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«I danni materiali non sono importanti, benché immagini di doverli controllare», rispose Isaac Newton con voce cupa mentre i due uomini entravano nel laboratorio.

Era evidente che l’onda d’urto dell’esplosione si era propagata nel corridoio principale. L’esplosione e il successivo risucchio avevano persino divelto le porte dai cardini. Isaac Newton camminava lentamente, a testa bassa, sforzandosi di notare i particolari, nonostante il senso di nausea che lo aveva preso. Finalmente arrivò nella zona riservata alle trasmissioni alla cometa di Halley. Poiché tale luogo era situato sul lato orientale della palazzina, separato dall’ingresso principale a ponente da un considerevole numero di porte, nella zona riservata alle trasmissioni si registravano solo pochi danni. Isaac Newton esaminò a lungo le apparecchiature elettroniche, poi chiuse a chiave le varie porte che separavano l’area trasmissioni dalla parte principale del laboratorio.

La signora Gunter non era seduta alla propria scrivania, e il vento freddo soffiava attraverso una finestra dai vetri rotti, al punto da raggiungere l’ufficio di Isaac Newton. Questi si diresse come un automa verso la propria scrivania dove sollevò il telefono con l’intenzione di chiamare l’ospedale, ma il telefono non funzionava. C’era qualcosa di strano nell’aria, lui, però, non riuscì a individuare di che cosa si trattasse. Non era più capace di pensare. Alla fine sollevò entrambe le braccia, calò con forza i pugni stretti sul tavolo e gridò: «E’ colpa mia. E’ tutta colpa mia!»

«Che cosa è colpa sua, professore?» chiese una voce dalla soglia della porta aperta, dove c’era una figura in uniforme. La polizia, naturalmente.

Isaac Newton riconobbe l’uomo nel riquadro della porta, un uomo massiccio sulla cinquantina. Riconobbe l’ispettore per averlo già visto. Poi ricordò il nome. «Lei è l’ispettore Grant, no?» riuscì a dire.

«Sì, noi abbiamo già avuto modo di incontrarci, se ricorda, professore.»

«Ricordo. Certo che ricordo.»

«Lei stava dicendo che era colpa sua, professore. Che cosa intendeva dire con questo?»

«Intendevo dire che avremmo dovuto mettere una guardia alla porta già molto tempo fa.»

«Non c’era proprio nessuno? Neppure una «receptionist»?»

«E’ una tradizione del laboratorio che risale alla sua nascita, cento anni fa. Chiunque può entrare liberamente. Neppure ai tempi di Rutherford, quando vennero fatte le scoperte che diedero l’avvio all’era nucleare — con tutto ciò che l’era nucleare implica — , c’era una guardia. Credo che dobbiamo essere un autentico fenomeno per rimanere così attaccati alle vecchie tradizioni, di questi tempi. Tuttavia avrei dovuto accorgermi che i tempi sono cambiati in peggio. Specialmente con la cometa di Halley e tutta la pubblicità di cui siamo vittime. Era inevitabile che tutto questo attirasse qualsiasi pazzoide esistente nell’universo.»

«Così lei pensa che sia stato un pazzoide?» domandò l’ispettore, sedendosi sulla grande poltrona di cuoio.

«Questo è ovvio. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Chi può essere stato se non un pazzo?»

«Me lo stavo chiedendo, professore.»

«Avrei proprio creduto che in questo frangente ci si preoccupasse innanzitutto dei feriti.»

«Per loro si sta facendo tutto il possibile, professore. Può esserne sicuro. Il fatto è che lei può forse darmi un’idea che ci aiuti nelle nostre indagini. Sarebbe meglio se riuscissimo a muoverci già da ora, anziché più tardi.»

«In tal caso situate un posto di blocco sulla M 11 all’ingresso di Londra e fermate tutte le macchine che entrano in città.»

«Purtroppo questo è quasi impossibile.»

«Beh, sarebbe il sistema migliore se volete ottenere un risultato. Con la M 11 distante solo poche centinaia di metri dev’essere stato facile scomparire rapidamente. Avrei dovuto rendermi conto del pericolo rappresentato dalla M 11. Sono stato proprio uno stupido», ammise Isaac Newton.

