Le prime due giornate erano trascorse in un’atmosfera relativamente riposante. L’abbondanza delle attrezzature tecniche, il razzo stesso, le enormi gru, i serbatoi di combustibile, le tubazioni, le incastellature e le rampe erano perfettamente in sintonia con l’esperienza vissuta da Isaac Newton nell’assemblaggio degli acceleratori ad alta energia, di dimensioni così enormi. Il tutto era molto diverso dai minuti particolari del satellite in sé, minuzie nelle quali lui era stato immerso durante l’anno precedente.
Ciò che lo aveva indotto ad assistere al lancio era più che altro la convinzione che dal lancio dipendeva molto di più di quanto avrebbe potuto esprimere con le parole. A pensarci bene, un fallimento avrebbe semplicemente significato un rinvio, un rinvio forse di sole poche settimane. Perché sembrava allora così importante che il primo tentativo andasse a buon fine? Che differenza avrebbe fatto se il nuovo asse NASA-Pentagono si fosse sostituito all’attuale organizzazione dopo il primo tentativo fallito, prescindendo dall’affronto subito dall’ego di Isaac Newton? Nessuna, a pensarci bene. Eppure, Isaac Newton aveva la convinzione, diventata quasi una nevrosi, che il lancio aveva importanza. Era una convinzione che non riusciva a spiegarsi. Sarebbe stato più facile spiegare la sua presenza al lancio con motivi psicologici. Se il disastro si fosse verificato, lui per lo meno avrebbe fatto la figura di aver compiuto quanto era in suo potere per evitarlo. Un po’ come il medico di cui tutti lodano gli sforzi compiuti al letto di morte del paziente.
Si disse che il primo dei rinvii era stato imposto da un difetto nei circuiti elettrici. Il secondo rimase circondato da un’aura di mistero. Ad Isaac Newton vennero chieste bruscamente le credenziali. Dovette sottostare a un interrogatorio nel quale gli chiesero di spiegare il motivo della sua presenza al lancio. I suoi documenti personali vennero esaminati. Poi glieli portarono via, a quanto parve per verificarne l’autenticità. Quando l’ispettore del personale preposto alla sicurezza gli restituì con un breve cenno del capo i documenti, gli consegnarono anche uno speciale lasciapassare di color giallo. In questa faccenda lo avevano trattato all’apparenza meglio degli altri visitatori, salvo due o tre, visto che gli estranei, all’inizio molto numerosi, erano scomparsi quando giunse il momento del terzo tentativo di conto alla rovescia. Per chissà qual motivo, erano stati cacciati via senza tante storie. Secondo lui, tutto era dovuto al fatto che aveva insistito personalmente su un potenziamento delle misure di sicurezza.
Il lasciapassare giallo consentì ad Isaac Newton di entrare addirittura nel centro controllo.
Il centro non aveva affatto le dimensioni che gli spettatori delle trasmissioni spettacolari della NASA, come quella, per esempio, degli sbarchi sulla Luna, avrebbero immaginato. La saletta poteva accogliere qualcosa come venticinque persone sedute. Il direttore di lancio e i suoi più stretti collaboratori occupavano la prima fila delle sedie e avevano davanti a sé una batteria di monitor.
Il tempo trascorreva suddiviso in unità secondo Isaac Newton troppo lunghe, di circa un quarto d’ora. Il personale operativo era impegnato continuamente o nella conversazione o nel passare istruzioni al personale tecnico fuori sala, il quale provvedeva ad apportare le correzioni necessarie o registrare le segnalazioni comparse sui vari schermi e ritrasmesse sui monitor all’interno della saletta. La durata delle unità di tempo diminuì gradualmente finché Isaac Newton non cominciò a misurare il loro trascorrere sul proprio orologio in fasi di cinque minuti. Fuori doveva essere l’alba, ormai. Il lancio doveva avvenire due ore dopo l’alba.
