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«Mi citi degli esempi, per favore.»

«Il suo televisore, per esempio, ha un valore se mette in onda un programma che lei vuole veramente vedere, ma non ha alcun valore immediato se tutti i canali trasmettono spettacoli scadenti; dipinti che si vendono oggi per milioni alle aste e che non valevano più di un paio di sterline al tempo in cui vennero eseguiti. Oppure i cosiddetti armamenti, come cannoni, carri armati, navi e aerei: quelli hanno un valore se si crede di averne bisogno, ma non valgono assolutamente niente se si ritiene di non averne bisogno.»

«Chi pensa di non avere bisogno di cannoni e carri armati?»

«Per oltre trent’anni, i giapponesi se la sono cavata molto bene pensando di non averne bisogno, e i russi se la sono cavata molto male pensando di averne bisogno.»

«Dove vuole arrivare, Brutte Notizie?»

«Fino a questo punto, la mia è stata solo un’introduzione.»

«Allora sentiamo il resto», grugnì il rettore bevendo rumorosamente l’ultimo sorso di caffè.

«La faccenda ha cominciato a diventare interessante quando ho provato ad applicare un po’ di aritmetica alle mie tre categorie di valori: valori indispensabili per la sopravvivenza come gli alimenti, valori utili come le lavastoviglie, e valori concettuali come i cannoni. Prima di tutto ho scoperto che una frazione sorprendentemente elevata di ciò che ci piace chiamare il nostro prodotto nazionale ha solo un valore concettuale. In secondo luogo ho scoperto come tutto ciò che chiamiamo il progresso realizzato nel corso degli anni non è altro che un aumento nella quota di economia assorbita da voci di valore concettuale. Il che significa che se la gente dovesse cambiare idea a proposito delle cose che considera importanti, una buona parte del nostro prodotto nazionale andrebbe in fumo. Diventerebbe un’illusione.»

Il rettore rifletté per un po’ su queste parole e poi annuì.

«La faccenda comincia a quadrare. E’ per questo che noi abbiamo la sensazione di essere truffati da tutto questo supposto progresso, che abbiamo la sensazione che gli esperti di economia hanno sbagliato i loro calcoli. E’ uno stramaledetto casino, d’accordo, ma è un casino dal quale noi in questo College siamo in buona misura protetti, sono contento di dirlo. Ma che cosa l’ha spinta a calarsi in quest’abisso analitico?»

«Perché volevo orientarmi prima di andare al Tesoro.»

«Con che cosa? Con una bomba a mano?»

«Volevo indurre il Tesoro a studiare a fondo l’effetto di un eventuale cambiamento dei nostri valori concettuali passando dai cannoni e i carri armati ai telescopi.»

«C’è una differenza?»

«Sì, c’è. Tanto per cominciare c’è una grossa differenza tra una situazione stabile e i progetti sporadici come la costruzione di una nave o lo sfruttamento di una miniera. Nei tempi passati, quando veniva allestita una nave da battaglia, c’era lavoro per un mucchio di gente, ma solo per un periodo. La gente confluiva nel porto dove la nave veniva costruita. Le paghe venivano spese immediatamente senza favorire alcuno sviluppo nella regione. Terminato il lavoro sopraggiungeva la disoccupazione con il suo effetto devastante. Lo stesso discorso valeva per le miniere. Una prosperità temporanea, un mucchio di casette dall’aspetto provvisorio e poi una grossa macchia sul paesaggio non appena la miniera era esaurita. La prosperità sporadica comporta sempre cattivi risultati, per quanto grande possa sembrare la prosperità per un po’ di tempo. Mentre una prosperità pur minore, ma conservata indefinitamente, crea un’atmosfera diversa dando luogo al solido sviluppo che si riscontra in centinaia di centri di smistamento della produzione agricola in tutto il paese.»

«E secondo lei, immagino, la sua proposta assurda garantirebbe un impiego stabile alla gente?» grugnì di nuovo il rettore.

«Sì, e non solo per anni o decenni, ma per secoli, con continui perfezionamenti tecnici. Così mi sembrava.»

