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Quando uscì a sua volta dal laboratorio, Isaac Newton notò la presenza di Featherstone, l’ordinario di Veterinaria, armato di binocolo. Poi comparve Frances Haroldsen insieme al rettore e al Cancelliere, dicendo: «Pensavamo di andare in macchina da qualche parte a sud dei Gogs, in maniera da essere ben lontani dalle luci della città».

«Sono incerto se lasciare il laboratorio», rispose Isaac Newton con aria perplessa.

«Non vedo perché. La gente se n’è andata e la polizia è in giro dappertutto», obiettò il rettore in tono suadente. «E con quel drago della sua segretaria scatenato…» soggiunse.

Si ammucchiarono nella grossa automobile di Isaac Newton: il Cancelliere, Featherstone e Frances Margaret dietro, il rettore davanti, sul sedile del passeggero.

«Dov’è Kurt Waldheim?» chiese qualcuno.

«Sono qua», rispose Waldheim affacciato al finestrino del guidatore. «Vi seguirò con la mia macchina.»

«Verrò con te», disse immediatamente Frances Margaret, scendendo dalla Mercedes di Isaac Newton e soggiungendo, attraverso il finestrino: «Incontriamoci sulla vecchia strada romana all’incrocio con la rotabile da Hildersham a Balsham».

Isaac Newton uscì da Cambridge passando di nuovo per la Hills Road e i Gogs, come lui e Frances Margaret avevano fatto la sera dell’incursione nel cottage del povero Mike Howarth. Prima di arrivare a Linton lasciarono la strada maestra per svoltare nel villaggio di Hildersham e arrampicarsi sulla collina retrostante.

Durante il tempo del viaggio, la cometa era diventata persino più brillante del pianeta Venere. Le particelle espulse dal corpo celeste formavano ora un disco perfettamente visibile a occhio nudo, grande e luminoso come la luna piena, se lo si guardava attraverso il binocolo di Featherstone.

«Salute! Qualcosa che fa veramente paura», annunciò il rettore. «Nessuno scalzacane di critico potrà più negare il fenomeno.»

Il Cancelliere fissò a lungo il cielo e Isaac Newton gli disse, parlando nel buio: «Che sia un cartello indicatore che ci segnala l’uscita dal ventesimo secolo?»

«Sembrerebbe di sì, ma per portarci dove?»

«Molto lontano, come del resto lei stesso immaginava.»

«Ha un’idea di che cosa possa trattarsi in realtà?»

«Posso solo fare congetture», rispose Isaac Newton.

«Allora, le faccia, queste congetture, maledizione!» esplose il rettore, anche lui dal buio.

«Immaginatevi», cominciò Isaac Newton, «di ruotare indifesi nello spazio, disorientati, privi di tutto eccezion fatta per impressioni confuse di ciò che è il mondo che vi circonda. Immaginatevi di trovarvi in queste angustie in numero identico a quello degli uomini esistenti sulla Terra, una grande popolazione di individui, ciascuno dei quali in possesso di un enorme potenziale per raggiungere tante mete, ma ciascuno incapace di raggiungerle, queste mete.

«Dell’ambiente che vi circonda non vedete nulla all’infuori di una brillante macchia di luce, il Sole, che significherebbe per voi la morte nel fuoco se doveste avvicinarvi troppo, una morte nel fuoco altrettanto sicura e dolorosa quanto quella che un essere umano potrebbe soffrire su un rogo. Eppure, alcuni di voi devono sacrificarsi in perpetuo avvicinandosi molto al Sole, come tante falene attirate da una candela. Lo devono fare tenendo conto di una possibilità seppure infinitesimale che piccole creature come noi si siano sviluppate su uno dei corpi interni del sistema solare. Creature piccole, ma provviste dell’intelligenza necessaria per fornirvi gli occhi e le orecchie che a voi mancano, in maniera che possiate orientarvi e scoprire per la prima volta il significato della vostra vita e del vostro posto nell’universo.

«Le morti nel fuoco sono continuate, poche ogni anno, non per secoli o millenni bensì per miliardi di anni. Le epoche si sono susseguite una dopo l’altra e il contatto non si è mai stabilito. Fino a stasera. Poco dopo le nove. Era la fine di una lunga strada, una strada di più di quattromila milioni di anni per voi e i vostri simili», disse Isaac Newton con gli occhi rivolti al cielo. «Ed è questo il motivo per cui ora siete in festa. Siete in festa perché ciò che vi sembrava impossibile è accaduto. La cometa di Halley sta festeggiando la fine di un lungo cammino.»

