Finalmente il rettore, simile a una diga che cede, esplose: «Secondo me lei ricava un diabolico piacere da tutti questi enigmi!»
Isaac Newton, che stava addentando il suo panino, finse di non accorgersi dell’agitazione del rettore.
«In effetti, rettore, ci sono talmente dentro fino al collo che penso sia meglio continuare!»
«Sarà meglio sì!» esplose il rettore.
«Immediatamente prima di lasciare il CERN e trasferirmi al Cavendish sono rimasto coinvolto in una faccenda che si potrebbe definire delicata.»
«Ne ho sentito parlare.»
«Così non dovrebbe essere sorprendente se un paio di persone curiose avessero deciso di tenermi d’occhio. Effettivamente ne ho subito individuata una.»
«Baker.»
«No, non Baker. Arrivo subito a lui. Se non fosse stato per lo sfortunato caso Howarth nel quale sono stato coinvolto, la curiosità si sarebbe ben presto spenta. La cosa che ha fatto nascere i guai…»
«… era rappresentata dagli eventuali aspetti militari della scoperta di Howarth. Me l’ha raccontato molto tempo fa.»
«Mi sono ben presto reso conto che la situazione si sarebbe deteriorata, ed effettivamente si è deteriorata. Finché non abbiamo ottenuto una risposta visibile dalla cometa di Halley, quasi tutti credevano che si trattasse di una questione militare. Ora immagini di essere un appartenente ai servizi segreti, circondato da quell’atmosfera di supposizioni, rettore. Che cosa farebbe per infiltrarsi?»
«Agiterei un po’ le acque, immagino.»
«Così come lo sparviero mette in agitazione gli uccellini nella speranza di acciuffarne uno a mezz’aria.»
Il rettore si avvicinò al caminetto per ravvivare il fuoco.
«Lei vorrebbe dire che sbarazzarsi di Howarth con un sistema relativamente poco vistoso, come un incidente di macchina, non avrebbe agitato abbastanza le acque.»
«Uccidere Howarth con un incidente di macchina non avrebbe avuto senso, o quasi. Per questo non gli è accaduto nulla fino al mio arrivo. Il vero scopo era quello di coinvolgermi nella faccenda, con tale chiasso da finir sui giornali.»
«Così, l’impresa è stata compiuta nella cappella, sotto il naso della statua del grande Isaac Newton. E’ questo che lei vuol dire?»
«E’ quello che Frances Margaret ha detto sin dall’inizio.»
«Che ragazza intelligente!» brontolò il rettore, versando birra da una grande brocca in due bicchieri.
«Vuol saperne una, rettore? Quei dischi non mi sono stati mai restituiti, quelli depositati alla Barclays Bank. Il Coroner se li è fatti consegnare con la mia autorizzazione.»
«Vuol dirmi adesso che anche il Coroner era coinvolto?»
«Ne dubito. Quel che voglio dire è che quei dischi, una volta usciti dai forzieri della Barclays, potevano finire nelle mani di chiunque, e qualcuno li ha presi.»
«Quell’avvocato. Come si chiamava, già?»
«Sherbourne? Non credo.»
«La gente che lui rappresentava?»
«Il Consiglio delle Ricerche? Dubito anche di questo.»
«Perché?»
«Me lo avrebbero detto. Anche solo per menarne vanto. Qualcuno ha raggirato sia il Coroner sia il Consiglio delle Ricerche. Già a quel tempo avevo intravisto uno sviluppo del genere. Uno dei motivi per cui sono abbastanza sicuro che il Consiglio delle Ricerche non lo ha fatto, vede, consiste nel fatto che Sherbourne ha fornito la chiave di tutto. Furono le sue domande quelle che misero quasi a nudo la faccenda.»
«Ecco una cosa che non mi sarebbe mai venuta in mente.»
«Ma è andata proprio così. Ricorda quando lei e io quel pomeriggio lasciammo la sala del municipio per venire qui?»
«Dopo il suo scontro con Sherbourne?»
«Sì, dopo il mio scontro con Sherbourne. L’irritazione mi impediva di ragionare bene. Ma lei avrebbe potuto accorgersene, rettore, come pure Featherstone e il sergente Atkinson.»
