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«No, non lo sarebbe. Si tratta di un’idea che a qualcuno non piacerebbe molto.»

«E’ meglio per noi non conoscerla?»

«Come se fossimo bambini piccoli?» interloquì Frances Haroldsen.

«Molto meglio», annuì Isaac Newton. «Occhio non vede, cuore non duole.»

«Grazie», fece lei con una smorfia, spostandosi sul bracciolo della poltrona.

«Per farla breve», proseguì Isaac Newton, «la cometa può ricevere o trasmettere un fascio di segnali. In tal modo può formarsi un’immagine del mondo esterno.»

«Il cielo notturno», convenne Frances Margaret. «E un cielo sereno, per giunta, senza nubi.»

«Anche se la cometa sta rotando intorno al proprio asse.»

«Sì, anche se sta rotando intorno al proprio asse. Anche se la rotazione richiede tre o quattro ore. La situazione non sarebbe molto diversa dalla nostra, qui.»

«Tenendo però presente», sottolineò Kurt Waldheim alzando la mano, «che in presenza di vari dispositivi equivalenti a telescopi ve ne potrebbe essere sempre uno sul versante opposto a quello esposto al Sole.»

«Un vero e proprio mostro con tante teste come l’idra, ecco l’idea che tenti di propinarmi, Kurt. Occhi rivolti in tutte le direzioni.»

«Una bella situazione, non ti pare?»

Isaac Newton parve assorto nei propri pensieri. Il silenzio scese su tutt’e tre. Kurt Waldheim si avvicinò a una lavagna appesa a una delle pareti dell’ufficio e cominciò a fare dei calcoli con una grafia minuta e precisa mentre Frances Haroldsen cambiava ancora una volta posizione sul bracciolo della poltrona di cuoio nero.

Dopo una lunga pausa, Isaac Newton si alzò dalla scrivania, si avvicinò a una finestra, si volse e disse con una voce che sembrava venire da lontano: «Capisco che la cometa potrebbe decidere come puntare questi telescopi se stesse guardando nello spazio. Getterebbe lo sguardo verso le cose interessanti, così come facciamo noi. Ma come potrebbe prendere la decisione di puntare le sue trasmissioni?»

«Beh, se riesce a vedere la Terra, che difficoltà ci dovrebbe essere?» replicò Frances Margaret.

«Il punto al quale vuole arrivare Isaac, e sento già arrivare la domanda», cominciò Kurt Waldheim con il suo sorriso tranquillo, voltando la schiena alla lavagna, «è quello di stabilire come una cometa potrebbe essere consapevole che la sua trasmissione è indirizzata a un’altra cometa.»

«Proprio così!» esclamò Isaac Newton. «Le comete per lo più si trattengono nei recessi più lontani del sistema solare dove sono effettivamente invisibili.»

«Dal punto di vista ottico, forse, ma come la mettiamo con i radiotelescopi?» chiese Frances Margaret.

«Se una cometa sapesse dove se ne trova un’altra, i due corpi celesti potrebbero comunicare via radio, naturalmente. Ma non sanno e non possono», rispose Isaac Newton. «Se ci fosse solo un centinaio di comete vedrei per loro la possibilità di scoprire le reciproche posizioni: trasmettendo nella direzione del Sole potrebbero trovare la cometa di Halley, per esempio. In tal caso, la cometa di Halley saprebbe dove si trova ognuna delle altre e potrebbe a sua volta informarle.»

«In tal caso sarebbe necessario determinare sia le distanze che le direzioni», fece rilevare Kurt Waldheim.

«D’accordo. Tuttavia, la cosa sarebbe probabilmente fattibile, purché si trattasse solo di poche comete. La cometa di Halley è una cometa condannata che sta evaporando senza sosta nello spazio. Essa potrebbe essere in grado di scoprire le posizioni di una manciata di altre comete, ma sarebbe solo una goccia in un oceano se si pensa che esistono miliardi di comete.»

«Che cosa stai cercando in tutta questa confusione, Isaac?»

«Immaginavo ogni cometa come una cellula appartenente a un cervello gigantesco. Anche una sola cometa è probabilmente un cervello gigantesco secondo i nostri parametri, ma immagina un cervello con centinaia di miliardi di parti separate, ognuna delle quali compone un’intera cometa. In questo momento, però, si tratta di un cervello con tutte le cellule in disordine, incapaci di comunicare reciprocamente. Un cervello gigantesco ridotto, potremmo dire, alle condizioni di un vegetale.»

