«Io posso rifiutare», disse Isaac Newton in tono conciso.
«Lei non può e sa che non può. Tanto per cominciare, la gente direbbe che si è perso di coraggio nello scontro con la burocrazia governativa. Inoltre le sfuggirebbe di mano tutto: la costruzione di quei dannati telescopi e anche la facoltà di scegliere i punti dove devono essere collocati; una serie di battaglie tutte perse. No, lei si trova in una via senza uscita e lo sa», asserì il rettore cominciando a bere il vino.
«E’ meglio riflettere sui risultati che possiamo ottenere, e quando potremo ottenerli», osservò Kurt Waldheim.
«Se si trattasse solo di stare a capo di un organo governativo col compito di costruire telescopi, le prospettive non sarebbero tanto brutte. Ma il CERC ha le mani in pasta in ogni ramo della scienza britannica», rispose Isaac Newton con aria cupa.
«In tal caso avrai occasione di costringerlo a tirare le mani fuori della pasta!» fece Frances Margaret con un sorriso che non si rivelò di grande aiuto.
«Neppure questo è possibile. La caratteristica più notevole della burocrazia statale è la sua eccezionale capacità di ostacolare validamente chiunque voglia introdurre dei cambiamenti.»
«Questo lo diciamo tutti», convenne il rettore, versandosi altro vino, per continuare: «Ho intenzione di ubriacarmi. Così posso buttare per aria tutto». Bevve d’un fiato quant’era nel bicchiere e poi emise un gemito. La cameriera che stava portando il salmone rimase costernata.
«Oh, no, non lo sopporto. Che tormento! Proprio quando vedevamo in lontananza le torri dell’Eldorado. Non lo sopporto!»
«Neppure Rosie lo sopporterà. Non esistono montagne coperte di neve intorno a Cambridge», disse Kurt Waldheim, anche lui in tono cupo.
«Quant’è buffa la vita», osservò Isaac Newton. «Non volevo tornare a Cambridge, e ora non voglio andarmene.»
«Ci si affeziona», convenne il rettore.
«Senti, Kurt, tu mi hai chiesto quali risultati possiamo ottenere. Te lo dirò io. Conoscendo l’inerzia delle istituzioni umane, possiamo arrivare a costruire circa dieci telescopi all’anno quando in realtà ne dovremmo costruire centinaia. Possiamo farlo restando aggrappati alle redini e stringendo i denti, circondati dalle risate ululanti di chi ci sta intorno.»
«Contumelia è la parola corretta», riuscì a interpolare il rettore nello sconsolato discorso di Isaac Newton.
«Possiamo ottenere che i telescopi vengano collocati nei punti giusti e possiamo organizzare un gruppo di università incaricate di controllare l’impiego di questi strumenti. Possiamo fare progressi nella decifrazione. Così, quando arriveremo all’età di andare in pensione, la faccenda potrà continuare da sola per inerzia. Tutto questo supponendo che riusciamo a evitare cambiamenti di governo. E sempre ammesso che le superpotenze non si sterminino a vicenda, trascinando con sé il resto del mondo.»
«Non è tanto divertente come la scienza pura», annuì Kurt Waldheim. «Toccherà a te, Isaac, persuadere Rosie. Io so di non poterlo fare.»
«Andrai al Cavendish?» chiese Frances Margaret.
«Non me l’hanno ancora chiesto», disse Kurt Waldheim eludendo la domanda.
«No, ma il Primo Ministro arriva lontano.»
«Dovrei accettare, data la situazione. Se Rosie lo permetterà, del che dubito. Domani devi tornare con me a Ginevra, Isaac.»
Il rettore riempì i bicchieri di tutti.
«Mangiamo, beviamo e godiamocela. Perché il mondo non va mai per il verso che vorremmo noi? Temo che siamo stati vinti da una tattica superiore, non in combattimento. Oh, no, non la sopporto, l’idea di una simile disgrazia.»
«Non sono tanto sicura che abbia ragione a questo proposito», osservò Frances Margaret.
«Si spieghi, incomparabile fanciulla.»
