Выбрать главу

«Che cosa scoprirei?»

«Che non ci vuole niente per farsi accoppare.»

«Ci sono state altre bombe?» si lasciò scappare Jamesborough, venendo meno al suo impegno di non fare mai domande a Smithfield.

«Neanche per sogno. Si fanno proteggere dal SAS.»

«Buon Dio!» esclamò Jamesborough, sorpreso, «devono considerare davvero grave la situazione.»

«Certa gente prende le cose sul serio, anche se qui non sembra», ribatté Smithfield.

«Non sia acido», lo rimproverò Sir Arthur. «Chi ha dato l’ordine di fare entrare in azione il SAS?»

«Il Primo Ministro. Non ci vuole molto per capirlo, non le pare? E’ una domanda che si potrebbe fare ai bambini dell’asilo.»

«Le ho già detto di smetterla, Smithfield», ripeté Sir Arthur.

«La colpa è tutta di quelle pressioni. Il Primo Ministro ha perso le staffe, comprende?» ribatté Smithfield.

«E fa salire la posta, non è così?» disse John Jamesborough, pensieroso.

«Come sarebbe a dire, Jamesborough?»

«Fa sembrare la cosa più importante. Aumenta il «quo pro quid», Sir Arthur.»

«Oh, capisco quello che vuol dire. Sì, ah-ah! Lo fa salire, per Giove. Altri progressi, Smithfield?»

«Un passo avanti, due indietro. Se questo lo chiama progresso… La polizia collabora e ora sappiamo chi ha provocato l’esplosione a Cambridge.»

Smithfield s’interruppe per accendere un’altra sigaretta e ci mise un po’ di tempo.

«Sto aspettando», disse finalmente Sir Arthur. «I russi, immagino?» chiese.

«I russi non prendono sul serio questa faccenda. Non ancora, comunque. Naturalmente hanno sguinzagliato in giro degli agenti, ma quelli hanno agenti dappertutto. Sembra che i fottuti russi abbiano più agenti di tutta la razza umana messa insieme. Ma non sono stati loro. Provi ancora.»

«Da quanto sentiamo in giro, gli americani sono molto interessati.»

«Gli Yankees sono capaci, sì, di andar giù duro, ma in posti lontani come il Panama o Timbuctù. A Cambridge non lo farebbero perché l’opinione pubblica potrebbe esserne informata e in tal caso quelli che sperano nell’elezione sarebbero finiti. Gli Yankees tenteranno naturalmente di dare addosso alla sterlina, come fanno sempre. Così, se lei ha intenzione di investire il patrimonio di famiglia, sa come regolarsi», sentenziò Smithfield soffiando due sottili fili di fumo attraverso le narici.

«E noi, in quale posizione veniamo a trovarci?»

«Non ci resta che trattare con il mediatore. Vendere a chi offre di più. Riesce ad arrivarci?»

«Non ho detto…»

«Di essere meno acido, sì. Il fatto è che sono pieno di bile.»

«Lei mi sbalordisce», interloquì Jamesborough.

«Non si preoccupi per me», fece Smithfield con un ghigno sarcastico. «Sono così sin dalla nascita.»

«Sappiamo chi è il mediatore?»

«No, noi non lo sappiamo, ma io lo so», replicò Smithfield. «Un tipo da prendere con le molle. Opera stando in Svizzera. Come fanno tutti quelli della stessa risma…» S’interruppe quando vide Sir Arthur guardare improvvisamente in alto, rimanendo con la bocca spalancata. Per un breve attimo, pensò che si trattasse di un infarto. Poi vide che le pale del ventilatore avevano smesso di girare.

«Maledizione!» esclamò Sir Arthur, «è saltata la corrente.»

A questo punto qualcuno bussò con energia alla porta. Quando Sir Arthur ebbe risposto, la porta si aprì ed entrò una ragazza. Un osservatore occasionale avrebbe potuto scambiarla per Frances Haroldsen. La ragazza mise alcuni fogli sulla scrivania davanti a Sir Arthur.

«Sono appena arrivati.»

«Grazie, signorina… vuol sapere una cosa? Credo di non averla mai vista finora da queste parti.»

«No, certo che non mi ha vista, Sir Arthur. Sono nuova. Mi chiamo Maisie. Maisie Cooke.»

