«Questa è proprio roba da Foreign Office, l’aiuta a capire il mondo».
«Sì, ma…» lo interruppe il Primo Ministro.
«Oh, lei si sta domandando come me la sono cavata con il colloquio. E’ stato facile per uno come me, con la preparazione culturale che ho. Poiché non ho il vantaggio di essere l’ex presidente del Jockey Club di Ranjipur, mi sono rivolto a un agenzia e ho assoldato un attore, un tipo con il naso dritto e l’accento giusto. L’ho istruito per due settimane sulle cose che gli esaminatori, lo sapevo, gli avrebbero chiesto, e poi l’ho mandato al colloquio al posto mio. Come ho già detto, è stato facile. Sono passato con il gran pavese, come dicono in Marina.»
«E l’attore?»
«E’ finito male, come quasi tutti.»
Smithfield tossì emettendo una nube di fumo. Il Primo Ministro era più irritato che mai. Eppure, quell’uomo emanava un abominevole fascino. La posizione in cui era seduto sulla poltrona faceva sì che le maniche del soprabito troppo grande gli coprissero quasi del tutto le mani, per cui si vedevano solo le punte delle dita; e il modo in cui parlava, poi, senza fare il minimo sforzo per tenere la sigaretta in bocca… Gli pendeva semplicemente dall’angolo sinistro, sfidando la legge di gravità.
«Lei voleva informarmi sul blocco delle notizie dalla Russia.»
«Precisamente, era questa la mia intenzione. Ma lei non mi crederà. Non ci crederei io stesso se all’improvviso venisse, come ho fatto io, qui qualcuno a raccontarmelo.»
«Saprò se credere al suo racconto quando lo avrò sentito.»
«Beh, quello che sta succedendo in Russia non è un’esercitazione militare, questo posso assicurarglielo.»
«Che cos’è allora?»
Smithfield aspirò un’ultima boccata di fumo dalla sigaretta e anche questa volta la scagliò nel caminetto vuoto, esalando il fumo attraverso le narici che aveva dilatato per l’occasione. Poi disse: «E’ il prurito folle».
«Non mi sembra una storia verosimile, temo», rispose il Primo Ministro in tono suadente, convinto ormai di avere a che fare con un pazzo.
«Il prurito folle», ripeté Smithfield con voce cupa, il che non contribuì ad aumentare la sua credibilità. Il Primo Ministro non disse nulla e cosi Smithfield fece un ultimo disperato tentativo: «E’ una nuova malattia che ha avuto origine nella Russia Settentrionale, in una piccola e anonima cittadina chiamata Onega. Ci sono stati altri, pochi, casi in altre località, le Isole Salomone, per citarne una. La malattia provoca un terribile prurito e per ora non c’è in vista una cura. Li ha colpiti tutti.»
«Chi esattamente?»
«Quelli del Politburo. Ce l’hanno tutti. Il blocco delle informazioni è stato proclamato per impedire che la notizia si diffondesse. Comprende?»
«Potremmo consultare il Consiglio di Ricerche Mediche», suggerì il Primo Ministro, deciso a non contrariare l’uomo.
«Potrebbe anche consultare Babbo Natale», rispose Smithfield in tono sarcastico. «Sono venuto a riferirglielo personalmente perché si tratta di una notizia importante e perché avrebbero impedito che arrivasse alle sue orecchie.» Dopo essersi alzato compostamente dalla poltrona sollevò di qualche centimetro le maniche del cappotto e soggiunse: «E ora me ne vado».
Un paio di minuti dopo che Smithfield se ne fu andato, Pingo Warwick entrò nell’ufficio del Primo Ministro, al primo piano, con un mucchio di documenti.
«Ha detto qualcosa che valesse la pena di sentire?» chiese.
«Ha detto che il Politburo è afflitto da una nuova malattia chiamata prurito folle.»
Pingo Warwick esplose in una risata.
«Questa barzelletta mi procurerà inviti a cena per il resto della settimana», disse, ridacchiando.
