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Al che, Krilov schiacciò un secondo pulsante e sei rette si accesero all’interno del globo congiungendo i punti indicati sulla superficie. Dimostrata così la disposizione in maniera pratica, la regolarità del tetraedro risultava ovvia.

Si udì un forte mormorio intorno al tavolo e il Numero Due espresse ciò che tutti provavano in poche parole, come faceva di solito: «Questo dev’essere stato un fenomeno provocato di proposito, compagno Presidente».

Con molta audacia, Aleks Krilov ruppe il silenzio che seguì dicendo: «Lo pensavamo anche noi, compagno Presidente. Perciò abbiamo segnalato le posizioni esatte dove la malattia si era manifestata ai nostri esperti in matematica, chiedendo loro di determinare con esattezza la misura in cui le quattro località corrispondevano ai quattro vertici di un tetraedro regolare ideale. Gli esperti riferirono che la situazione era ideale entro margini ridottissimi. Inoltre riferirono che a causa delle forme irregolari delle masse di terraferma, e poiché le isole negli oceani non possono essere collocate in un ordine esatto, sarebbe difficile trovare quattro località remote che formassero un tetraedro più regolare».

«E’ per questo che ho ritenuto tanto importante prospettare la faccenda al Comitato», intervenne il Numero Tre, un tipo dalla faccia come squadrata da un’accetta, deciso ad approfittare almeno in parte della scoperta di Krilov. Dopo aver in tal modo stuzzicato la curiosità di tutti con l’aiuto del suo subordinato, Krilov, il Numero Tre proseguì: «Noi sappiamo anche che lo scoppio delle epidemie è il risultato di un preciso disegno tenendo conto dei tempi nei quali si sono verificate. Infatti, i fenomeni si sono manifestati contemporaneamente, con uno scarto di un’ora al massimo».

«Ma come sono riusciti gli americani a fare una cosa simile?» chiese il Numero Cinque.

«Con i sommergibili. Come potrà notare, compagno», rispose il Numero Tre, «ognuna delle quattro località, persino la nostra città di Onega, è facilmente accessibile dal mare. Siamo in possesso di una segnalazione ampiamente controllata e confermata nella quale si parla di una specie di palla di fuoco che si è vista sopra la città di Onega nella primissima mattina, e di una simile palla di fuoco sopra l’Isola di Marion nello stesso giorno e ora. Vien naturale pensare che gli americani abbiano fatto esplodere un ordigno biologico contemporaneamente sopra ognuna delle quattro località.»

«Ma perché dovrebbero aver fatto una cosa del genere?» chiese il Numero Uno in tono perplesso. La sua voce era così umana da giustificargli quasi l’assegnazione di un nome. «Capisco», proseguì, «che gli americani possano fare una cosa del genere per sperimentare il loro ordigno contro la nostra città, forse anche per mettere in guardia i sudafricani in relazione all’Isola di Marion, magari persino nel quadro di una controversia con i francesi a proposito degli esperimenti nucleari da questi effettuati nel Pacifico meridionale. Ma perché prendersela con le Galapagos, e perché questa strana organizzazione?» Il Numero Uno puntò il dito sul tetraedro illuminato che stava sul tavolo immediatamente davanti a lui.

«Bisognerebbe pensare che gli americani abbiano voluto fare uno scherzo di chissà quale genere», rispose il Numero Tre stringendosi nelle spalle.

«Gli americani non scherzano. Sono privi di senso dell’umorismo», asserì il Numero Due con voce lugubre.

«In tal caso, il compagno Krilov potrebbe suggerire un’altra teoria che vi andrà forse più a genio», rispose il Numero Tre.

«Dica, compagno Krilov?» fece il Numero Uno.

«Beh, si tratta solo di questo, compagno Presidente. Nello stesso istante in cui questa malattia si è manifestata, nello stesso istante veniva avvistata dal nostro osservatorio astronomico sui monti del Pamir la cometa X che passava vicinissima alla Terra. La coincidenza è suggestiva.»

«Ma una simile opinione implicherebbe l’esistenza di una azione intelligente e deliberata da parte della cometa», obiettò il Numero Due.

