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«Francamente non riesco a capire, professor Waldheim. Potrebbe essere più chiaro o fornire altri particolari? Perché quella che il rettore ha sollevato è una questione veramente importante», dichiarò il Primo Ministro serio in volto.

«Le voglio citare come esempio due atomi diversi: quello semplice dell’idrogeno e quello estremamente complesso dell’uranio», cominciò Kurt Waldheim, tornando a sorridere e respingendo con un gesto della mano la ciocca di capelli sulla fronte. «Noi uomini siamo capaci di capire completamente l’atomo dell’idrogeno. In questo modo, comprendiamo i principi essenziali in base ai quali sono costruiti tutti gli atomi, e credo che saremo in grado di decifrare le informazioni di questa specie. Ma i particolari, non i principi, dell’atomo dell’uranio sono troppo complicati per noi. I numeri da prendere in considerazione con qualsiasi metodo a noi noto sono troppi. Sono nubi di numeri, come le nubi di numeri che sarebbero necessarie per descrivere i movimenti di tutte le molecole esistenti nell’aria contenuta in questa stanza, o gli atomi esistenti nel nostro organismo. Principi, sì; nubi di numeri, no. Ecco che cosa voglio dire.»

«Secondo me, Kurt sta dicendo», interloquì Isaac Newton, «che saremo in grado di decifrare tutte le cose che ci sembrano importanti, i principi fondamentali delle situazioni. Ma quelli che tendiamo a considerare particolari privi d’importanza ci sfuggiranno. Non perché non saremmo in grado di decifrarli, ma perché nel decifrarli ci troveremmo di fronte a un volume eccessivo di numeri.»

«E allora, perché queste disgraziate nubi di numeri sono importanti?» chiese il rettore.

«E’ la differenza tra il comprendere una cosa e il farla. Tutte le volte che costruiamo qualcosa, un’automobile o un aereo o un computer, dobbiamo calcolare una nube di numeri, tanto per cominciare. Ma sono nubi piccole a paragone con quelle del nostro caso. I luridi particolari, si potrebbe dire.»

«La differenza tra l’idea per un libro e il processo meccanico per mettere per iscritto le parole?» suggerì il rettore.

«La cosa si riduce in fondo a questo, rettore. Se lei la prende in esame nei termini di un libro, c’è sempre un limite alle dimensioni del libro che possono essere affrontate da un singolo scrittore. Altrimenti la nube delle parole diventerebbe troppo grande. E se lei immagina di prendere in considerazione tutti gli scrittori e di mettere i loro libri in una biblioteca, vi è sempre un limite per le dimensioni della nube più grande di parole che una biblioteca può accogliere.»

«E secondo lei, questa faccenda può superare di gran lunga la capacità umana?» chiese ancora il Primo Ministro.

««Ja», le cose stanno proprio così», annuì Kurt Waldheim.

«Ma quale sarebbe il risultato finale, il prodotto?»

«Qualcosa di grosso. Qualcosa di molto grosso», insisté Isaac Newton.

«Lo immaginavo», osservò il Cancelliere. «L’ho intuito dal primo momento. Primo Ministro, posso proporre un intervallo per la colazione? E’ ancora presto, ma noi tutti ci siamo rimpinzati a tal punto finora che dobbiamo digerire un po’ ciò che abbiamo detto prima di affrontare le altre voci dell’ordine del giorno.»

«Devo essere di ritorno in città al più tardi alle sei», avvertì il Primo Ministro.

«Me ne rendo conto», rispose il Cancelliere, «ma accelereremo la colazione. Andremo a mangiare all’albergo di qui. Ho già predisposto tutto. Si mangia abbastanza bene e sono molto cortesi.»

Isaac Newton si mise al volante della sua macchina, pensando di portar lui Kurt Waldheim e Frances Haroldsen all’albergo del villaggio, ma il rettore del Trinity si sistemò con un balzo agilissimo sul sedile anteriore accanto al guidatore.

«Andiamo. Gli altri possono seguire. Voglio parlare con lei da solo.»

Quando ebbero superato un centinaio di metri, Isaac Newton chiese: «Di che cosa?»

«Dei soldi per tutti quei telescopi, quel suo progetto assurdo. Glieli daranno, l’ho letto negli occhi di Godfrey Wendover. Così cerchi di comportarsi bene questo pomeriggio.»