Smithfield proseguì lentamente fino in fondo a Downing Street. Quando raggiunse Whitehall accese un’altra sigaretta, tossì per un momento e si avviò nella direzione del Cenotafio. Non gli importava che la gente lo ignorasse o non gli credesse. Quello che non riusciva a sopportare era la perenne, seppur inespressa, accusa di non fare il proprio lavoro.
56
«Che giornataccia schifosa», disse il Primo Ministro quando Isaac Newton si sottrasse alla fitta pioggia gelida entrando nel grande atrio della residenza di campagna del Primo Ministro nei pressi di Princes Risborough.
«Frances Haroldsen è già arrivata», disse il Primo Ministro accompagnando Isaac Newton lungo scale e corridoi fino alla piccola biblioteca, situata accanto a quella più grande all’estremità di un’ala della casa. Il Primo Ministro si trattenne per un attimo nella biblioteca più grande mentre Isaac Newton proseguiva per salutare Frances Margaret con quel genere di abbracci e baci ben noti a buona parte della razza umana.
Poi il Primo Ministro entrò a sua volta nella biblioteca piccola, si sedette a un tavolo ed entrò subito in argomento: «Beh, come vanno le cose a Swindon?»
«Il CERC inghiottirà il rospo, come del resto lei immaginava. Possiamo procedere nel modo da lei desiderato, Primo Ministro. Certo, dopo un paio di settimane a Swindon non sento il minimo desiderio di tentare una riforma di quell’organismo. Seguirò fino in fondo la faccenda dei telescopi, ma lascerò che il resto vada avanti come prima.»
«E’ il sistema migliore, come ho potuto constatare», annuì il Primo Ministro. «Invece di proclamare ai quattro venti l’eliminazione del vecchiume, si dà l’avvio a qualcosa di nuovo, lasciando poi che le novità prendano piede. A proposito, i francesi stanno agitandosi.»
«Per i telescopi o le montagne di burro?»
«Per tutti e due. Che ne dice?»
«Facciamo come coi tedeschi, lasciamo che comincino. Sarebbe un vantaggio se scegliessimo tutti lo stesso progetto.»
«Quella roba della NASA?»
«Sì. A parte il fatto che si tratta di un buon progetto, questa soluzione impedirà il sorgere di rivalità nazionali tra noi, i tedeschi e i francesi, se, come dice lei, questi vogliono davvero partecipare.»
«Ora state per andare tutti e due in Germania, no?»
«Si, devo incontrarmi con Otto Gottlieb. E’ la mia controparte, come dicono a Swindon. Era a proposito dell’incontro con Gottlieb che volevo parlare con lei, Primo Ministro», disse Isaac Newton.
«Di che cosa, precisamente?»
«Delle dimensioni del progetto da noi proposto. I tedeschi ritengono che stiamo pensando solo in termini di pochi strumenti, e i francesi avranno ovviamente la stessa idea. Che cosa facciamo? Dobbiamo disilluderli o lasciare che ne costruiscano pochissimi, mentre noi ne costruiremo a centinaia?»
«Una faccenda un po’ delicata, non le pare? Che cosa le suggerisce l’istinto?»
«L’istinto mi dice sempre di essere sincero. In questo caso, purché lei mi rassicuri in proposito, Primo Ministro, dovrei essere certo che la posizione è ben definita. Ci sono ancora formalità da superare al Tesoro.»
«Secondo me, le formalità saranno presto superate. Può contarci.»
«Era questo che volevo sapere.»
«Può contare sul segnale di partenza, diciamo, tra un mese, a cominciare da adesso», concluse il Primo Ministro.
Ci vollero circa quaranta minuti perché Frances Haroldsen e Isaac Newton raggiungessero Heathrow da Princes Risborough; quindi parcheggiarono e si diressero verso il terminale 1. L’aereo per Francoforte doveva partire entro un’ora. All’arrivo sarebbero stati ricevuti da Otto Gottlieb oppure da qualcuno dei suoi collaboratori. Il banco d’accettazione era affollato, come lo è quasi sempre, e ci vollero circa quindici minuti perché consegnassero i bagagli e si dirigessero verso la zona d’attesa, dove si sistemarono su poltrone dalle quali potevano vedere un grande tabellone indicatore.