ripenserai alla faccenda del supplemento. Voglio dire, ci vorrà un po’ di tempo per rimettersi sui binari, ritornare alla normalità.»

«Sì, prenderò volentieri in considerazione l’idea del supplemento.»

«Se fossi in te terrei d’occhio quella gente della NASA. Sono nel ramo da molto tempo. Potresti trovarti un bel posticino, da loro. Non il tipo di posto che piacerebbe a me, con quella gente che ti è amica quando tutto va bene. A quanto potrebbe ammontare secondo te un ragionevole supplemento? Non vorrei fare il prepotente.»

«Venti sterline sarebbe una cifra abbastanza giusta, la somma che ti sei fatto prestare dalla nostra cassa per le piccole spese e che non hai restituito», disse Isaac Newton. «A proposito», soggiunse, «mi sono preso la briga di dare un’occhiata al tuo problema delle fondamenta. Se fossi in te me ne occuperei subito. Altrimenti non può che peggiorare.»

Mentre Boulton se ne andava entrò la signora Gunter.

«Che cosa succede stamattina, professore? Il signor Scuby è uscito che sembrava in trance, e adesso il professor Boulton se ne va come se lei gli avesse appena sfilato il portafoglio dalla tasca.»

«Spero di non aver arrecato a Scuby un danno irreparabile offrendogli più soldi di quanti si aspettava. E anche per avergli dato speranze per il futuro. Il professor Boulton, invece, deve fare iniezioni di cemento. D’urgenza.»

«Che cosa deve fare, professore?»

«Pompare del cemento nelle fondamenta della sua casa.»

«Quello ha bisogno di pompare cemento nelle proprie fondamenta, se vuol saperlo», concluse la signora Gunter.

«Ahi!» gridò il rettore del Trinity College. «Dannata caffettiera d’argento! Mi scotto tutte le volte», disse al Cancelliere mentre ritornava con passi strascicati dalla credenza dove si trovava la piastra elettrica. Questo accadeva nel soggiorno dell’alloggio del rettore mentre il padrone di casa stava servendo due tazze di caffè come si devono bere nella tarda mattinata.

«Il che mi fa venire in mente che devo proporle un complotto», soggiunse il rettore. «Sono arrivato alla conclusione che lei e io siamo gli uomini giusti per monopolizzare la produzione mondiale dell’argento.»

Si udì bussare alla porta e il rettore balzò di nuovo in piedi. «Ah!» fece con voce tonante. «Ecco Newton Brutte Notizie. Che cos’è andato storto oggi, se mi è concesso di chiederlo?»

«Nulla, per quanto io sappia, rettore. Ah, buongiorno, Cancelliere», salutò Isaac Newton.

«Ho pensato di fare colazione con voi due. Noi tre da soli e basta», spiegò il rettore, «perché il Cancelliere ha certe preoccupazioni di cui vorrebbe parlare. Vogliamo lasciare il caffè e passare allo sherry?»

«Secco per me, rettore», precisò Isaac Newton. «Di quali preoccupazioni si tratta, se posso chiederlo?»

«Oh, niente! Solo che trovo seccante questo crescendo di smentite proveniente dagli Stati Uniti», disse il Cancelliere.

«Di che cosa si tratta?» chiese il rettore immediatamente.

«C’è una specie di campagna orchestrata secondo la quale la NASA non ha trovato nulla, nessun segnale proveniente dalle comete. Ne parla la rivista «Nature» di questa settimana nella rubrica ’Notizie e Opinioni’ — naturalmente senza firma. Inoltre, sembra, c’è gente che organizza seminari in giro negli Stati Uniti», spiegò Isaac Newton.

«Ma io credevo che lei mi avesse detto…» cominciò il rettore.

«… che la NASA aveva scoperto circa un mese fa segnali provenienti dalla cometa di Halley? Li ha effettivamente scoperti. Noi conosciamo la lunghezza d’onda dei segnali della cometa di Halley che loro hanno captato e anche il sistema delle pulsazioni. Entrambi sono un tantino diversi da quelli che abbiamo scoperto nel caso della cometa di Boswell. Comunque, la notizia ci ha fatto molto piacere.»

«Non l’avete fraintesa, per caso?» chiese, sempre cauto, il Cancelliere.

«Non c’è la minima possibilità. Secondo Kurt Waldheim esiste la prova convincente che i segnali provenivano effettivamente dalla cometa di Halley. Inoltre, l’informazione è stata da noi ottenuta direttamente dal centro dell’organizzazione NASA», rispose Isaac Newton con sicurezza.

«Ma perché dovrebbero fingere ora che le cose sono andate diversamente?» domandò il rettore.