Le unità di tempo si contrassero vieppiù, diventando minuti e poi secondi… meno dieci… nove… otto… sette… sei… cinque… quattro… tre… due… uno… zero. Benché sapesse con precisione che cosa doveva aspettarsi, gli occhi di Isaac Newton erano incollati, senza potersene staccare, allo schermo particolare sul quale compariva il razzo. Delle fiamme apparvero alla base del razzo. Poi, per un periodo che sembrò un’eternità, non accadde nulla. Alla fine, lo snello cilindro cominciò ad alzarsi, da principio con esasperante lentezza. La velocità dell’ascesa aumentò e improvvisamente — sembrò in un attimo — il veicolo cominciò a salire con una velocità alla quale le telecamere a momenti non riuscivano a stare dietro. Tutto ciò che si poteva vedere sullo schermo del monitor era una gran fiammata proveniente dallo scarico del razzo.
Isaac Newton si appoggiò contro lo schienale. Improvvisamente sentì di aver la bocca completamente secca. Il primo dei tanti ostacoli era superato. Tanto per cominciare, il vettore a razzo non era esploso sulla rampa. Isaac Newton cominciava a desiderare di tornare a un’attività onesta, per bene, senza tanti inghippi, come le indagini nel campo della fisica delle alte energie. La fisica delle alte energie assomigliava un po’ alle arrampicate in alta montagna, rifletté. L’alpinista può decidere in anticipo il percorso che seguirà, scegliere per l’arrampicata il tempo che va bene per lui ed esaminare i rischi al punto tale che un fallimento può essere attribuito solo a un errore di valutazione o alla mancanza di tecnica. Questa faccenda dei razzi, invece, era come superare in canoa le rapide di un fiume impetuoso tra le pareti di un canyon. Una volta staccata la barca dalla riva, ti trovi alla mercé della corrente e delle rocce che spuntano dal fondo del fiume. La differenza tra il successo e il disastro dipende in questo caso solo in minima misura dai ragionamenti fatti e dalla tecnica.
Si mise a contare prima i secondi e poi i minuti dopo il lancio, cercando con ansia eventuali indizi di una crisi nella conversazione e nel comportamento del personale. Nulla accadde, e Isaac Newton aveva cominciato a rilassarsi quando il direttore di lancio si rivolse a lui, dicendogli: «Monsieur Newton, presto toccherà a lei. Vorremmo far uscire il filo della sua antenna al prossimo passaggio del satellite — circa tre quarti d’ora a cominciare da adesso».
Così, Isaac Newton raggiunse la prima fila di sedie dove si mise a controllare ancora una volta sui monitor il suo nastro telemetrico. Fase per fase, con l’aiuto dei dispositivi di controllo sistemati su una piccola console davanti a lui, ripassò per l’ultima volta le istruzioni per azionare il satellite. Finalmente si rivolse al direttore e annuì col capo: secondo lui, l’ultima fase critica del lancio poteva cominciare.
Ancora una volta seguì un’esasperante attesa finché il satellite non venne a trovarsi nella posizione ottimale per questa delicatissima fase del lancio: l’espulsione del lungo filo srotolantesi da una bobina come la lenza del pescatore, l’antenna necessaria per rendere possibili le trasmissioni radio a onde lunghe. L’espulsione del filo doveva aver luogo con molta delicatezza per impedire che il filo stesso si aggrovigliasse come una matassa di lana. Il problema era stato risolto chiudendo l’antenna in un sottile tubo di materia plastica attraverso il quale veniva soffiato un gas, per cui il tubo e l’antenna in esso racchiusa si drizzavano alla maniera di quel giocattolo noto come lingua di Menelik.
Era stato inoltre necessario servirsi di una lega metallica rigida, in maniera che il filo, una volta raddrizzato, rimanesse dritto, solo che la lega doveva essere un ottimo conduttore elettrico in modo da evitare inutili sprechi di energia proveniente dalle celle solari del satellite. Tutti questi problemi erano stati risolti in laboratorio ben in anticipo sul lancio, al punto che era ragionevole aspettarsi la riuscita dell’impresa. Nonostante ciò, Isaac Newton dovette sopportare una mezz’ora colma di ansia finché l’operazione non venne portata a termine. Se qualcosa si fosse guastato d’ora in poi non avrebbe potuto incolpare altri che se stesso, ma fino a quel punto l’insuccesso sarebbe stato imputato a coloro che avevano costruito e lanciato il razzo vettore del suo satellite.