54
Ricordando lo scandalo ICSU, Isaac Newton ebbe la sensazione di essere ormai abituato a non vedere alle riunioni una sola faccia non scontrosa. C’erano i capi delle cinque principali divisioni del CERC, rafforzati per l’occasione dai capi di tutt’e sette i complessi di ricerche distaccati appartenenti al CERC, un totale di tredici persone compreso Isaac Newton. Per molti un numero che porta disgrazia, rifletté assestando un colpetto a una delle pile di fogli per annotazioni che la segreteria aveva distribuito sul tavolo prima della riunione. In barba allo statuto stabilito dal governo che imponeva di promuovere l’attività di ricerca nelle università, non una sola persona appartenente al mondo accademico era stata invitata alla riunione, convocata non da Newton ma dai funzionari permanenti del Consiglio.
Il mucchio di foglietti fece venire un’idea ad Isaac Newton. Indicando con cenni che stava richiamando all’ordine l’assemblea, si mise a disegnare ostentatamente i contorni del tavolo sul foglio di carta, segnando i posti occupati dai presenti. Poi fece il giro del tavolo chiedendo i nomi e com’erano scritti. Nessuno poteva protestare contro questa procedura che feriva l’amor proprio perché Isaac Newton, essendo il nuovo presidente, aveva ogni diritto di conoscere la composizione della riunione al punto da sembrare pedante e nonostante fosse stato già brevemente presentato a tutti, a eccezione di due ragazze e di un giovanotto con la barba rossiccia che erano seduti all’estremità più lontana del tavolo e si accingevano a prendere nota di ciò che sarebbe stato detto.
L’ordine del giorno era stato preparato senza alcun riferimento ad Isaac Newton e conteneva ai primi posti un certo numero di voci delle quali lui non sapeva nulla. La voce di fondamentale importanza sulla costruzione dei telescopi era collocata sotto il numero otto, il che sarebbe andato a detrimento della sua importanza. Per di più era probabile che la discussione a quel punto venisse interrotta per la colazione.
«Noto che l’ordine del giorno contiene un considerevole numero di voci», cominciò Isaac Newton, seduto sulla poltrona presidenziale, «delle quali la più importante di gran lunga è la numero otto riguardante la costruzione dei telescopi. Forse i precedenti presidenti del Consiglio avevano la tendenza a procrastinare il più a lungo possibile le questioni importanti. Io, invece, preferisco occuparmi delle cose in ordine decrescente di importanza. Perciò inizieremo i lavori della riunione dalla voce otto.»
«Purtroppo più tardi dovrò allontanarmi dalla riunione, presidente, ma ci sono un paio di questioni di cui mi piacerebbe parlare prima», disse il dottor Falconer, capo della divisione di biologia del CERC.
Isaac Newton ribatté immediatamente: «Forse, dottor Falconer, lei solleverà queste questioni subito dopo la voce otto. Le dispiacerebbe cominciare, signor Hoddinott? Per accontentare il dottor Falconer, dobbiamo procedere speditamente».
Charles Hoddinott era il capo della divisione amministrativa.
«Sì, beh», cominciò Hoddinott, «ovviamente dobbiamo capir meglio la forma di questo progetto dei telescopi, proposto dal Comitato Halley di cui lei stesso fa parte, presidente. In particolare, dobbiamo considerare in che modo quella che appare come un’impresa di notevolissime dimensioni possa essere messa in relazione con gli altri impegni già in atto del Consiglio. Credo che Harry Henderson abbia da manifestare qualche riflessione sull’argomento.»
Il modo in cui Hoddinott si serviva delle parole ricordava quello di un giocatore che distribuisca le carte traendole da un mazzo. A prima vista, le sue osservazioni sembravano piene di buon senso, e l’aria grave con la quale le pronunciava le facevano sembrare importanti. Ma riflettendoci sopra, si vedeva che era tutta aria fritta senza un solo punto veramente interessante. Isaac Newton rifletté cupamente che era destinato ad ascoltare discorsi del genere per i prossimi uno o due anni.
Harry Henderson era il responsabile della divisione di fisica. Poiché intratteneva rapporti con il CERN, Isaac Newton lo conosceva meglio degli altri.
