Takoorch fece un cenno di assenso e calò nuovamente un lungo silenzio.
Il timoniere più anziano, comunque, non era tipo da rimanere in silenzio per sempre, e così diede voce a un’altra idea.
— So benissimo che i nostri attrezzi non sono serviti a nulla qualche ora fa, ma forse potrebbero tornare utili per raspare il ghiaccio qui, in prossimità delle lampade — affermò, aprendo il coltello multiuso che faceva parte dell’equipaggiamento e piantandolo nel ghiaccio.
— Aspetta un minuto! — esclamò Beetchermarlf. — Se scheggiamo il ghiaccio proprio qui, dove stiamo provando a scioglierlo col calore, come faremo a sapere se la nostra idea funziona veramente?
— Se riusciamo a spezzare il ghiaccio con il coltello, cosa importa sapere se le lampade funzionano oppure no? — rispose Takoorch. Beetchermarlf non trovò nulla da rispondere sul momento e quindi si arrese, borbottando qualcosa sull’importanza degli esperimenti controllati mentre Takoorch cominciava a menare fendenti con la lama.
Purtroppo per loro, l’azione del coltello si dimostrò irrilevante anche se forse servì a ritardare un poco la comparsa dei primi segni della sconfitta. Calore corporeo, calore delle pile e uso dei coltelli risultarono alla fine insufficienti: il ghiaccio continuò ad avanzare. Alla fine furono costretti a rimuovere le lampade dall’improvvisato appoggio per evitare che gelassero assieme al mucchietto di pietre, ora quasi completamente avviluppato dalla solida parete grigiastra. — Non abbiamo più molto tempo, ora — puntualizzò Takoorch muovendo le torce attorno a sé. — Solo due dei generatori sono rimasti liberi. Dobbiamo ricaricare le batterie prima che non sia più possibile farlo oppure lasciamo perdere e ci arrendiamo subito?
— Ricarichiamole pure — rispose Beetchermarlf. — Peccato però che una simile fonte di energia vada sprecata in questo modo. Quattro di quelle cose possono sospingere la Kwembly su qualsiasi terreno, e una volta ho sentito un umano dire che ne sarebbe bastato solo uno. Con una minima trazione i generatori potrebbero spaccare il ghiaccio per noi. Se solo sapessimo come fare!
— Estrarre il generatore dalla sua nicchia tra le ruote è facile, ma non ho idea di cosa si possa fare dopo. L’unità invia degli impulsi di corrente elettrica, ma non vedo come possa tornare utile. La potenza che generano riguarda solo le parti meccaniche.
— Se utilizzassimo i generatori per produrre corrente ne rimarremmo senza dubbio folgorati. Non so molto in effetti di elettricità perché al corso degli umani ho studiato soprattutto nozioni di meccanica, ma so che se viene usata male l’energia elettrica può uccidere. Forse è meglio pensare a qualcosa d’altro.
Takoorch si sforzò di farlo. Come il suo giovane compagno, aveva frequentato solo brevemente il corso di istruzione degli alieni. Entrambi avevano preferito partire volontari per Dhrawn piuttosto che continuare a stare in classe. La loro conoscenza della fisica di base poteva paragonarsi a quella di un bambino di nove, dieci anni. E non era molto incoraggiante pensare a soluzioni di cui non si conosceva l’applicabilità e il livello di rischio.
A tutti e due comunque la capacità di pensare in modo astratto non faceva difetto. Entrambi sapevano che il calore è la conseguenza più palpabile della presenza di energia, anche se non avevano nessun concetto del movimento casuale delle particelle che lo genera.
Fu Beetchermarlf il primo a ricordare un altro effetto dell’elettricità.
— Takoorch! Ti ricordi quando ci hanno detto di non dare troppa potenza fino a quando la Kwembly non cominciava a muoversi? Gli umani ci dissero che potevamo rompere i perni delle ruote o danneggiare i motori se acceleravamo troppo rapidamente.
— Esatto. Potenza a un quarto è il limite massimo consentito all’avvio.
— Bene. Qui abbiamo i comandi dei motori, ancora raggiungibili, e la Kwembly è bloccata. Perché non diamo energia al motore e lo facciamo scaldare quanto più possibile?
— Cosa ti fa pensare che diverrà caldo? Non hai la minima idea di cosa faccia funzionare questi motori, proprio come me. Gli umani non hanno detto che il motore diverrà caldo, ma solo che è possibile danneggiarlo.
