La signora Gunter, segretaria di Isaac Newton, apparve nel riquadro della porta per annunciare: «Stiamo per ricevere una visita del signor Scuby, professore».
Boulton si precipitò all’istante alla porta d’uscita riservata ad Isaac Newton dicendo: «Allora me ne vado. Pensa ai giocattoli a forma di cometa. Adesso vado da Pocombe, a Chimica. Per parlargli dei fuochi d’artificio, voglio dire».
Fece appena in tempo a uscire prima che John Jocelyn Scuby, segretario delle facoltà, emergesse dall’ufficio della signora Gunter.
«Potrei chiedere se quel tale che è uscito proprio adesso…?» cominciò Scuby.
«… era il professor Boulton? Sì, era proprio lui», rispose Isaac Newton completando la domanda.
«Mi vedo quasi costretto a dargli la caccia. Adesso è riuscito a sfuggirmi con notevole abilità. Vediamo un po’: dev’essere passato circa un anno da quando sono riuscito ad acciuffarlo», continuò Scuby.
«Credo che debba aver subito pesanti perdite sul mercato valutario, con i marchi tedeschi.»
«E’ senz’altro possibile. Ma non sono le sue faccende personali che mi preoccupano. Il caos che regna nel suo istituto ci disturba tutti.»
«Chi è Pocombe della facoltà di chimica?»
«Il nome ha un suono familiare, ma temo di non ricordare perché.»
«Potrebbe trattarsi di fuochi artificiali?»
«Ah! Fuochi artificiali. Sì, fuochi artificiali, naturalmente. Pocombe è una specie di esperto in quel particolare campo. Li fabbrica per le feste di beneficenza, credo.»
«Beh, signor Scuby, spero che lei sia riuscito a mettere a posto il caos in «questo» istituto.»
«Non direi proprio un caos, professor Newton. Qualche irregolarità, forse, prima del suo arrivo, naturalmente. No, sono venuto a trovarla per sondare la sua disponibilità a una proposta avanzata da molte parti, direi, quella di conferirle la carica di membro del Comitato finanziario dell’Università.»
Isaac Newton fece passare un intervallo per buona educazione prima di rispondere: «Purtroppo ogni giornata è composta solo da un numero determinato di ore».
«Lo so benissimo, professor Newton, e l’ho fatto spesso osservare a mia moglie. Il problema dell’Università è che i suoi dirigenti più abili sono i più oberati dal lavoro. Se tutti si rifiutano di prestare i loro servigi, beh, lo vede lei stesso che cosa succede», concluse Scuby come se stesse lanciando a gran voce un appello.
«Non potrebbe prendere in esame la possibilità di conferire la carica al professor Boulton?»
«Dio me ne guardi!» esclamò Scuby la cui bocca rimase spalancata per l’orrore destato in lui da una simile idea.
«Ammetterà senz’altro che proprio in questo momento ho per le mani un mucchio di impegni estremamente urgenti, signor Scuby.»
«Naturalmente, professor Newton. Ma gli impegni vengono e vanno, come mi suggerisce l’esperienza. Nell’Università, comunque, i cambiamenti sono più lenti, ma altrettanto decisivi. Shakespeare, come lei ricorderà, ha detto: ’E’ la pioggerella che dura a lungo; i rovesci improvvisi sono brevi’.»
«L’attuale situazione può cambiare, come anche no. Non lo sappiamo ancora.»
«Credo che lei finirà per trovare incostante l’interesse dell’opinione pubblica. Il ricordo svanisce presto.»
«Mentre invece l’Università continua la sua vita?»
«Esattamente», annuì Scuby, «ed è in questi termini che dobbiamo pensarla tutti. Spero che lei ci rifletterà sopra, professor Newton.»
«Prometto di farlo», annuì Isaac Newton.
Scuby si alzò per andarsene.
«Naturalmente, non mi aspettavo una risposta immediata.»
