Quando Isaac Newton si presentò al Cavendish Laboratory l’indomani mattina alle nove e un quarto, trovò vari dei suoi assistenti in attesa nel suo ufficio, tutti animati da sentimenti di aperta rivolta.
«I giornalisti imperversano dappertutto. Abbiamo dovuto chiudere a chiave il materiale riservato per cui non possiamo più lavorare», fece McClelland, un giovanotto dalla faccia di ragazzino che poteva avere qualcosa come venticinque anni.
«In tal caso voglio che vi consideriate come tanti attori chiamati a recitare una commedia», rispose Isaac Newton. «Tra adesso e mezzogiorno convinceteli che ormai han visto tutto. Inscenate una specie di spettacolo, senza raccontare troppe balle perché quelli non sono cretini. Magari non s’intendono di circuiti elettronici, ma sono perfettamente in grado di fiutare una presa in giro.»
«E poi, che cosa accadrà?» chiese qualcuno.
«Dopo mezzogiorno sarete lasciati in pace per due o tre ore, in modo da poter effettuare i controlli.»
«Come faremo a cavarcela?»
«Non preoccupatevi. Sorridete e continuate a sorridere. Sarò con voi tra mezz’ora.»
Quando il gruppo di giovani assistenti ebbe lasciato l’ufficio, Isaac Newton chiamò la signora Gunter e disse: «Mi può chiamare al telefono il rettore del Trinity, per cortesia?»
«Brutte Notizie! Dio mio, lei è proprio la personificazione delle novità grame», gemette il rettore dall’altro capo del filo. «Mi sembra di avere la testa ridotta a un pallone.»
«Volevo chiederle di organizzare una sontuosa colazione, con tre o quattro qualità di vini.»
«Devo proprio raccontarle che mi sento la bocca ridotta come il fondo di una gabbia di pappagalli?» fu la cupa risposta.
«E’ tutto quel porto che beve, rettore, le bevande ad alto contenuto alcoolico. I reni non riescono a filtrarle.»
«La pianti! La pianti! L’idea di una colazione è come il nodo scorsoio per un criminale condannato.»
«Un vero peccato, rettore. Perché si tratta della stampa.»
«Della stampa, ha detto?»
«Proprio così; e se non riusciamo a tenere a bada questa gente, possiamo rinunciare stasera a ogni trasmissione diretta alla cometa. Inoltre c’è un cronista dell’«Observer». Porta scarpe di Gucci e un colbacco di astrakan. Lo tiene in testa anche qui, nel laboratorio; mi piacerebbe proprio sapere se l’ha attaccato al cranio con degli spilli.»
«Dio mio, Brutte Notizie, a me sembra di avere degli spilli attaccati al «mio» cranio.»
«Pensavo di spedirli lì poco prima di mezzogiorno.»
«Lei non spedirà nessuno. Li porterà qui di persona. Non sono disposto a farlo da solo. E niente discussioni!»
«Ma io devo controllare i circuiti.»
«E io devo cercar di controllare il mio mal di testa. Tre o quattro qualità di vini, ha detto, non è così?»
«E sigari.»
«Oh, no, i sigari no! Non li sopporterei. Non sopporterei tutte quelle facce con il sorriso vacuo dovuto al troppo vino bevuto. Oh, no, non riuscirei a sopportare proprio nulla!» gemette di nuovo il rettore.
Si udì un clic. Fine della conversazione. Al che, Isaac Newton entrò nell’ufficio della segretaria dicendo: «Signora Gunter, sia così gentile da avvertire tutti quei giornalisti e reporter, rivolgendosi a ognuno personalmente, che sono invitati a una colazione speciale dal rettore del Trinity, per mezzogiorno. Lo dica in tono confidenziale. Quando avrà compilato l’elenco degli invitati, telefoni il numero alla segretaria del rettore. Aggiunga due o tre posti, semmai qualcuno dovesse arrivare in ritardo e poi faccia arrivare dei taxi a mezzogiorno in punto. Li pagheremo servendoci della cassa delle piccole spese, ammesso che il professor Boulton non si sia portato via tutti i soldi».