— Lo so, ma che altro può succedere? Sai anche tu che qualsiasi tipo di energia inutilizzata finisce col generare calore in un modo o nell’altro.
— Sarà, ma non mi convince molto — rispose il marinaio più anziano. — Comunque, immagino che valga la pena di provare qualsiasi cosa… non so però se bruciare un motore può danneggiare seriamente la Kwembly; è la mia unica preoccupazione, perché noi saremmo spacciati comunque e quindi…
Beetchermarlf rimase silenzioso per un po’. Non aveva pensato al rischio di danneggiare la Kwembly e con più ci pensava con più si convinceva di non avere il diritto di fare una cosa del genere. Osservò la piccola unità motore alloggiata tra le ruote della serie più vicina e si domandò se una cosa tanto piccola poteva veramente mettere in pericolo l’esistenza di una massa tanto grossa come quella sotto cui si trovavano bloccati. Poi ricordò la massa enorme della macchina umana che aveva portato lui e i suoi compagni su Dhrawn e capì che la misteriosa energia che riusciva a smuovere simili grandiosi oggetti e a condurli attraverso i cieli non poteva venir usata a casaccio. Non avrebbe più avuto paura di usare motori e generatori, visto che gli era stata offerta l’opportunità di conoscerne i principi, ma compiere degli esperimenti con essi era tutt’altra cosa.
— Hai ragione — ammise con un sospiro e in modo casuale. Dopotutto, Takoorch sembrava propenso ad accettare l’idea. — Però ascolta — continuò. — Se le ruote potessero girare liberamente non correremmo il rischio di danneggiare i perni o il motore, vero? Credo che l’acqua si riscaldi anche limitandosi a smuoverla.
— Davvero? In effetti credo di aver già sentito una cosa del genere, ma se non riusciamo a rompere questo ghiaccio con la nostra forza dubito che smuovendo un po’ d’acqua riusciremo a ottenere qualcosa di concreto. E poi le ruote non sono affatto libere: poggiano sul fondo con sopra tutto il peso della Kwembly.
— Be’, prima volevi scavare, no? Bene, possiamo incominciare; quella parete di ghiaccio si fa sempre più vicina.
Beetchermarlf diede l’esempio e cominciò a scavare attorno ai sassi arrotondati che sporgevano da sotto le ruote. Era un lavoro duro persino per i loro muscoli. Lisci e compressi com’erano, i grossi ciottoli venivano via tutt’altro che facilmente. Inoltre, lo spazio per riporli non era certo abbondante. Inoltre i sassi sotto le ruote, che erano quelli da asportare, non potevano venir raggiunti fino a quando rimanevano bloccati sui lati. I due lavorarono con foga per rimuovere prima possibile i ciottoli più esterni, spaventati dalla lentezza con cui il lavoro sembrava procedere.
Una volta scavato abbastanza, cominciarono a rimuovere i ciottoli sotto le ruote solo per scoraggiarsi ancora di più davanti alla difficoltà del lavoro.
La Kwembly pesava sulla Terra circa duecento tonnellate. Su Dhrawn questo significava circa ottomila tonnellate, che venivano distribuite ogni istante sulle cinquantasei ruote rimaste. Pertanto ogni ruota sopportava un peso di più di centoquaranta tonnellate: un po’ tanto per la forza di un mesclinita che pesava su Dhrawn circa centocinquanta chili. Impossibile sollevare un peso del genere addirittura con otto metri della migliore fibra su Mesklin. D’altro canto, se la gravità di Dhrawn non avesse provveduto a comprimere in modo incredibile la superficie del pianeta, probabilmente la Kwembly sarebbe sprofondata nel terreno dopo pochi metri di viaggio.
Insomma, i sassi sotto le ruote non venivano via. I due marinai non poterono fare molto per smuoverli. Non avevano nulla da usare come leva, il gran numero di corde sottomano era inutile senza una puleggia e i loro muscoli figuravano tremendamente inadeguati allo scopo, una situazione a cui i mescliniti non riuscivano a rassegnarsi come le razze più deboli abituate da molto tempo all’uso di artifici meccanici. Il fatto che il loro spazio vitale si restringesse sempre più rappresentava però uno stimolo formidabile. Poteva certo generare il panico; ma i mescliniti non conoscevano quella forma di autoannullamento e sfogavano l’apprensione inondando la mente di pensieri. Di nuovo, fu Beetchermarlf a proporre qualcosa.