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Ma c’era una cosa grave. Era la prima volta nella sua vita lavorativa che Isaac Newton avesse trascorso anche una sola giornata in un’organizzazione non dedita in qualche maniera a una vera e propria attività scientifica. Il compito principale del suo personale era stato sempre quello di lavorare nei laboratori di ricerca o di andare in giro per fare conferenze e dimostrazioni agli studenti, non quello di formare una gigantesca segreteria impegnata a scarabocchiare sulla carta. Era la caratteristica quasi irreale del palazzo in stile mesopotamico quella che aveva colpito Isaac Newton immediatamente al suo arrivo. Ognuno in quel palazzo faceva o il fattorino o la dattilografa, la telefonista oppure l’impiegato che riceveva telefonate. Il resto leggeva o compilava documenti amministrativi. L’idea che il destino scientifico del paese potesse essere pianificato o influenzato con successo da un posto simile era, secondo Isaac Newton, pura follia. Il grano non cresce dalla gramigna né le mele sui rovi.

Aveva cominciato con l’esaminare i bilanci del CERC, nella forma in cui erano stati pubblicati durante gli anni precedenti. Ricordando la malsana attenzione per i particolari che il CERC esigeva dalle università di cui finanziava le ricerche, la pochezza delle informazioni che il CERC offriva nei propri bilanci parve ad Isaac Newton il massimo dell’impertinenza burocratica. Ne risultava chiaramente che il cosiddetto Comitato dei Bilanci Pubblici era poco più di una facciata, un cane da guardia sdentato, e che i veri particolari riguardanti le somme versate dai contribuenti e spese per la scienza sfuggivano alla conoscenza e al controllo dei ministri responsabili. A Cambridge, John Jocelyn Scuby poteva essere considerato una vecchia lavandaia, ma ciò che occorreva a Whitehall, rifletté con un amaro sorriso Isaac Newton, era un intero treno pieno di John Jocelyn Scuby. Nessuna meraviglia che l’Università fosse sopravvissuta mentre i governi venivano e se ne andavano senza lasciare traccia o quasi nelle pagine della storia.

Tuttavia non era necessario conoscere tanti particolari per accorgersi che i trecento milioni di sterline che ogni anno finivano nelle casse del CERC defluivano attraverso tre canali principali. In primo luogo sotto forma di quote associative versate ogni anno a organizzazioni internazionali come il CERN di Ginevra, dove lo stesso Isaac Newton era stato impiegato; in secondo luogo sotto forma di finanziamenti per le ricerche alle università e in terzo luogo come versamenti a favore dei complessi di ricerche dello stesso CERC, sparpagliati in tutto il paese in regioni diverse come il Sussex, il Berkshire, il Lancashire e la Scozia. Per quanto riguardava il primo di questi canali, il governo si serviva del CERC semplicemente come organo amministrativo senza che al CERC fosse permesso di esercitare un controllo degno di nota sulle attività in questione, decise in base ad accordi internazionali. Poiché il consiglio direttivo non era riuscito a impadronirsi del controllo del primo canale, gli alti gradi del CERC sarebbero stati in linea di massima felici se le spese in campo internazionale fossero state ridotte, purché, naturalmente, questi soldi potessero essere trasferiti al secondo e terzo canale sui quali il CERC era riuscito a stabilire un controllo quasi totale.