«Che è l’inizio di un lungo cammino per noi», soggiunse il Cancelliere.

«Io non posso dire che amen», concluse il rettore.

PARTE SECONDA

E ARRIVO’ SUBITO IL GIORNO…

37

Isaac Newton non pensò di stabilire un nesso tra l’improvvisa luminosità della cometa di Halley e le conversazioni sul disarmo a Ginevra, alle quali aveva partecipato più di un anno prima per cui, adesso, erano solo un lontano ricordo. Parcheggiò la macchina e si preparò a superare con pochi balzi sotto la pioggia gelida il tratto che lo separava dal portone d’ingresso del Cavendish Laboratory.

«Niente cometa oggi!» esclamò la voce familiare di Scrooge, l’assistente che sovrintendeva al magazzino del laboratorio.

«Spero che tutto sia in ordine, Scrooge», rispose Isaac Newton scrollandosi di dosso la pioggia, «nessuna incursione nel suo magazzino?»

«Lei sa che tengo tutto sotto chiave, professore, può fidarsi», rispose Scrooge con un largo sorriso.

Boulton, di Geostrofica, stava aspettando nell’ufficio di Isaac Newton. «Stai lasciandoti scappare una grossa occasione, sai?» cominciò.

«E quale?»

«Con tutta questa gente a zonzo nel laboratorio! Giornalisti da tutto il mondo! Quelli sarebbero disposti a pagare un biglietto da dieci sterline senza fare una piega.»

«Francamente, non ci avevo pensato. D’altra parte è il mio destino quello di morire povero, temo.»

«Oh, non mi riferivo alla tua persona. Pensavo a tutto quello che spende il laboratorio, caffè per gli assistenti e quel genere di cose. E’ uno stillicidio continuo, se non ci badi.»

«Come vanno i tuoi marchi tedeschi?»

«Me ne sono liberato da un pezzo. Gli yen giapponesi sono quelli che ora ti ci vorrebbero. Se fossi in te cambierei i franchi svizzeri in yen. Tanto più che gli interessi delle banche svizzere sono bassi. Oppure potresti pensare al peso. Dicono che salirà, probabilmente.»

«O che scenderà, come vorrà il caso. Sei sicuro che non sarebbe meglio la dracma?»

«Quella è una moneta con la quale bisogna stare attenti. Tutto dipende dal raccolto delle olive, e molto anche dal raccolto delle noci.»

«Lo immagino.»

«Quelli che sembrano promettenti adesso sono i giocattoli a forma di cometa per i bambini. Sembra che ci sarà da guadagnare molto. Ne ho parlato con un paio di industrie. Ci servono delle idee. Sembra proprio roba del tuo ramo. Ho pensato anche ai fuochi artificiali a forma di comete. Naturalmente non è detto che devi associarti se non ci tieni, ma bisogna sempre entrare nelle imprese all’inizio. E’ importante. Una volta che tutti cominciano a interessarsi all’affare è troppo tardi.»

«Quanto correrei il rischio di perdere?»

«Oh, non perderesti nulla perché non rischieresti altro se non le tue idee.»

«Questo è un sollievo.»

«E’ davvero una buona occasione. A proposito: sto pensando di acquistare il Ragamuffin. E’ una proprietà esente da oneri e vincoli, vedi, così o l’Università o uno dei College potrebbero essere interessati un bel giorno al terreno. Naturalmente, trattandosi di un’impresa funzionante, vive dei suoi guadagni.»

«Perché, allora, uno dovrebbe volerlo vendere?»

«Per un sacco di motivi. Tasse di successione, artrite, dolori nelle ossa quando il proprietario invecchia, roba del genere.»

«Non ti è mai venuto in mente di cambiare facoltà e chiedere una cattedra a Economia?»

«Non c’è pericolo che mi venga. Gli esperti di economia perdono sempre denaro, è un assioma. Ecco, vedi, la Borsa è in realtà un gioco nel quale le somme si azzerano. Così, se tu guadagni, un altro perde. Quasi sempre sono gli esperti di economia quelli che perdono. A beneficio di tutti. Persino le vedove e gli orfani riescono a sfruttarli.»