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Ma ciò che colpiva veramente era la conformazione del suo cranio, una forma che qualsiasi studente di antropologia avrebbe subito definito di tipo neandertaliano, espressione con la quale gli esperti indicano i crani di notevoli dimensioni, non primitivi. Si tratta di un argomento sul quale si potrebbe scrivere un intero trattato, ma che è più facile comprendere guardando uno scultore che stia plasmando l’argilla. Occorrono circa 125 chili di argilla per ricavare la statua a grandezza naturale di una persona, di cui i primi 100 chili o poco più servono a ricavarne il tronco, la testa e i quattro arti. L’insieme, a questo punto, potrebbe rappresentare vuoi un uomo vuoi un orso ritto sulle zampe posteriori. I successivi 22 chili circa di argilla vengono impiegati per conferire alla statua l’aspetto dell’uomo a stazione eretta, ma potrebbe trattarsi tanto dell’«homo erectus» di un milione di anni fa quanto di un uomo moderno. Solo dall’ultimo chilo di argilla vien fuori l’uomo dei tempi nostri, quando l’artista modella con più attenzione la faccia. Solo in quel momento sorge il problema di stabilire quale particolare tipo di uomo dev’essere raffigurato dalla statua, e la risposta a questa domanda dipende dagli ultimi grammi di argilla, dagli ultimissimi ritocchi. Effettivamente, se gli scienziati del passato si fossero presi la briga di osservare uno scultore al lavoro, avrebbero visto delinearsi davanti ai loro occhi il processo evolutivo dei mammiferi. Ma in tal caso, l’evoluzione sarebbe diventata un fenomeno banale anziché qualcosa di speciale da presentare a un pubblico credulone come una grande e profonda scoperta. Se l’opinione pubblica si fosse accorta dell’inganno sarebbe stato concesso agli scultori più che agli scienziati di affondare le mani nei forzieri coi soldi dei contribuenti, e il mondo sarebbe stato pieno di statue e mostri scolpiti anziché di testate nucleari sulle quali le superpotenze stavano trattando in quel momento a Ginevra, a solo poche centinaia di chilometri di distanza dall’albergo Derby. O non trattando, a seconda del caso.

Il lettore comprenderà perciò che il cranio da uomo di Neandertal di Kaufman St John non aveva nulla di primitivo. Mentre il cranio normale al di sopra delle orecchie assume una forma ovoidale, quello di Kaufman St John tendeva ad allargarsi, predestinandolo all’importante ruolo che doveva recitare nelle vicende umane, un ruolo molto superiore, come si vide poi, a quello dei negoziatori delle superpotenze nella vicina Ginevra.

A coloro che dovessero trovare noiosa quest’analisi dimensionale del cranio di Kaufman St John sarà opportuno dire che aveva denti grandi, bianchi e forti. Il fatto che fossero allineati con una notevole regolarità dimostrava subito che si trattava di un fenomeno insolito. Infatti, in un cranio normale non ci sarebbe stato posto per spaziare tanto regolarmente denti così grandi.

«Ma senta, Kaufman, io sono riuscito ad avere i nastri», disse Boulton, sorseggiando il suo «Glühwein». «E’ sicuro che i suoi non li abbiano cancellati per sbaglio?»

«Certo che ne sono sicuro, amico mio. Erano muniti di circuiti protettivi, come li chiamano.»

«Ma io comunque li ho presi», insistette Boulton. «Ho tenuto fede al mio impegno, Kaufman.»

«Sì, lei li ha presi, ma non servono a niente. Motivo per cui lei non può aspettarsi di ricevere i contratti.»

«Non vedo assolutamente perché. Ma se lo dice, immagino…»

«Molto saggio da parte sua. Lei aspetterà che il mio dispositivo alternativo sia soddisfacentemente completato. Lei capisce, no, che cosa occorre? Ci vorrebbe proprio un genio per mandare ancora una volta a monte ciò che deve fare lei.»

Un inglese avrebbe detto che l’accento di Kaufman St John era tedesco, un tedesco avrebbe affermato che era ungherese, e un ungherese avrebbe detto che si trattava di un accento o bulgaro o della gente che abita intorno alle paludi del Pripet. Si udì di nuovo bussare alla porta e la stessa cameriera comparve con un secondo vassoio sul quale c’erano altri due bicchieri di «Glühwein», solo che stavolta i bicchieri erano alti e sottili.