La sproporzione tra le risorse assegnate alle università e i bilanci annuali dei complessi di ricerche appartenenti al CERC era ormai uno scandalo di dominio pubblico da oltre un ventennio. Il fatto che non si fosse cercato di por riparo a tutto questo era una chiara dimostrazione della pusillanimità alla quale si era ridotta la scienza britannica. Quando il sistema dei consigli di ricerche venne adottato, alla metà degli anni ’60, per il CERC venne stabilito uno statuto che imponeva a chiare lettere di promuovere le ricerche nelle università. Oltre a questo primo dovere, il Consiglio era stato anche incaricato di assumere il controllo di alcuni centri di ricerche gestiti dal governo e finora autonomi, un’incombenza supplementare affidata al Consiglio come se si trattasse di una faccenda di secondaria importanza. A nessuno venne in mente che questa soluzione potesse pregiudicare l’appoggio che il CERC doveva dare alle università. I pianificatori non immaginavano neanche lontanamente che il flusso dei fondi alle università sarebbe stato dirottato un po’ alla volta nelle casse di questi centri. Le cause lontane di questo pervertimento delle intenzioni originarie erano le pressioni dei sindacati nei centri, pressioni alle quali i successivi presidenti del CERC non avevano potuto o voluto resistere, nonché il fatto piuttosto ovvio che i dipendenti governativi alla sede del CERC erano della stessa risma dei dipendenti dei centri, per cui era naturale che facessero comunella.

Poi, tanto per peggiorare una situazione già compromessa, il morale degli scienziati nelle università dovette subire sempre più cocenti frustrazioni in seguito a provvedimenti più che naturali in un’amministrazione come quella del CERC, per esempio quello di promuovere scienziati di categoria inferiore e incompetenti a posti da dove potevano esprimere giudizi sul lavoro di colleghi a loro superiori.

La già tanto fiera barca della scienza fisica britannica era ormai per tre quarti sommersa quando Isaac Newton era arrivato, dal CERN, al Cavendish Laboratory. Con l’espediente di escludere il CERC dalla creazione del Comitato per il Progetto Halley e grazie al successo conseguito dal Comitato nello stabilire il contatto con la cometa, qualcosa era stato fatto per raddrizzare un po’ la barca e liberarla in parte dall’acqua. Ma persino questi pochi risultati ora sembravano vani, rifletté Isaac Newton, mentre prendeva dal sedile della macchina la borsa portacarte e si avviava a percorrere i cinquanta metri che lo separavano dal palazzo del CERC. Sia il Primo Ministro sia il Cancelliere dello Scacchiere avevano commesso un errore pensando che la sua nomina a presidente avrebbe potuto correggere l’andazzo delle cose al CERC. Era un errore che permeava tutto il sistema di governo inglese, un errore che il sistema addirittura incoraggiava vedendo in esso un mezzo per perpetuarsi, per cui i tentativi di riforma quasi sempre finivano per moltiplicare gli abusi che avrebbero dovuto eliminare. Tanto valeva tentare di bonificare un campo pieno di erbacce profondamente radicate nel suolo, rifletté Isaac Newton, scoraggiato, mentre si avvicinava alla costruzione di stile mesopotamico. L’unica maniera efficace per liberarsi delle erbacce era quella di sradicarle. Completamente. Basta lasciare un ciuffo o due e l’erbaccia si espanderà di nuovo peggio di prima. L’ultima volta che questa soluzione elementare era stata compresa regnava Enrico Ottavo. Per combattere efficacemente il CERC ci sarebbero voluti tanti carnefici con la maschera nera e gli attrezzi di tortura.

Comunque, doveva prendere di petto la situazione. Se non su tutta la linea, almeno parzialmente. Tutte le volte che una persona di chiara fama viene indotta ad accettare un incarico che non le è gradito, può sempre porre condizioni per accettarlo: un paio di condizioni, non molte. E questo dev’essere fatto prima, non dopo. Isaac Newton aveva perso parecchie ore di sonno per riflettere sulle condizioni che poteva porre. Aveva cominciato a mettere per iscritto tutto, ma siccome ogni provvedimento a lui gradito avrebbe avuto per conseguenza l’impiccagione del CERC previ numerosi tratti di corda e squartamento (una cosa che gli uomini politici non avrebbero mai approvato pensando ai mass media e ai giornalisti come Alan Bristow della rivista «Nature»), Isaac Newton si era messo ad accorciare l’elenco. Così era arrivato alla fine a due sole condizioni, condizioni alle quali il Primo Ministro e il Cancelliere avevano poi aderito. Queste erano le ultime due cartucce con le quali si consolava ora entrando nel palazzo del CERC per affrontare per la prima volta a fondo le cariche più elevate del Consiglio.