«Il buon senso direbbe, presidente, che faremmo bene a tirare un po’ il fiato senza perdere lo slancio», disse Henderson con voce flautata facendo cadere un suono suadente sulla parola «slancio».
Isaac Newton si propose di esercitarsi alla chetichella a pronunciare questa frase. Facendo uno sforzo per non scoppiare a ridere, chiese: «Come si propone di fare una cosa del genere?»
«Noi dobbiamo dare avvio a uno sforzo considerevole nel campo della progettazione, uno sforzo «davvero» considerevole, direi.»
«A quale scopo?»
«Per essere sicuri, presidente, di avere il migliore progetto di telescopio quando arriveremo a dare il via al programma di costruzione.»
«Io stavo pensando di copiare semplicemente i radiotelescopi a grande portata della NASA», rispose Isaac Newton con voce pacata.
A questa dichiarazione risposero un increspare di labbra e uno scuoter di teste intorno al tavolo che avrebbero smontato chiunque all’infuori di un tipo ostinato come lui.
«La NASA ha avuto molti problemi a causa dei venti e altri grossi problemi quando si è trattato di montare in superficie le antenne circolari coniche», osservò il capo della divisione di astronomia del Consiglio col tono di un medico che esprima una prognosi infausta.
Il guaio di questo genere di affermazione, rifletté Isaac Newton di nuovo, era che si scostava in maniera tale dalla verità da costringere uno o ad accettarla oppure a dire all’uomo che era un bugiardo. Rivolgendo la sua attenzione a Harry Henderson, chiese: «Quanto dovrebbe durare, secondo lei, questo intervallo iniziale per prendere fiato, signor Henderson?»
«Si pensava a un anno.»
«Al quale può aggiungere un altro anno di difficoltà iniziali, supponendo che il suo progetto riesca a risolvere i problemi che hanno dato così grosse preoccupazioni alla NASA. In tal modo potremmo trovarci alle prese con un ritardo di due anni o anche più.»
«Non si può chiamarlo un ritardo, presidente.»
«In tal caso mi dev’essere sfuggito qualcosa, perché se ci decidiamo per il progetto della NASA, possiamo passare subito l’ordinazione.»
Un mormorio di dissenso si alzò intorno al tavolo.
«Lei non comprende, presidente», insistette Henderson, «che non possiamo gettarci a capofitto in questo progetto. Lei deve sottrarre dal suo ritardo di uno o due anni un ragionevole periodo di transizione.»
A questo punto, Isaac Newton ebbe la sensazione di aver capito molto bene che cos’era il CERC e che cosa erano probabilmente molti dei metodi della burocrazia. Questa era composta da un certo numero di persone, tutte provviste di un’intelligenza piuttosto eccezionale, che si sforzavano sistematicamente di misinterpretare con astuzia la verità. Lo facevano collettivamente per cui era difficile dipanare la matassa.
Come per confermare quest’opinione, intervenne Hoddinott. «Inoltre», disse, «secondo me dobbiamo vedere come saranno finanziati dal governo i costi operativi degli strumenti. Passare direttamente alla costruzione potrebbe sembrare un po’ prematuro finché non avremo formulato un piano operativo.»
Dopo aver visto a che punto era capace di arrivare il CERC, Isaac Newton, molto soddisfatto, ebbe la sensazione di scorgere in lontananza le torri dell’Eldorado, intravide cioè un mezzo che gli avrebbe consentito di liberarsi del CERC a breve scadenza. Così diede l’avvio al suo subdolo piano riassumendo ciò che era stato appena detto: «Così, secondo lei il lavoro di progettazione dei telescopi dovrebbe svolgersi in parallelo con la formulazione di un piano operativo. Nel frattempo, il Consiglio dovrebbe adeguare opportunamente le sue attuali attività? E’ questo il senso della riunione?»
Molti intorno al tavolo annuirono. Adesso veniva la mossa importante. Con uno sforzo per parlare con voce piana, Isaac Newton continuò: «Le dispiacerebbe formulare questa sua proposta per iscritto, signor Henderson? Magari dopo essersi consultato con il signor Hoddinott?»