Quando la ragazza se ne fu andata, Kaufman St John prese uno dei bicchieri e disse con un largo sorriso: «Così, beviamoci anche questo!»

E vuotò il bicchiere in un solo sorso, costringendo Boulton a fare lo stesso. Kaufman St John se ne stava semplicemente lì e sorrideva, sorrideva con i denti perfettamente allineati bene in mostra. Poi, dopo questi cenni all’apparenza di placido consenso, esclamò: «Basta!» invitando senza tante storie Boulton a lasciare la stanza.

Dalla finestra dell’appartamento lo sguardo poteva spaziare sul viale coperto di neve e ghiaccio che portava dalla strada principale del paese all’albergo Derby. Kaufman St John rimase alla finestra a osservare Boulton che incespicava nel viale, investito in pieno dalla carica di «Glühwein» nella fredda aria pomeridiana. Fu una camminata piena di scivoloni fino all’Hôtel de la Poste, all’altra estremità del paese, dove Boulton era alloggiato. Lungo il viale ci furono molte occasioni per incespicare e cadere. Una caduta grave con una gamba rotta, magari? Nel qual caso Boulton non poteva servire più, nel qual caso Boulton non avrebbe lasciato Davos vivo. Sarebbe bastata una semplice iniezione, il perfetto analgesico, pensò Kaufman St John, sorridendo tra sé.

Si udì bussare più forte alla porta. Stavolta si trattava di una ragazza dall’aspetto robusto che indossava un cappotto.

«Ah, sei arrivata», mormorò Kaufman St John occupandosi del cappotto della ragazza.

L’abbronzatura dorata del volto portava il riflesso dei campi di sci più alti e delle discese attraverso i boschi più in basso. Kaufman St John continuò per un po’ a darsi da fare attorno a lei. Poi, come se avesse premuto un interruttore, indicò di colpo con il pollice rovesciato la stanza da letto. Quando la ragazza esitò per un attimo, la colpì all’istante con un manrovescio in piena faccia. Come aveva detto Smithfield al Foreign Office, un tipo da prendere con le molle, e dal quale Boulton avrebbe fatto bene a tenersi lontano. Così come Kaufman St John aveva un piano per la ragazza, che a questo punto si precipitò nella stanza da letto per spogliarsi il più presto possibile ed evitare così di essere picchiata sul serio, ne aveva uno per Boulton. Uno era ovvio, l’altro non proprio tanto ovvio.

53

Dopo tre giorni al suo nuovo posto come presidente del CERC, Isaac Newton aveva cominciato a orientarsi a Swindon, per lo meno al punto da saper raggiungere senza difficoltà la North Star Avenue. Aveva imparato persino a riconoscere l’Oasi quando la vedeva e a parcheggiare la macchina all’esterno del buffo edificio con richiami architettonici all’antica Mesopotamia dov’era la sede del CERC. Non si era comunque ancora abituato alla soffice moquette nell’ufficio presidenziale nella quale i piedi sprofondavano per qualche centimetro. Né riusciva ancora a comprendere il significato mistico della moquette per le menti dei funzionari governativi né lo scopo delle schiere all’apparenza infinite di segretarie e fattorini che sciamavano continuamente nel palazzo, trasformandolo in un formicaio, un formicaio della Mesopotamia.

Si era trastullato con l’idea di far venire dal Cavendish Laboratory la sua segretaria, signora Gunter, ma poi aveva rinunciato perché, riflettendoci sopra, era giunto alla conclusione che l’energica signora scozzese avrebbe con molta probabilità messo in subbuglio il sindacato interno dei lavoratori. Così pure aveva detto a Frances Margaret che avrebbe fatto meglio ad andarci da solo perché, come tarlo solitario, gli sarebbe stato più facile penetrare nelle strutture legnose del CERC. Non soltanto: il rettore del Trinity aveva dimostrato di essere un uomo di parola facendo nominare Frances Margaret Fellow del College, per cui ora poteva marciare, con la testa incappucciata, all’una di notte, dall’atrio della cappella fino al chiostro tutte le volte che al rettore e ai Fellows veniva in mente di sfilare in parata con campana, Bibbia e candela.