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«Poiché mi trovo esattamente nella stessa situazione, ispettore, andrò a vedere cosa succede all’ospedale. Ecco, vede, stavo aspettando una telefonata, ma il telefono è guasto. Il rettore del Trinity ha la mia macchina, così mi domando se posso chiederle di distaccare uno dei suoi uomini…»

«Se non ha altro…»

«Non ho altro da dire. Sono troppo sconvolto per ragionare a mente serena, temo.»

«Posso capirla, professore. Sì, una delle nostre auto la porterà all’ospedale. Vedrà che non ha perso tempo: i rapporti medici sui feriti saranno pronti solo adesso.»

Isaac Newton condusse l’ispettore da basso fino all’atrio distrutto del laboratorio. Mentre uscivano all’aperto videro venirsi incontro, correndo, Featherstone.

«C’è stata una telefonata del rettore del Trinity», gridò quand’era ancora distante una ventina di metri.

Isaac Newton ebbe la sensazione che la camicia gli si fosse incollata alla schiena.

«Sì?» riuscì a dire.

«La telefonata riguardava la tua giovane amica», fece Featherstone con il respiro grosso. Evidentemente aveva compiuto tutto il percorso correndo. «E’ stata fortunata. L’hanno dimessa dall’ospedale e il rettore la sta riportando al Trinity College. Ma temo di doverti dare una brutta notizia. Ci sono tre morti, due tuoi assistenti e un giovanotto chiamato McClelland.»

«Ha detto qualcosa della mia segretaria?»

«Non ha detto nulla, ma ho capito che molta gente è stata dimessa. E’ andata più o meno come ho già detto. Brutta per quelli che sono stati investiti direttamente dall’esplosione, meno brutta per gli altri: ferite superficiali e shock.»

«Ci sono notizie di Boulton?»

«Se c’erano, il rettore non me le ha date», rispose Featherstone.

44

Frances Haroldsen gli si precipitò incontro non appena Isaac Newton raggiunse il soggiorno dell’alloggio del rettore. La baciò con tenerezza e poi le sollevò il viso. Aveva l’avambraccio sinistro fasciato dal polso fino al gomito.

«Hanno dovuto mettermi qualche punto. Per fortuna, le schegge di vetro non mi hanno preso in faccia», disse Frances mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

«Lei dovrebbe essere a letto, ragazza mia», brontolò il rettore dal fondo del salone. Portava, ripiegata su un braccio, una grossa coperta. Si fece avanti e disse: «Questa, però, può mettersela almeno sulle spalle».

«Ho preso delle aspirine che mi hanno fatto passare, sembra, le fitte. Che cosa è successo agli altri?»

Isaac Newton vide che il rettore lo stava fissando e rispose: «Secondo Featherstone non è andata così male come sembrava. Non ho saputo ancora nulla della signora Gunter. Posso usare il telefono per sentire come sta?»

Quando Isaac Newton ritornò dall’apparecchio, che si trovava all’altro capo della stanza, vide che Frances Margaret aveva ceduto alle insistenze del rettore e ora si trovava seduta su un divano con la grossa coperta ad avvolgerle le spalle.

«Non l’hanno dimessa», annunciò Isaac Newton, «ma dicono che sta benino, benché solo il Cielo sa che cosa significa questo.»

«Siccome è un po’ più avanti con l’età, è probabile che risenta maggiormente lo shock», soggiunse il rettore in tono pacato.

«Boulton non ha avuto uno shock. Lo hanno dimesso.»

«Ma guarda! Io credevo che fosse ferito piuttosto gravemente», rispose il rettore.

«Sembra di no.»

«Penso che farei bene a sdraiarmi un po’», disse improvvisamente Frances Margaret. Il rettore balzò immediatamente in piedi.

«Ecco una buona idea.»

Quando Isaac Newton si mosse per accompagnare Frances Margaret e il rettore, la ragazza disse: «Tra poco mi sentirò bene. Mi hanno dato un sedativo da prendere. Ma non allontanarti troppo. Quel che volevo dirti è di chiedere un servizio di guardia per le attrezzature. E assicurati che siano truppe regolari dell’Esercito, non un qualche distaccamento speciale».

«Credo che farebbe bene ad andare nella mia tana», fece il rettore ad Isaac Newton mentre lasciava il locale insieme con Frances Margaret.

