«E ciò che pensa la rivista «Nature»?»
«Sì, fino a un certo punto anche. E ciò che pensano i consigli di ricerche. Lei si compiace di ignorare i consigli di ricerche, ma non dovrebbe farlo.»
«Senta, Bristow, lei è un tipo pieno di contraddizioni. Solo un paio di settimane fa mi ha criticato dicendo che ero troppo autocratico, che mi mancava il senso della democrazia. Eppure adesso lei sta facendo proprio quello che prima criticava, dicendo che l’uomo comune, pur pagando le tasse, non decide e non dovrebbe decidere come i soldi così raccolti devono essere spesi.»
«Se ho detto che la scienza è democratica, ho naturalmente sbagliato. La scienza è un’oligarchia. La sua colpa, professore, se posso dir così, consiste nel fatto che lei è spiritualmente un monarchico.»
«Capisco. Lasciamo che l’uomo comune affronti il freddo di una mattinata invernale per guadagnare i soldi che noi scienziati spendiamo. Poi mettiamoci tutti seduti intorno a un tavolo per dividerci con mutuo consenso le spoglie, alla faccia della democrazia. Parti uguali per tutti con la tessera del sindacato degli scienziati. Vuol sapere una cosa, Bristow? Per quanto so della storia della mia famiglia, questa ha sempre coltivato la terra, affrontando appunto il gelo delle mattinate invernali, il gelo di ogni mattinata invernale. Perciò non condivido affatto i suoi punti di vista. Tutto quel che mi viene affidato, si tratti di una borsa di studio come quand’ero giovane, oppure di un aggeggio scientifico o, adesso, di tutto questo laboratorio, lo considero qualcosa assegnatomi dalla fiducia della gente. La gente confida che farò ciò che trovo giusto, senza curarmi di ciò che possano dire i suoi amici provvisti di tessere sindacali. Lei mi ha fatto capire chiaramente che non approva il mio modo di agire, ed è un suo diritto. Ma lei non ha il diritto di fare il doppio gioco. Quello di appoggiare chi ha la tessera in tasca e nello stesso tempo venire da me in ufficio alla ricerca di briciole di informazioni. Mi sono spiegato?»
«Si è spiegato molto bene. Ed è stato poco saggio nel farlo, direi», rispose Bristow con un accento di astio nella voce mentre varcava la porta.
Isaac Newton prese in mano la matita, continuò a picchiare sulla scrivania per un pezzo e infine disse, rivolto a se stesso: «Una cosa simile sarebbe difficilmente accaduta ai tempi di Rutherford». Poi soggiunse: «Il che dimostra solo quanto democratici siamo diventati tutti».
42
Il rettore del Trinity College lanciò un urlo mentre toglieva di scatto la mano dalla caffettiera d’argento bollente che stava al solito posto sulla credenza del grande salone dell’alloggio del rettore.
«E’ l’idea più assurda che io abbia mai sentito», disse il rettore dirigendosi con passo strascicato verso il punto dove Isaac Newton era seduto. «Sarà meglio che versi lei il caffè, Brutte Notizie. Io sono rimasto senza dita a furia di scottarmele. Ne ho abbastanza di questa maledetta caffettiera.»
Isaac Newton si diresse a sua volta verso la credenza e versò il caffè servendosi di una presina imbottita. Quando ritornò, disse: «C’è qualcosa che non va».
«Ci sono tante cose che non vanno. Ma a che cosa sta pensando di preciso, Brutte Notizie?»
«Dovrebbe procurarsi un servizio di tazzine da caffè d’argento, rettore.»
«Oh, no! Non sopporto l’idea di tazzine da caffè d’argento», gemette questi, continuando a soffiarsi vigorosamente sulle punte delle dita. «Dove abita adesso?» chiese poi.
«In un cottage che lei definirebbe un «bijou», a Grantchester. L’ha trovato Rosie Waldheim. E’ formidabile quando si tratta di cercare casa. Mi ci sono sistemato quando i Waldheim se ne sono andati.»
«Allora se n’è andato, Kurt Waldheim?»
«Sì, non si poteva tenerlo lontano dal CERN per molto tempo, non quando qui le cose si sono calmate. Ma ritornerà appena ci mettiamo di nuovo in moto.»