«Continua», lo incoraggiò Frances Haroldsen quando Isaac Newton esitò per un attimo.

«Sin da quando abbiamo cominciato a occuparci di questa faccenda, provo un senso di ansia, come se ci fosse da fare qualcosa di estremamente importante. Penso che per un certo verso tutti abbiamo la stessa sensazione. Non a proposito delle comete, ma in genere: ci deve pure essere un qualche scopo.»

«Nella vita umana?»

«Sì, nella vita umana. La gente ha avuto questa sensazione sin dai primordi. Ecco perché ha costruito le chiese, perché credeva istintivamente in un rapporto tra se stessa e un misterioso scopo connesso in un modo o nell’altro con il cielo… connesso con il mondo extraterrestre.»

«Qui siamo in piena mistica, Isaac. Non è qualcosa che possiamo calcolare.»

«E’ proprio qui che sbagli, Kurt. Supponi che noi esseri umani si sia preprogrammati per perseguire uno scopo. Questo scopo, se debitamente identificato, non è per niente mistico. Lo scopo è quello di costruire una sorta di centrale telefonica cosmica, un centro nervoso capace di destare un cervello veramente gigantesco dalla sua attuale condizione di vegetale per trasformarlo in un fattore dominante nella nostra galassia. Forse persino un fattore dominante nell’intero universo.»

«Tutte belle parole, Isaac, ma come dobbiamo fare i calcoli?»

«Facciamo i calcoli per vedere se la cosa è possibile.»

«Benissimo, facciamo i calcoli per vedere se la cosa è possibile.»

Kurt Waldheim cancellò lentamente e con cura i simboli che aveva tracciato sulla lavagna in precedenza. Poi si rivolse ad Isaac Newton con un’espressione seria sul volto.

«Allora?»

«La prima cosa da decidere è il numero dei telescopi di cui avremmo bisogno per la nostra centrale telefonica cosmica. Supponi che le comete siano in tutto un centinaio di miliardi. Supponi anche che ogni telescopio possa provvedere canali sufficienti per… diciamo mille comete. In tal caso avremmo bisogno di un centinaio di milioni di telescopi.»

«Sono tanti, Isaac!»

«Me ne rendo conto. Ma si tratta solo di un giudizio valutativo, non di un calcolo. Cominciamo a stimare lo spazio di cui avremmo bisogno. Diciamo un chilometro quadrato per ogni telescopio, uno spazio sicuramente più che sufficiente. Così, il fabbisogno totale di spazio ammonterebbe a un centinaio di milioni di chilometri quadrati. Qual è il rapporto con la superficie della Terra?»

«Di tutta la Terra?»

«Sì, di tutta la Terra. Se abbiamo bisogno di uno spazio maggiore della superficie della Terra, l’idea è irrealizzabile. In caso contrario è realizzabile.»

Kurt Waldheim fece alcuni brevi calcoli e disse: «La Terra ha una superficie complessiva di circa cinquecento milioni di chilometri quadrati, di cui due terzi coperti dagli oceani. Di conseguenza, la superficie asciutta disponibile ammonta a qualcosa di meno di duecento milioni di chilometri quadrati. La tua idea resiste, Isaac, ma appena appena».

«Resiste. E’ tutto quello che ci occorre sapere per il momento. Inoltre sono stato molto cauto nel calcolare la superficie necessaria per ogni telescopio.»

«E quanto verrebbe a costare? Sicuramente somme incredibili», intervenne Frances Margaret.

«Hai ragione. Vediamo i costi. Quanto per ogni telescopio?»

«Beh, non ci vorrebbe del materiale di scarto, a buon mercato. Il costo attuale ammonterebbe a cento milioni di dollari al pezzo», continuò Frances Margaret.

«Questo sarebbe il costo se ordinassimo i telescopi uno o due alla volta. Ordinandoli in massa, con tutti i perfezionamenti tecnologici raggiungibili durante lo sviluppo del progetto, il costo dovrebbe scendere parecchio. Di dieci milioni di dollari al pezzo», stabilì Isaac Newton.