«Benissimo, professore. Devo preparare un elenco separato di quelli che non volessero partecipare alla colazione?»
«Un’idea eccellente. Dobbiamo conoscere i nomi di tutti. Detesto l’idea di mettere guardie all’ingresso del laboratorio e altre misure del genere, ma se questa storia dovesse continuare non so che altro potremmo fare.»
Con un largo sorriso finto sulla bocca si unì poi al gruppo dei giornalisti. Ben presto, la continua vista delle attrezzature nei vari laboratori fece scemare l’interesse. Così, Isaac Newton riempì il tempo facendo servire caffè e panini alla mensa. Successivamente venne diffusa notizia che una conferenza stampa si sarebbe tenuta nell’aula magna.
Isaac Newton diede inizio alla conferenza ripetendo più o meno ciò che aveva detto alla festa la sera precedente, per concludere: «Il progetto aveva lo scopo di rispondere alla cometa di Halley con una trasmissione a onde molto lunghe, usando lo stesso codice e incorporando un tipo di messaggio come quello ricevuto da noi».
«Potrei farle una domanda a questo proposito, professore?» disse una giornalista nella seconda fila.
«Sì?»
«Da quanto ho capito, il vostro messaggio consiste in coppie di numeri, uno dei quali rappresenta il tempo e l’altro la distanza della cometa dal Sole.»
«Esattamente», convenne Isaac Newton, contento che la domanda dimostrasse la comprensione dell’argomento da parte della cronista e notando che il reporter dell’«Observer» aveva ancora in testa il colbacco di astrakan, il che faceva supporre che l’uomo, presentatosi come Tom Taylor, avesse una radiotrasmittente celata sotto il copricapo.
«La vostra trasmissione avviene in tempo reale?» fu la domanda successiva.
«Sì, esattamente.»
«Misurando il tempo con quale sistema?»
«Unità atomiche graduate da un moltiplicatore decimale. Lo stesso vale per l’unità della distanza.»
«Come riesce a stabilire la distanza della cometa dal Sole? Mediante misurazioni oppure calcolandola?» chiese un altro cronista.
«In realtà con entrambi i sistemi», rispose Isaac Newton. «L’orbita della cometa è stata già ottenuta con le misurazioni. Poi, conoscendo l’orbita, determiniamo con dei calcoli la distanza del nucleo della cometa dal Sole, la distanza in quel momento, voglio dire. Se chi riceve la trasmissione è una mente intelligente», proseguì, «potrebbe arrivare a un notevole numero di interessanti conclusioni. Prima di tutto che abbiamo compreso il messaggio della cometa. Secondo, che comprendiamo la fisica atomica. In terzo luogo, che i nostri numeri sono disposti in serie scalari di dieci.»
«Da cosa lo dedurrebbe?»
«Dai moltiplicatori decimali usati per scalare le unità. Dal punto di vista matematico, contare a decine è un’assurdità. Così si potrebbe concludere che il motivo di un simile modo di procedere dev’essere in partenza fisico, non intellettuale. Le dita…»
«Starrattson del «Daily Record»», disse una voce dalla quale si capiva all’istante come tutti questi particolari pignoleschi non potessero riguardare chiunque avesse i piedi solidamente posati a terra.
«Sì, signor Starrattson, troverà qualche poster con le «pin-up» nel laboratorio, «pin-up» che potrebbero forse interessare il suo giornale», ribatté Isaac Newton in tono tranquillo, ma pentendosi subito per aver lasciato trasparire così inopinatamente la propria irritazione.
Quando le risate cessarono, Starrattson insisté: «Ciò che mi interessa, professor Newton, è di sapere che cosa c’entra tutto questo con l’uomo comune».
«Suppongo che tutto ciò, se riferito correttamente, sarebbe di notevole interesse per l’uomo comune.»
«Dubito che i lettori del «Record» sarebbero di quest’opinione.»
«Può darsi di no. Ma poi bisogna domandarsi, signor Starrattson, se i suoi lettori possono essere definiti comuni. Non sarebbe più giusto definirli straordinari?»