Isaac Newton raggiunse la «tana» come gli era stato detto di fare. Era talmente immerso nei propri pensieri che si accorse a malapena dei due domestici del College che portavano vassoi pieni di birra, caffè e panini imbottiti. Se ne rese pienamente conto solo quando uno dei domestici si fermò nella stanza per accendere il fuoco nel caminetto.

Dopo un po’ di tempo il rettore ritornò per dire, mentre si lasciava cadere su una grossa poltrona color prugna: «Pensavo che non avrebbe voluto cenare. Così ho fatto arrivare un po’ di panini».

«Credo che non mangerò nulla, rettore.»

«Anch’io non ho appetito, ma dovremmo ugualmente mangiare qualcosa. Ho promesso di andare incontro alla guardia alle dieci dietro il College. Ho telefonato a uno dei nostri membri onorari che è nell’Alto Comando dell’Esercito. Lei dovrà naturalmente far confermare il provvedimento dall’ufficio del Primo Ministro, ma il nostro membro onorario è disposto ad aspettare un paio di giorni perché la faccenda possa essere sistemata ufficialmente.»

Isaac Newton fissava il fuoco a occhi sbarrati, cosa che non andava a genio al rettore, che avrebbe preferito chiacchierare. Infine chiese ad Isaac Newton: «Che cosa c’è? Capisco il suo stato d’animo, ma sembra che ci sia qualcosa d’altro».

«Ci sono molte altre cose, rettore», rispose dopo una pausa Isaac Newton. «Non molto tempo fa ho raccontato al Primo Ministro come, da ragazzo, avessi l’abitudine di osservare il comportamento del tordo cacciato dall’avvoltoio. Gli altri uccelli tentano di scappare in volo e vengono acciuffati a mezz’aria. Il tordo, invece, continua a correre di qua e di là a terra per cui l’avvoltoio non si getta in picchiata per il timore di andare a sbattere contro il terreno e di restare secco. Ho sempre pensato che il sistema del tordo fosse valido e me ne sono servito in questa faccenda. Ma ora, con cinque morti…»

Il rettore tacque quasi altrettanto a lungo di quanto prima aveva taciuto Isaac Newton.

«Ha detto «cinque» morti?» disse infine con tono basso e intenso. «Oggi tre; un anno fa c’è stato quel Mike Howarth la cui morte non è stata mai chiarita a fondo; ma chi è il quinto sfortunato?»

«Un uomo dai capelli grigi con la giacca imbottita. Portava un berretto di lana con un grande pompon.»

«Che cosa c’entra questo, in nome di Dio?»

«E’ stato ucciso da un fulmine. Così, almeno, sostiene la polizia.»

«Mi piacerebbe sapere in quale maniera un uomo dai capelli grigi con un berretto di lana, ucciso da un fulmine, c’entri con questa faccenda nel laboratorio», tuonò il rettore prima di addentare un panino.

«Non c’entra, non direttamente.»

«Perché parlarne, allora?»

«Perché c’entrava con la morte di Howarth.»

«Sono tutt’orecchie.»

«Non so proprio come cominciare.»

«Non si preoccupi. Cominci e basta!»

«Allora comincerò col chiederle se negli ultimi tempi ha avuto notizie di Howard Baker.»

«Non recentemente. Ha trovato un bellissimo posto, sa — organista alla cattedrale di Chichester. Ma che cosa…»

«Sarebbe interessante telefonare al vescovo.»

«Per quale motivo?»

«Tanto per chiedere notizie di Baker.»

«Dio buono! Non vorrà dirmi che Baker c’entra con questa faccenda!»

«Sarebbe interessante sapere se un Howard Baker esiste effettivamente alla cattedrale di Chichester. Se esiste, sono pronto a scommettere quello che vuole che è senza barba, perfettamente rasato.»

Una volta tanto, il rettore rimase interdetto.

Isaac Newton approfittò dell’occasione offertagli dalla pausa per afferrare un panino. Poi proseguì: «Ho appena commesso un altro sbaglio, rettore. Ho detto che sono morte cinque persone. Dovrebbero essere sei. C’era un giornalista, ricorda, che è rimasto fulminato dalla corrente elettrica nel cottage di Howarth. Ma non c’entrava per niente».