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«Ci sono varie possibilità. Il K.G.B. ne rappresenta ovviamente una, ma ve ne sono altre che ho in mente. Dopo l’esplosione hanno messo delle guardie.»

«E allora?» chiese il generale.

«La guardia è costituita da truppe dell’Esercito in assetto di combattimento, generale, e lei sa meglio di me che cosa significa questo.»

«Che cosa significa?» chiese il Segretario per il Commercio prima di esplodere in un formidabile sternuto.

«Significa che sono addestrate ad ammazzare la gente», le disse il Segretario di Stato in tono lugubre.

«C’è di peggio», continuò il direttore della CIA, «significa che un’infiltrazione è molto difficile. Se gli inglesi si fossero serviti di uno dei loro organi di sicurezza abituali, la situazione non sarebbe stata così brutta.»

«Che cosa c’è allora di tanto sicuro quando si parla di organi di sicurezza?» chiese il Segretario per il Commercio, al che il direttore della CIA lanciò un’occhiata al Presidente nella speranza che questi avrebbe allontanato a calci nel sedere quella donna che non capiva niente.

Ma il Presidente si limitò a osservare: «Beh, questo significa che dobbiamo procedere per gradi. Con un po’ di pressioni economiche e diplomatiche, e anche un po’ di infiltrazione a Cambridge, naturalmente. Cerchiamo di fare del nostro meglio».

«Questo è grave, signor Presidente! Siamo alle prese con una crisi!» tuonò improvvisamente il generale a cinque stelle, scagliando in aria il sigaro con tale abilità da farlo finire dritto in un cestino dal quale ben presto cominciarono ad alzarsi volute di fumo. Il fuoco venne spento dagli assistenti del Presidente.

«Qui non si sa dove andremo a finire», continuò il generale senza rendersi conto della perspicacia di cui stava dando prova.

«Sì, beh», continuò il Presidente con la solita voce suadente che piaceva tanto agli elettori, «speriamo che tutto finisca bene.»

«Tutto è bene ciò che finisce bene», annuì il Segretario per il Commercio con una voce che stava diventando sempre più gracidante.

«Lei con quel raffreddore dovrebbe andare a letto», disse il Segretario di Stato.

«A letto, già», fece lei con un sorriso lascivo, lasciando il Segretario di Stato ad aggiustarsi sul naso gli occhiali cerchiati d’acciaio.

50

Per ogni cometa come si deve che diventa un argomento di primo piano per i mass media ve ne sono molte piccole di cui nessuno parla. La cometa X sarebbe appartenuta a queste ultime se non fosse stato per un notevole avvicinamento alla Terra e per la sua scoperta, avvenuta per puro caso, da parte di un astronomo giapponese. L’avvistamento venne poi confermato dall’osservatorio di Tonanitla nel Messico e da un osservatorio sovietico nel Pamir. Le maggiori istituzioni astronomiche mondiali, invece, non si fecero vive, impegnate come erano in una faccenda che a loro sembrava più importante. Inoltre, l’Europa era coperta quasi interamente da grosse nubi durante i pochi giorni critici in cui la cometa X avrebbe potuto essere vista dai molti osservatori dilettanti del continente.

Qualcosa come cinque settimane dopo il passaggio della cometa X, una riunione del Politburo dovette occuparsi ancora una volta di un argomento insolito. Alla riunione presero parte due estranei, Igor Lobocevski, professore di microbiologia all’Università di Mosca, e Aleksandr Krilov della divisione extraterrestre del K.G.B. Entrambi occupavano una posizione abbastanza elevata nella «nomenklatura» perché le loro mogli venissero lasciate passare dai poliziotti che sorvegliano il centro speciale di acquisti di Via Granovskij. Ma nessuno dei due valentuomini si aspettava neppure lontanamente di essere chiamato a partecipare, anche per occuparsi di un solo argomento, a una riunione del Politburo. E’ comprensibile, quindi, che fossero piuttosto innervositi, tanto più quando videro che uno dei membri sembrava aver l’abitudine di fagocitare grandi quantità di aria. Si trattava dell’ex Numero Undici che, nelle poche settimane trascorse dall’ultima riunione già descritta, era stato retrocesso a Numero Dodici. L’ex Numero Dodici, in piena ascesa, occupava ora l’undicesimo posto, per cui era ormai alle costole del Numero Dieci, il membro che aveva una certa tendenza a tagliarsi con i rasoi Bic importati dall’estero.