«Sì, compagno, proprio così. Ma non è esattamente quello che gli inglesi continuano ad affermare?»

Seguì un lungo silenzio intorno al tavolo, il che instillò in Aleks Krilov la speranza di aver acciuffato per i capelli la fortuna per la seconda volta nella sua vita.

Poi, il Numero Uno pose termine alla discussione con una appropriata osservazione: «La capacità di colpire gli esseri umani con un prurito folle», disse, «in qualsiasi punto specifico sulla Terra rappresenterebbe un potere formidabile e decisivo del quale dovremo occuparci con molta attenzione nell’intento di salvaguardare il pensiero marxista-leninista e gli inalienabili diritti dei lavoratori di tutto il mondo».

51

Un uomo con una faccia che qualcuno non in vena di gentilezze avrebbe potuto descrivere come un pomodoro maturo entrò nella stanza.

«Ah, Jamesborough, ecco che è finalmente arrivato», disse Sir Arthur. Un ventilatore dalle pale molto larghe girava senza posa, appeso al soffitto sopra la sua testa.

«Pensavo che dovesse arrivare Smithfield», osservò John Jamesborough.

«Finora sono stato risparmiato da questa calamità», replicò Sir Arthur con una smorfia. «Allora, che cos’ha da riferirmi, Jamesborough?»

«Un’area di alta pressione proveniente dall’altra parte dell’Atlantico, Sir Arthur.»

«A proposito della faccenda di Cambridge?»

«Sì, Sir Arthur.»

«E Washington, offre un «quid pro quo»? Vuol saperne una, Jamesborough? Quando ero a Harrow ho scritto una volta «quo pro quid». In un saggio. Me ne hanno dette di tutti i colori. A me era sembrata un’uscita piuttosto buffa.»

«Era troppo sottile per loro», annuì Jamesborough la cui faccia sorprendentemente rossa era celata in parte dall’ombra di una grande pianta tropicale simile a una felce che minacciava continuamente di precipitare dall’enorme vaso nel quale era intrappolata.

«La posta in gioco potrebbe essere alta, secondo le nostre spie a Washington. Si parla di un’eventuale riduzione nell’invio degli armamenti al Sudamerica.»

«Il che farebbe molto piacere al Primo Ministro, Jamesborough.»

«Esattamente, Sir Arthur. Sarebbe un bel vanto per noi.»

Si udì bussare frettolosamente alla porta e poi, senza aspettare risposta da Sir Arthur, entrò un omino molto magro, più basso della media, che indossava un abito piuttosto stazzonato. La trascuratezza nel vestire era sottolineata dalla sigaretta che gli pendeva dall’angolo sinistro della bocca semiaperta. Era Smithfield, e il suo aspetto era più scheletrico del solito, rifletté Jamesborough. Come un uomo simile fosse riuscito a farsi assumere dal Foreign Office era un mistero. I cinici di Whitehall dicevano che Smithfield era considerato uno dei membri meno balordi, solo che gli altri spostati sapevano nascondersi meglio. Smithfield infatti non nascondeva le sue qualità eccentriche né metteva in mostra le proprie presunte capacità. Era stato inevitabilmente assegnato all’Ufficio Attività Insolite sotto l’alto patronato di Sir Arthur, a sua volta uscito da Oxford dopo essere stato a Harrow e già presidente del Jockey Club di Ranjipur. Dio salvi l’Inghilterra, amava dire Smithfield, sapendo che Sir Arthur non aveva alcuna possibilità di liberarsi di lui per la semplice ragione che nessun altro lo avrebbe voluto. Inoltre, Smithfield sapeva di essere un tipo longevo, per cui poteva vivere abbastanza a lungo per vedere Sir Arthur sdraiato tra quattro assi, come del resto Jamesborough, che poteva scoppiare da un momento all’altro.

«E’ un bel casino, la situazione nella quale ci troviamo», annunciò Smithfield con aria lugubre sprofondando nella poltrona scelta di proposito perché era la più lontana dalla mostruosità simile a una felce.

«In che cosa consisterebbe questo casino, Smithfield?» chiese Sir Arthur.

«Provi a entrare in quel laboratorio a Cambridge e capirà perché.»