«Accorgermi di che cosa?»
«Che sarebbe stato sufficiente per noi entrare nella cappella.»
«Non riesco proprio a seguire il suo ragionamento», brontolò il rettore.
«Bastava andare a vedere se l’organo era provvisto di un interruttore a tempo.»
«Ricordo di averla sentita dire alla corte del Coroner che doveva esserci un interruttore a tempo perché nessuno aveva raccontato di aver spento l’organo. Eppure era spento.»
«Era certamente spento perché, con tutti intorno al corpo di Howarth, uno di noi deve aver senz’altro sfiorato i tasti, inavvertitamente se non di proposito. Eppure, dall’organo non è uscito alcun suono. Dopo la nota lamentosa sentita dal signor Kent l’organo ha taciuto.»
Il rettore bevve un lungo sorso di birra, per osservare poi con aria perplessa: «Riesco a seguire il ragionamento, ma non a trarne conclusioni».
Isaac Newton affondò il proprio sguardo negli occhi del rettore. «Immagini — e sono certo che le cose stavano così — di non aver trovato alcun interruttore a tempo. Quali conclusioni ne trarrebbe, in tal caso, rettore?»
Per quanto l’amor proprio del rettore nella sua qualità di romanziere e commediografo fosse ormai stuzzicato, la cosa migliore che gli venne in mente fu questa: «Concluderei che qualcuno che non faceva parte della comitiva doveva aver spento l’organo. L’assassino, mi dirà indubbiamente lei. Glielo leggo negli occhi. Ma perché?»
«Perché se l’organo fosse esploso in un’orgia di suoni, la nostra attenzione sarebbe stata distolta dalla salma di Howarth per indirizzarsi all’organo. In tal caso avremmo trovato la zeppa che bloccava il tasto da cui veniva quella nota lamentosa. Vede, rettore, l’assassino ha dovuto dare al materiale di cui era composta la zeppa il tempo necessario per evaporare. Era una fredda notte autunnale e il signor Kent e il decano avevano fatto arrivare subito la polizia, probabilmente prima di quanto l’assassino si aspettasse.»
«Continuo a non capire bene perché la scoperta, o non scoperta, di una zeppa fosse importante», disse il rettore mentre vuotava il bicchiere.
«Perché avrebbe tolto di mezzo il tocco di mistero. Il Coroner praticamente non avrebbe potuto evitare un verdetto per omicidio. La polizia avrebbe avuto a disposizione un obiettivo ben definito sul quale puntare, e il mio coinvolgimento sarebbe andato a farsi benedire… avevo un alibi perfetto, ricorda? E non ci sarebbe voluto molto perché la gente cominciasse a chiedersi chi mai, meglio dell’organista stesso, potesse conoscere l’organo al buio. L’uomo doveva essere lì, in attesa. Una situazione certo poco piacevole, con il chiaro di luna che filtrava appena attraverso le finestre dell’atrio. Noi tutti abbiamo provato una strana sensazione, come se ci trovassimo in presenza di forze occulte, persino la polizia.»
«Quando ha capito tutto?» chiese il rettore con tono grave.
«Nell’attimo in cui ho visto il tipo con i capelli grigi e il berretto di lana. Aveva in cima un grosso pompon.»
«Lasci stare il pompon. Spieghi semplicemente come è arrivato alle sue conclusioni.»
«Quello stava aspettando noi.»
«Al cottage di Baker?»
«Sì, siamo caduti in trappola. Sono riuscito a persuadere Frances Margaret che eravamo stati scoperti per caso, ma…»
«Ma lei non crede al caso…»
«Solo nei lavori teatrali, rettore.»
«Poi, che cosa è successo?»
«Per nostra fortuna, l’uomo con il berretto di maglia è stato colpito da un fulmine, come le ho già raccontato. Lo strano è che il pompon non riportò alcun danno.»
Il rettore, sprofondato nella poltrona color prugna, era interdetto. Alla fine chiuse le mascelle di scatto per dire con voce improntata a un sonoro crescendo: «Fulmine! Non mi prenda per un «idiota»!»