«E con quest’idea ridicola lei si è presentato al Tesoro?»

«Sì. Da principio pensavano che fossi impazzito. Ma è bastato un cenno del Cancelliere perché se ne occupassero, e più se ne occupavano, più aumentava il loro interesse. Spero che avremo la relazione del Tesoro in tempo per la prossima riunione del Comitato.»

«Non tenterà seriamente di convincere il Comitato? Telescopi a bizzeffe?»

Il telefono impedì la risposta di Isaac Newton, qualunque dovesse essere. Rispose il rettore. Un istante dopo guardò Isaac Newton con un’espressione molto diversa da quella abituale, tanto spavalda.

«E’ il suo laboratorio», disse. «Temo che ci siano veramente brutte notizie. C’è stata un’esplosione, una bomba pare, e ci sono dei feriti gravi.»

43

La facciata del Cavendish Laboratory era stata parzialmente demolita, e le finestre di una buona parte del piano rialzato a ponente erano rotte o sfondate. Il peggio era toccato alle molte finestre della mensa al pianterreno. Ma non furono i danni materiali ad attirare l’attenzione di Isaac Newton e del rettore del Trinity mentre si dirigevano dalla parte più distante del parcheggio verso la palazzina. Davanti all’ingresso principale sostavano due ambulanze e una terza arrivò nell’istante in cui il professore e il rettore raggiunsero l’edificio.

Una barella venne trasportata fuori coperta da un lenzuolo macchiato di rosso. Qualcuno toccò il braccio di Isaac Newton. Questi alzò lo sguardo e vide che era Featherstone, il professore di veterinaria.

«Ho fatto arrivare subito i miei assistenti, abbiamo una certa esperienza…» disse Featherstone.

«Hai fatto bene. Grazie.»

«Ci siamo occupati prima dei feriti, che ora stanno per raggiungere quasi tutti l’ospedale di Hills Road.»

Isaac Newton si fece avanti e sollevò il lenzuolo. Il corpo inerte con gli occhi vitrei era quello di Scrooge. Scrooge che aveva lavorato con coscienza e fedeltà giorno per giorno sin dall’anno in cui Rutherford era morto. Scrooge che gli aveva trovato un secondo galvanometro venti anni prima, quando lui, Isaac Newton, aveva sostenuto l’esame per l’assegnazione della borsa di studio e aveva messo piede per la prima volta, tremebondo, a Cambridge.

«Più che altro si tratta di ferite prodotte da schegge di vetro», continuò Featherstone. «Hanno un aspetto orribile, ma generalmente non sono così gravi come sembrano. Uno o due dei feriti si trovavano nel corridoio che parte dall’ingresso, purtroppo, e sembrano essere stati colpiti in pieno dall’esplosione. Per quelli non abbiamo potuto fare nulla, temo.»

In quel mentre veniva portata fuori un’altra barella; i gemiti che ne provenivano indicavano che l’uomo che stavano trasportando non era morto. Era avvolto in una coperta dalla quale emergeva solo la testa.

«Dio buono, quello è Boulton», esclamò Featherstone.

Isaac Newton stette a guardare mentre la barella veniva infilata in una delle ambulanze. Boulton continuava a gemere.

«Sembra conciato male», disse il rettore del Trinity College.

«Non ricordo di aver visto Boulton là dentro», soggiunse Featherstone. «Dev’esser stato uno dei miei assistenti a occuparsi di lui.»

Isaac Newton porse le chiavi della propria automobile al rettore.

«Potrebbe andare lei all’ospedale, rettore? Per il momento io non posso proprio.»

«Spero di essere ancora capace di guidare. Negli ultimi tempi ho messo mano a un volante solo raramente», rispose il rettore. «Telefonerò», soggiunse mentre, piuttosto teso, si dirigeva verso il parcheggio.

«Ringrazia i tuoi collaboratori, Featherstone. Io verrò più tardi da voi per ringraziare ognuno di persona.»

«Tu pensa a dare un’occhiata in giro. Io non ho fatto in tempo a prendere nota dei danni materiali.»