«Beh, grazie, Maisie. «Aha»!»

Non appena la ragazza se ne fu andata, Sir Arthur riprese: «Se vuol saperlo, mi è venuta un’idea».

«Se vuol saperlo, quella ragazza mi ricorda qualcuno», disse Smithfield, parlando più a se stesso che agli altri, mentre fissava il ventilatore fermo.

«Stavo pensando, Smithfield, che sarebbe una buona idea infiltrarsi a Cambridge», concluse Sir Arthur con un sorriso che sentiva di aver guadagnato.

52

La comitiva era ben coperta per difendersi dal freddo, dato che la pista di curling vicina all’albergo Derby di Davos, in Svizzera, era già in ombra all’inizio del pomeriggio trattandosi di una giornata di febbraio. Tutto aveva un aspetto abbastanza innocente e lo era anche, in buona parte. Tutte le volte che qualcuno prendeva lo slancio per scagliare una pietra lungo la pista di ghiaccio levigato, un’altra persona precedeva di corsa la pietra per spianarle il percorso sul ghiaccio con l’aiuto dell’apposita scopa.

La comitiva si componeva di persone di varie nazionalità per cui il gioco era accompagnato da esclamazioni in molte lingue. A causa del freddo, la partita si protrasse per poco più di un’ora. Poi, la comitiva si sciolse e le persone che ne facevano parte si sparpagliarono in ogni direzione, dimostrando che dietro a quel raduno non vi era alcun sinistro intento.

Due uomini tarchiati con berretti di lana in testa si diressero verso il vicino albergo Derby dove uno di loro disse in tono conciso alla «receptionist»: «Il solito, «Fraülein»».

I due entrarono nella cabina di un piccolo ascensore che li portò al secondo piano dove ben presto cominciarono a liberarsi degli indumenti pesanti in un appartamento di varie stanze, uno dei più grandi di cui disponesse l’albergo.

Qualcuno bussò alla porta esterna della suite. Era una cameriera con un vassoio sul quale si reggevano in bilico due bicchieri di «Glühwein».

Fuori, le luci di Davos si stavano accendendo. Gli sciatori ritornavano dalle piste. Si potevano vedere nella via principale con gli sci in spalla, intenti a camminare con molto impaccio a causa dei rigidi scarponi da sci. Slitte provviste di campanelli, trainate da cavalli con le code intrecciate, ritornavano dalle escursioni pomeridiane attraverso i boschi e le valli dei dintorni dove osterie di montagna prosperavano grazie all’incessante fiumana dei visitatori che arrivavano ogni anno a Davos per le vacanze invernali.

Qua e là si vedevano dei poliziotti armati, con colbacchi di pelliccia in testa e avvolti in pesanti pellicce, i quali non immaginavano che cosa stesse accadendo all’albergo Derby, così come non lo immaginavano il cordiale proprietario dell’albergo né la cameriera che aveva appena portato i due bicchieri di «Glühwein» rosso in una delle più grandi suite dell’hotel. Mentre fuori, sulla pista del curling, i due uomini ora intenti a sorseggiare il vino bollente e zuccherato erano sembrati ugualmente massicci, ora si poteva notare che, una volta tolti gli indumenti pesanti, uno era effettivamente tarchiato e con un torace possente mentre nell’altro l’aspetto massiccio era dipeso esclusivamente dall’imbottitura. Il secondo uomo era in realtà abbastanza magro. Di statura media, aveva capelli grigi tagliati cortissimi e uno strano atteggiamento simile a quello di un uccello, per cui dava l’impressione che stesse per alzarsi in volo non appena si muoveva. Era Boulton, il professore di geostrofica a Cambridge.

Non appena l’uomo con il torace possente si tolse il berretto di lana, fu chiaro che doveva trattarsi di un personaggio di spicco. L’effetto era rafforzato dagli occhi azzurri penetranti, dal viso abbronzato e il cranio calvo. Normalmente, l’uomo dal torace possente lo si vedeva sulle piste più alte dove scendeva con la velocità di una pallottola dopo aver scelto con circospezione l’inclinazione della pista, una misura precauzionale che l’uomo badava a tenere ben nascosta agli occhi dei conoscenti, così come badava a nascondere molte altre cose agli occhi dei conoscenti e soprattutto delle autorità.