«Beh, tanto per cominciare, hanno convenuto di finanziare il programma, il che non era affatto scontato. E poi, tutto adesso è a un livello più alto, per orribile che possa sembrare. Per far marciare quest’iniziativa come si deve, bisogna agire dall’alto. Inoltre c’è qualcosa di cui vi state dimenticando tutti quanti.»
«Di che cosa ci stiamo dimenticando, Frances Margaret?» chiese Kurt Waldheim.
«Delle comete. Voi tutti, sembra, date per scontato che quelle si accontenteranno di restare passive.»
«Un’osservazione intelligente, ma che cosa possono fare quegli accidenti?» chiese il rettore.
«Non lo so, naturalmente. Ma se là, nello spazio, esistono davvero menti formidabili, mi aspetterei da esse prima o poi una manifestazione clamorosa. Non penso che resteranno con le mani in mano per lasciare a noi meschinelli il compito di sopportare tutto l’onere.»
49
Il generale a cinque stelle incontrava sempre difficoltà quando andava dal Presidente, specialmente se questi lo riceveva nella Stanza Ovale. Per il generale era una questione di principio quella di sparpagliare la cenere del suo sigaro ovunque andasse. Gli ufficiali da lui dipendenti arrivavano al punto di affermare, parlando naturalmente «in camera caritatis», che tutta la carriera del generale era basata in realtà su questa piccola idiosincrasia. Nella Stanza Ovale, comunque, il generale manifestava di solito la sua deferenza nei confronti del Presidente servendosi ostentatamente di un portacenere. Ma non questa volta, perdio, tanto più che in quest’occasione non aveva alcun asso nella manica. Inoltre stavolta gli toccava ascoltare un impiastro come il Segretario di Stato con i suoi discorsi, come al solito, a vanvera.
«Il problema, signor Presidente», disse il Segretario di Stato aggiustandosi gli occhiali cerchiati d’acciaio, «è quello di vedere quali altre misure, oltre a quelle già in atto, possiamo prendere per esercitare una pressione sulla sterlina. Il bilancio in rosso e i nostri elevati tassi d’interesse l’hanno già fatta scendere. Inoltre, la bilancia commerciale britannica è in attivo, per cui gli elementi più importanti sono a loro favore. L’esperienza dimostra che non bisogna prendersela con gli elementi fondamentali. Una lieve pressione, somministrata con delicatezza, magari sì, ma questa non può essere la nostra azione principale, temo», concluse il Segretario di Stato in tono sommesso proprio quando una scarica del sigaro del generale finiva sul tavolo, sparpagliando la cenere nella sua direzione.
«Maledizione, non può farli pagare sangue per ogni dollaro che possiedono? Gli inglesi hanno bisogno di dollari come tutti», esplose il generale.
«Non ne hanno bisogno», replicò il Segretario di Stato con tutta la fermezza di cui fu capace, soffiando vigorosamente sulle proprie carte per far volare via la cenere del sigaro.
«E’ questo il punto importante», continuò la signora che occupava la carica di Segretario per il Commercio, parlando con il naso chiuso. «Vede, generale, gli inglesi hanno il greggio. Così, a differenza di altri, non hanno bisogno di dollari per comprarlo. Anzi, fanno dei bei guadagni in dollari, vendendo il greggio, per cui a loro conviene che il dollaro sia alto. Né hanno bisogno di dollari per prodotti alimentari, perché l’Europa è sommersa da montagne di carne e burro nonché da oceani di grano e laghi di whisky, birra e vino. Può darsi che gli inglesi abbiano bisogno di dollari per certi tipi di armi, ma fino adesso sembra che il Pentagono sia stato fin troppo contento di passare le sue armi più moderne e micidiali all’Inghilterra senza chiedere un soldo. Tanto per dirgliene una, noi diamo dollari agli inglesi persino per mantenere le nostre forze armate in Inghilterra dove queste provvedono alla manutenzione, sempre gratis, di tutte le armi che il Pentagono manda in continuazione in quel paese. A bordo di navi inglesi, senza dubbio, un’operazione per la quale gli inglesi riscuotono altri dollari. Questa è la situazione creata dal Pentagono, generale. A lei non rimane che dormirci sopra insieme coi suoi eccellenti sigari.»