47

Dopo colazione, il Cancelliere e il Primo Ministro tornarono insieme in macchina.

«Le trovi realmente sbalorditive, tutte queste cose?» chiese il Primo Ministro.

«E tu non le trovi sbalorditive, tenendo conto che per il momento abbiamo dato solo uno sguardo attraverso il buco della serratura?» chiese il Cancelliere di rimando.

«Che altro ci può essere da quelle parti?»

«Non lo so. Neppure Newton e Waldheim lo sanno. Stanno procedendo a tentoni come noi. Secondo me, però, è estremamente improbabile che sin dal principio si sia già visto tutto quello che c’è da vedere.»

«Questo sistema di telecomunicazioni…»

«Sì? Che cosa c’è?»

«Beh, mi stavo domandando se alle volte non potesse diffondersi all’esterno», fece il Primo Ministro come parlando a se stesso.

«Al di fuori della Terra?»

«No, al di fuori dell’intero sistema solare.»

Il Cancelliere ci rifletté sopra un po’ e poi si strinse nelle spalle. «Perché no?»

Dopo circa mezzo chilometro, il Cancelliere riprese passando a un argomento più concreto: «Come intendi impostare la riunione questo pomeriggio?»

«Beh, abbiamo già preso una decisione, non ti pare? Non c’è senso discutere a lungo su quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. Così mi concentrerò piuttosto sui procedimenti e i mezzi, specialmente sull’organizzazione.»

«Anche se siamo decisi», disse il Cancelliere, «gradirei che tu non mettessi troppo in disparte Julian. Si è impegnato molto con la sua relazione, per cui ti prego di dargli retta per un po’.»

Nonostante la promessa del Cancelliere, che la colazione sarebbe stata servita presto, erano già le due del pomeriggio quando la seduta riprese.

«Dobbiamo accelerare i tempi», annunciò il Primo Ministro. «Così affronteremo ora l’argomento principale della riunione, i telescopi. Stamattina abbiamo sentito che gli strumenti disponibili si stanno già avvicinando al punto di saturazione, sia nel nostro paese sia in Germania, proprio quando gli sviluppi stanno diventando interessantissimi. Propongo che la necessità di ulteriori risorse strumentali venga data per scontata. Ora dobbiamo occuparci dei procedimenti e dei mezzi economici e logistici. Parliamo prima dei procedimenti e mezzi economici sui quali Sir Harry Julian ha preparato un’ampia relazione, un lavoro per il quale intendo esprimere il ringraziamento del Comitato a lui e ai suoi collaboratori. Sir Harry, le dispiacerebbe esporci la sua relazione?» concluse il Primo Ministro, pensando che se il discorso di Julian poteva essere contenuto in trenta-quaranta minuti, il successivo argomento critico poteva essere sbrigato per le quattro. Un’ora e mezzo per ritornare a Londra nonostante il traffico sostenuto doveva essere sufficiente, lasciandogli un margine di trenta minuti prima dell’arrivo del Presidente indonesiano al numero 10 di Downing Street.

Il resoconto di Julian fu molto simile alla conversazione avuta da Isaac Newton alcuni giorni prima con il rettore del Trinity. L’esposizione di Julian era impostata sulla fermezza dei propositi. La fermezza dei propositi nel campo economico, come negli altri rami della vita, trovava sempre il suo compenso, un concetto che Julian sottolineò agitando in continuazione i suoi pince-nez. Il rettore non poté esimersi da numerosi interventi, e il Primo Ministro dovette faticare non poco per impedire che gli interventi si trasformassero in discussioni in piena regola. Interruzioni a parte, la mente del Primo Ministro cominciò a divagare pensando alla stanza nella quale si trovavano, alla tenuta del Cancelliere, a tutta la Gran Bretagna, finché non venne lentamente sopraffatta dalla continua decisa avanzata di un enorme ghiacciaio, un ghiacciaio composto da intoppi e cavilli burocratici. Mentre Julian continuava la monotona esposizione, tutti caddero preda di quella specie di sonno ipnotico che talvolta si impadronisce di comitati e consessi. Quando vide che erano quasi le tre, il Primo Ministro decise di tagliare il nodo gordiano.