«Perché recentemente la NASA ha dovuto cedere il programma ai militari. I militari devono aver pensato che bisognava anzitutto bloccare ogni cosa, e devo dire che non hanno perso tempo.»

«Potrebbe spiegarmi come hanno fatto a muovere tante pedine?» chiese il Cancelliere.

«Se interrompessimo per un attimo la discussione?» interloquì il rettore. «Ho ricevuto il segnale che la colazione è pronta. Perché non andiamo in sala da pranzo a scoprire che cosa hanno combinato in cucina?»

A un’estremità della lunga tavola nella sala da pranzo erano stati preparati tre posti con molte posate e tre tipi di bicchieri per vino, tanto per essere in sintonia con la reputazione del rettore considerato un «bon viveur». Un cameriere servì il primo dei tre vini mentre gli ospiti cominciavano a mangiare la prima portata, un piatto di bianchetti.

«Ho chiesto alla mia segretaria di raccogliere le segnalazioni riguardanti la faccenda», continuò Isaac Newton rispondendo al Cancelliere. «Per prima cosa ho notato che non c’è stata alcuna dichiarazione ufficiale della NASA. Tutto consiste in allusioni, quasi tutte prive di firma, oppure in notiziole passate ai giornalisti. In linea di massima, qualsiasi organizzazione provvista di fondi illimitati riesce a smuovere molte pedine.»

«Perché mai degli scienziati si prestano a fare cose del genere?» chiese il rettore, deponendo il bicchiere e facendo segno a un cameriere di riempirlo.

«Perché mettono troppa carne al fuoco. Le università incoraggiano la propria gente ad assicurarsi finanziamenti per le ricerche e contratti. Poi vengono formati i gruppi di ricerca con segretarie e tecnici, molti con moglie e famiglia. Quando la pressione aumenta, il capo di un simile gruppo non è in grado di resistere.»

«Qual è la soluzione?» volle sapere il rettore.

«Restare poveri, ma onesti. Nella scienza sperimentale, il guaio consiste nel fatto che i poveri hanno tutte le probabilità di restare sconosciuti.»

«Sapevo che lei era piuttosto critico nei confronti del finanziamento della scienza», annuì il Cancelliere, «e ora comincio a capire perché. La lingua batte dove il dente duole… Se le venisse chiesto di smentire tutte queste segnalazioni, sarebbe in grado di farlo?»

«Certo, con facilità. Ecco, vede, noi siamo in possesso non solo di informazioni provenienti dalla NASA, ma anche delle registrazioni dei segnali che la NASA ha ricevuto, o almeno di una parte di essi.»

«Come…» cominciò il rettore.

«Non mi chieda come abbiamo fatto, rettore», rispose Isaac Newton, scuotendo la testa.

«Fra tre settimane avremo una riunione al vertice. Sono certo che al Primo Ministro farebbero comodo le sue smentite. Non per servirsene, ma per esserne in possesso», continuò il Cancelliere.

«Sì, e fra sei settimane avverrà il nostro lancio.»

«Anche così ne varrebbe la pena», annuì il Cancelliere.

«Sono un po’ seccato con la rivista «Nature» per avere pubblicato simili sciocchezze, ma, come ha detto Alan Bristow, una metà dei loro abbonati si trova negli Stati Uniti. E il bello è che parlava dei perniciosi effetti delle voci. Le chiamava ’voci vigorose’», osservò Isaac Newton.

«’Aprite le orecchie’», tuonò il rettore, «’poiché chi di voi chiuderà le vie dell’udito quando son voci vigorose che parlano? Io, facendo del vento il mio messaggero, comincio a dispiegare da oriente a occidente le gesta compiute su questa sfera terrena; la mia lingua continua a pronunciare calunnie che esprimo in ogni idioma, colmando di false notizie le orecchie degli uomini.’ Ma perché voci vigorose dovrebbero esprimersi in quel senso? Ammettiamo pure che esista una certa tensione tra la NASA e i militari degli Stati Uniti, ma ai militari che cosa importa di questa faccenda?»

Isaac Newton rifletté per un attimo e poi rispose, parlando più lentamente del solito: «Beh, immagino che in ogni professione si reagisca istintivamente. Il suo istinto, rettore, la induce a citare Shakespeare. Il mio mi spinge a chiedere fatti sperimentali. Quello del Cancelliere è di domandarsi quale sarà l’effetto sulla gente. I militari riflettono per istinto in termini di capacità distruttive. E la capacità distruttiva del solo frammento di una cometa, se dovesse colpire la Terra, supererebbe quella delle bombe H da un milione di megaton. In un’evenienza del genere sarebbe molto importante, per i militari americani, che l’impatto si verificasse nell’Unione Sovietica, mentre per i militari sovietici sarebbe altrettanto importante che esso avvenisse negli Stati Uniti».