«Io non ne sono tanto sicuro, professore. Voglio dire, dell’idea che si tratti di un pazzo.»

«Chi altri potrebbe essere stato?» chiese Isaac Newton.

«E’ quello che sto cercando di scoprire, professore. Questa bomba non era un ordigno semplice, fatto in casa. Lo si capisce vedendo ciò che è accaduto. Questa palazzina non è stata costruita in maniera raffazzonata. Non si possono produrre danni simili con un fuoco d’artificio. Sembra un lavoro fatto da professionisti, non da un pazzoide. Per questo mi sto domandando se ha un’idea di chi potrebbe aver voluto compiere questo misfatto.»

«Francamente, ispettore, non posso pretendere di godere la simpatia di molta gente.»

«Me ne rendo perfettamente conto, professore», osservò Grant in tono asciutto.

«Ma non ho nemici veramente tali, voglio dire, nemici capaci di concepire gesti violenti di questa entità.»

«Può esserne certo, professore?»

«Riesco a immaginare qualcuno che abbia voglia di sferrarmi un pugno nell’occhio, sì. Ma non di fare una cosa del genere.»

«Capisco.»

«Che cosa?» chiese Isaac Newton.

«Non c’entrerà per caso la cometa di Halley?»

«Questa è la mia impressione, ispettore. Certo si è parlato molto di noi a proposito della cometa. Così, qualcuno può avere pensato che questo fosse un buon sistema per attirare l’attenzione su di sé…»

«Sarebbe troppo semplice, professore.»

«Questo lo dice lei, ma non ne sono convinto. Non vedo perché un pazzoide non possa aver usato una bella quantità di esplosivo. Di proposito o per errore… per ignoranza.»

«Mi creda, professore. Non è stato un pazzoide.»

Isaac Newton alzò lo sguardo e vide John Jocelyn Scuby nel vano della porta.

«Questa è la cosa più terribile che mi sia mai capitato di vedere», fece Scuby.

«Sono proprio sconvolto, signor Scuby. Posso presentarle l’ispettore Grant?»

«Mi dispiace di fare la sua conoscenza in queste terribili circostanze, ispettore. Ciò che mi stavo domandando, professor Newton, era se lei possiede un elenco di tutte le persone che lavorano qui. Abbiamo tutto negli archivi, ma faremmo più presto se lei avesse un elenco. Così potrei controllare cosa è successo a ognuno di loro.»

«Il rettore del Trinity è andato all’ospedale.»

«Bene, ma è improbabile che il rettore abbia «tutti» i nomi.»

Isaac Newton fece entrare Scuby nell’ufficio della signora Gunter. Poi si accorse di non avere la minima idea di come consultare lo schedario.

«Devo avere un elenco nella mia scrivania», fece quasi gridando, in preda alla frustrazione. Una frenetica ricerca nei cassetti della scrivania portò alla luce l’elenco desiderato.

«Grazie», annuì Scuby. «Dove la posso trovare se dovessi avere bisogno di lei?»

«Sarò o qui o all’alloggio del rettore.»

«Quando avrò saputo i particolari dall’ospedale, ritornerò da lei», disse Scuby. Poi se ne andò subito, lasciando Isaac Newton ancora una volta solo con l’ispettore.

«Stava dicendo, professore?» riprese Grant.

«Non stavo dicendo nulla d’importante, ispettore. Quello che è importante, invece, è la vita dei feriti.»

«Sono perfettamente d’accordo con lei, professore. Se potessi fare qualcosa in tal senso, lo starei già facendo.»

«Suppongo, ispettore, che i suoi uomini sorveglieranno il laboratorio stanotte?»

«Naturalmente.»

«E stanotte prenderò in esame le sue domande. L’unica idea che mi viene in mente al momento è che l’attentato possa aver avuto uno sfondo politico, con tutta l’agitazione che c’è in giro per le elezioni di domani. Ma un’idea simile dev’essere già venuta in mente anche a lei.»

«Certo, ma io in questo campo mi trovo al buio», rispose l’ispettore Grant.

Isaac Newton si alzò per andarsene.