«Beh, lei non andrà probabilmente molto lontano con quella sua proposta assurda. Costruire milioni di telescopi, che Dio ce la mandi buona! Non ha già abbastanza nemici?» grugnì il rettore, soffiando di nuovo ostentatamente sulle dita.
«In effetti sembra che io stia accumulando nemici come insetti sul parabrezza di un’automobile in estate. Ho appena avuto uno scontro con quel tipo della rivista «Nature», quello che ho portato qui una sera.»
«Per che cosa avete litigato?»
«Non per colpa mia. Per lo meno non credo. E’ venuto da me e ha cominciato a fare domande. E’ una specie di schema fisso. Vengono da me per chiedermi che cosa intendo fare in futuro e dirmi che non approvano ciò che ho appena fatto. Poi li sbatto fuori a calci nel sedere, e neppure questo è di loro gradimento.»
«Lo credo bene! Lei non può pretendere di dire peste e corna del loro partito senza provocare reazioni. Per adesso lasci perdere», tuonò il rettore.
«Sapremo domani come andrà a finire. E’ deciso a restare in piedi, rettore?»
«Dico sempre che non lo farò, ma lo faccio sempre. Benché l’esito di domani sia già scontato, lo sappiamo dai sondaggi d’opinione. Poi analizzeranno con il computer i primi diecimila votanti, con tanto di interviste, naturalmente. Il computer ci dirà il risultato e si potrà andarsene tranquillamente a letto conoscendo la risposta. Ma non lo si fa. Si sta in piedi ciondolando per ore e ore aspettando di conoscere un po’ alla volta i risultati dei singoli seggi elettorali, con gli occhi sempre più pesti e continuando a bere birra. Oppure caffè, che è peggio perché allora davvero non si riuscirà più a prender sonno. Mi andrebbe di scrivere una commedia su questa faccenda, solo che nessun teatro la metterebbe in scena, sarebbe troppo noiosa. Eppure, si rimane in piedi la sera delle elezioni perché tutti lo fanno. E’ un comportamento assurdo, come i suoi telescopi. Potrei avere un’altra tazza di caffè? Se è capace di affrontare di nuovo quella caffettiera.»
«Sono riuscito a interessare il Tesoro», annunciò Isaac Newton mentre ritornava dalla credenza con altre due tazze di caffè.
«Ai telescopi?» chiese incredulo il rettore.
«All’aspetto economico della faccenda. Ho riflettuto negli ultimi tempi sugli aspetti economici, e quelli sono davvero un argomento idiota per lei.»
«In economia, la cosa più difficile è di distinguere», osservò il rettore sorseggiando il caffè, «il suo aspetto più idiota. Tra tante cose prive di senso è come scegliere il punto più scuro in uno stagno al buio. Beh, quale aspetto ha scelto lei, Brutte Notizie?»
«Il valore, penso.»
«E allora me ne parli, con spirito e allegria.»
«Si dice che il valore delle merci prodotte da una società sia determinato dal prezzo al quale i prodotti possono essere venduti sul mercato.»
«Un retto pensiero secondo Adam Smith. Riesco ad afferrarlo, almeno in parte, comunque. Alcuni dei libri migliori vengono venduti per poco mentre altri tra i peggiori vengono ceduti a caro prezzo. Ma continui, vecchio mio.»
«In che cosa consiste allora il valore dei soldi per i quali le merci vengono vendute?»
«Il problema riguarda lei, Brutte Notizie, e tocca a lei rispondere.»
«Il valore dei soldi consiste in ciò che essi riusciranno a comprare sul mercato. Così, quel che all’inizio sembrava sensato non è altro che un ritorno al punto di partenza.»
«Una tautologia, perdio! L’ho sempre saputo.»
«Così ho continuato a preoccuparmi del valore. Il prezzo della sopravvivenza, tanto per cominciare: gli alimenti, il vestiario e l’alloggio. Ho attribuito valori elevati agli alimenti, al vestiario e all’alloggio. Scendendo di un gradino la scala sono arrivato a cose come lavastoviglie e automobili, tutte cose senz’altro utili, ma non assolutamente necessarie. Ma il grosso balzo in giù mi ha portato ad articoli il cui supposto valore dipende interamente dalla nostra mentalità che può subire mutamenti del tutto arbitrari con l’andar del tempo.»