Igor Lobocevski e Aleks Krilov contavano più per il nome che portavano che non per la posizione che occupavano nella scala gerarchica poiché ognuno si era distinto a modo suo creandosi una base per sopravvivere nel sistema sovietico. Lobocevski era sopravvissuto per quasi quarant’anni all’oltraggioso sistema per cui è impossibile comunicare senza servirsi dell’ascensore tra un piano e l’altro nell’edificio che ospita l’Università di Mosca, un palazzo noto tra gli architetti come un esempio dello stile tardo-grottesco a causa della sua forma. Igor Lobocevski non aveva mai trovato il coraggio di calcolare il tempo sprecato nell’attesa degli ascensori, talmente inefficienti da essere diventati proverbiali persino nell’Unione Sovietica. Si accontentava invece di pensare alla sua piccola dacia in campagna, un centinaio di chilometri a ovest di Mosca. Era una dacia a un solo piano, priva di ascensore. Questo era il modo in cui la gente viveva prima che le saltasse in mente di costruire palazzi con più di cento piani, sormontati da una stella rossa che si accendeva alla sera. Sulla dacia di Igor Lobocevski non svettava alcuna stella rossa né era probabile che svettasse in futuro a meno che non lo ordinasse il Comitato Centrale, una cosa improbabile.

Aleks Krilov si considerava fortunato perché lavorava più per le sezioni civili della divisione extraterrestre (VOK) che per le sezioni più losche. Questo significava che era occupato più che altro a setacciare e riordinare le informazioni sul mondo che vengono pubblicate apertamente sui giornali non comunisti d’Europa e d’America. Informazioni all’apparenza semplici, che debitamente assortite e messe in relazione l’una con l’altra potevano essere utili al K.G.B. Occupava il 173esimo posto nella chilometrica classifica dei giocatori di scacchi sovietici, per cui apparteneva alla classe dei campioni. Siccome era residente a Mosca ed era per di più nella manica del Partito, poteva partecipare a tutti i tornei più importanti di scacchi, e una volta ebbe modo — occasione unica — di sconfiggere uno dei massimi campioni sovietici. Aveva una massa di capelli neri che si alzavano dritti dalla fronte come un berretto o un cappello, a differenza di Igor Lobocevski i cui capelli, che incorniciavano una faccia tonda, erano lisci e grigi. Entrambi indossavano completi espressamente stirati per l’occasione, abiti scuri così simili per tessuto e taglio che nel mondo non comunista i due uomini sarebbero stati scambiati per rappresentanti della stessa multinazionale. E tutti e due avevano da raccontare qualcosa d’interessante.

Igor Lobocevski aveva ritenuto più sicuro preparare una minuta che si mise a leggere con voce priva di qualsiasi sfumatura. In questo modo non avrebbe mai potuto essere accusato — come avevano stabilito lui e sua moglie dopo una lunga discussione — di lasciar intendere, anche senza dirle, cose inopportune.

«Il giorno 3 maggio», cominciò, «una strana malattia è scoppiata nella città di Onega che si trova in cima al Golfo di Onezskaja sul Mar Bianco, circa centocinquanta chilometri a sud-ovest della città di Arkhangel’sk. La forma curiosa della malattia è ben descritta dall’ateniese Tucidide con le seguenti parole: ’… la febbre interna era intensa, i pazienti non sopportavano di aver indosso il minimo indumento, neppure di lino; volevano restare nudi a tutti i costi e bramavano soprattutto di gettarsi nell’acqua fredda… Erano tormentati da un’incessante sete che non poteva essere estinta né bevendo molto né bevendo poco. Non riuscivano a trovare il modo di riposare e soffrivano tutti di insonnia…’»

Lobocevski sollevò per un attimo lo sguardo dopo aver finito la citazione, per riprendere poi con la stessa voce monotona: «Io, Igor Lobocevski, sono stato chiamato dal Comitato Centrale guida dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica per investigare su tale epidemia. Questo perché ho fatto degli studi sull’ergotismo, una malattia con sintomi simili a quelli prodotti da quella appena citata. L’ergotismo, conosciuto anche come fuoco di Sant’Antonio, è causato da un fungo chiamato «Claviceps purpurea», talvolta presente nella farina usata dai fornai. La malattia è dovuta alla consumazione di prodotti da forno, di solito il pane.