Dopo che la porta si fu richiusa alle spalle di Scuby, Isaac Newton continuò a fissare il vuoto pensando che Wordsworth non aveva capito niente. Le ombre della prigione stavano circondando non già il ragazzo in procinto di crescere, ma l’accademico che stava invecchiando.
38
«Secondo noi hai qualche idea sbagliata, Isaac», disse Kurt Waldheim quando lui e Frances Margaret Haroldsen entrarono nell’ufficio di Isaac Newton. Waldheim teneva in mano una tazzona di caffè bollente con la quale si scaldava le mani.
«Il freddo umido che avete qui a Cambridge è peggio, penso, che sulla vetta dell’Everest», disse.
«Quali sarebbero queste idee sbagliate?» chiese Isaac Newton.
«Questa rotazione alla cieca nello spazio», disse Kurt Waldheim. «Nella dotta conferenza che ci hai tenuto l’altra sera, hai detto che le comete ruotano alla cieca. Hai detto che erano disorientate. Ma perché non ci dovrebbero essere dei sensori sulla superficie di una cometa? Sensori ovunque sulla superficie di ogni cometa, simili a occhi, a migliaia, a milioni di occhi. Eh, Isaac? Che ne dici di questa formidabile idea?» concluse Waldheim con il solito sorriso leggermente canzonatorio.
«Le comete si muovono in orbite che le portano molto lontane dal Sole. Effettivamente trascorrono la massima parte della loro esistenza molto lontano dal Sole, tanto lontano che la temperatura sulla loro superficie non può essere molto superiore allo zero assoluto. Ora non vedo come degli occhi possano esercitare bene la loro funzione in prossimità dello zero assoluto», rispose Isaac Newton.
«Non occhi biologici, naturalmente», convenne Waldheim, «ma occhi elettronici. Perché no, Isaac?»
«Gli occhi elettronici hanno bisogno di un’industria che li costruisca. Per separare i materiali di cui sono composti, elementi come il selenio, i semiconduttori e così via.»
«Nonostante questo, perché no? Le cellule biologiche sono particolarmente abili quando si tratta di separare elementi diversi. La tua stessa tesi sui reattori nucleari biologici all’interno delle comete era basata proprio su questo. O ti ho frainteso, Isaac?» insisté Waldheim, sempre con il suo sorriso tranquillo e canzonatorio.
«Dovrebbero esserci dei conduttori elettrici o canali che colleghino la superficie gelata con gli strati interni più caldi», continuò Isaac Newton, «altrimenti le informazioni provenienti dai sensori non potrebbero essere elaborate.»
«Insisto: perché no? Sai, Isaac, cominci ad aver l’aria di uno che stia per avere la peggio in una discussione; vedo la maschera della disperazione calare sul tuo volto.»
Frances Margaret era seduta su uno dei braccioli della grande poltrona di cuoio.
«A volere essere razionali», fece lei, «la cosa migliore è quella di supporre il meglio, di supporre che tutto ciò che «potrebbe» essere possibile lo è «effettivamente», capite?»
Isaac Newton picchiò con la matita sul tavolo e poi annuì con una certa riluttanza: «Benissimo. Supponiamo allora il meglio. Supponiamo che la cometa di Halley abbia dei sensori sparsi sulla propria superficie. Questi sensori secondo te dovrebbero funzionare a fasi sintonizzate, immagino?»
«Perché no?» convenne Kurt Waldheim.
«Così, la cometa potrebbe sintonizzare i suoi sensori…» continuò Isaac Newton. «Per funzionare come un grande telescopio», concluse Frances Margaret.
«Su tutte le lunghezze d’onda?»
«Non tutte simultaneamente, forse», ammise Waldheim, «a meno che la superficie della cometa non sia suddivisa in un certo numero di telescopi, alcuni per le onde corte e altri per le onde più lunghe.»
«Provvisti di dispositivi per trasmettere e ricevere?»
«Ripeto: perché no? Che cosa c’è, Isaac?» chiese Waldheim.
«Oh, solo il barlume di un’idea.»
«Sarebbe lecito chiedere in che cosa consiste l’idea?»