— Takoorch, vai dall’altra parte della serie di ruote passando da sotto. Voglio provare a smuovere quelle pietre. Allontanati un po’, perché verranno proiettate da quella parte — disse, arrampicandosi su una coppia di ruote mentre parlava. Takoorch capì immediatamente cosa aveva intenzione di fare il compagno e si riparò dietro la serie successiva senza obiettare. Beetchermarlf si distese davanti alla nicchia del generatore. Ora davanti a lui, inserito in uno spazio vuoto, poteva vedere il motore. Questi era un oggetto rettangolare grande circa quanto una radio con delle aste di guida bordate alla cima che si proiettavano dalla superficie e degli occhielli sui bordi dotati di piccole pulegge. Alle pulegge e alle aste erano connesse le funi per la guida dall’interno, ma il timoniere le ignorò. Non riusciva a vedere granché perché la pila era rimasta sul fondo, a qualche metro di distanza, e le ruote gli facevano ombra. In ogni caso non aveva bisogno di luce: anche con le chele poteva sentire quali leve muovere.
Con cautela portò la leva del reattore principale in posizione di “attivo”. Poi, ancora più lentamente, avviò il motore. Questi partì immediatamente: la doppia fila di ruote prese a muoversi in avanti e un rumore di piccoli oggetti scagliati qua e là divenne per un istante udibile. Poi il rumore cessò e il motore cominciò a surriscaldarsi. Subito Beetchermarlf lo disattivò e scese per vedere cosa era successo.
Il piano aveva funzionato bene quanto un programma di computer contenente un piccolo errore di logica: il responso avveniva, ma non risultava mai soddisfacente. Come previsto dal timoniere, il movimento delle ruote aveva proiettato all’indietro i sassi sottostanti, ma i due si erano scordati l’effetto della ripartizione del peso sulle varie serie di ruote. Semplicemente, la serie era sprofondata sotto il proprio peso e la spinta in avanti a vuoto aveva accentuato il ribaltamento del telaio centrale che manteneva in posizione le singole coppie di ruote. Guardando dal basso in alto, Beetchermarlf poté notare la leggera distorsione al telaio che assumeva l’aspetto di un rigonfiamento in un punto centrale, come se avesse preso una botta.
Takoorch comparve da dietro il suo riparo e osservò la situazione in silenzio. In effetti, non c’era molto da dire.
Nessuno dei due sapeva dire quanto poteva tenere il telaio e quanto ancora bisognava scavare prima che la serie potesse girare liberamente, anche se entrambi conoscevano a memoria tutti i dettagli della Kwembly. Le ruote erano connesse in tandem a un ammortizzatore che terminava in una sorta di materasso pneumatico suddiviso in trenta sezioni. I due timonieri conoscevano a memoria i dettagli degli insiemi di giunzione perché avevano passato molte ore a ripararli, ma ora che lo scafo sembrava così opprimente sulle loro teste non si sentivano più tanto sicuri della distanza a cui una coppia di ruote poteva spostarsi senza rompersi.
— Bene, torniamo a scavar pietre allora — disse Takoorch infilando la chela sotto un sasso. — Speriamo che il movimento le abbia smosse un po’, altrimenti sarà dura tirarle fuori solo dalle estremità.
— Non abbiamo più tempo. Il ghiaccio tra poco ci soffocherà. Dovremo scavare per un’intera lunghezza corporea prima di vedere le ruote girare liberamente. Lasciamo perdere questa idea e tentiamo qualcos’altro.
— Ma cosa? Vorrei proprio saperlo.
Beetchermarlf si mosse di nuovo. Stavolta si ricordò di prendere la pila e tornò in cima alle ruote. Takoorch lo seguì con lo sguardo, disorientato. Il giovane marinaio si appoggiò all’ammortizzatore idraulico e prese a colpire con il coltello il materasso pneumatico a cui questo si congiungeva.
— Non si può danneggiare la propria nave! — gli ricordò Takoorch.
— Più tardi la ripareremo. Odio agire così esattamente quanto te, e sarei felice di sfiatare questa sezione tramite la valvola come abbiamo sempre fatto, ma purtroppo non è possibile; e se non togliamo un po’ di pressione su queste dannate ruote presto non potremo fare più nulla — disse, continuando a tagliare la gomma.
Costava meno fatica che estrarre i grossi ciottoli di fiume. Il materasso pneumatico era realizzato in un materiale gommoso estremamente spesso e resistente. Per sostenere la Kwembly doveva contenere una pressione di almeno diciotto chili per centimetro quadrato sopra il livello del suolo. Una delle seccature del loro lavoro era proprio dover pompare manualmente le sezioni fino alla pressione giusta o di sfiatare l’eccesso di aria, il che succedeva ogni volta che il dislivello tra due punti superava i quattro, cinque metri. Al momento il materasso pneumatico appariva leggermente flaccido, in quanto nessuno l’aveva più gonfiato dopo la discesa lungo il fiume, ma comunque continuava a esercitare una pressione notevole. Ancora e ancora Beetchermarlf affondò il coltello nella superficie elastica, cercando di centrare sempre lo stesso punto ma non sempre con successo. Ogni volta che entrava, la lama affondava un po’ di più. Takoorch, convinto infine della necessità di far qualcosa, si unì con decisione a lui. Il percorso della seconda lama si unì a quello della prima e presto i due assunsero un ritmo addirittura troppo veloce per venire seguito dall’occhio umano. Chiunque fosse stato presente, naturalmente di qualche altra razza, avrebbe scommesso che si sarebbero tagliati le rispettive chele nel giro di pochi secondi.
Anche così occorsero parecchi minuti prima di riuscire. Il successo si presentò inizialmente sotto forma di una fila di bollicine che si disperse in tutte le direzioni lungo la superficie gommosa della sezione di materasso pneumatico. Pochi tagli ancora e da un’apertura quasi a croce larga forse cinque centimetri iniziò a uscire una fitta colonna di bolle composta di aria dhrawniana. I prigionieri cessarono i loro sforzi.
Lentamente ma visibilmente la tensione della gomma andò diminuendo. La colonna di bollicine si fece meno fitta, mentre l’aria si raccolse nel punto più elevato della trappola di ghiaccio. Per qualche istante Beetchermarlf pensò che la sezione si sarebbe sgonfiata completamente, ma la presenza delle ruote evitò che succedesse. Il centro della sezione, cioè per loro il punto in cui penetrava la sospensione idraulica della coppia di ruote in quanto non sapevano dove si trovasse il confine con la sezione successiva, iniziò a rientrare piuttosto che a sporgere: ora tirava, invece di spingere.
— Faccio partire nuovamente il motore. Vediamo cosa succede — disse Beetchermarlf. — Riparati di nuovo per un minuto.
Takoorch obbedì. Deliberatamente, il giovane timoniere incastrò un mucchietto di piccoli ciottoli sotto la parte anteriore dei pneumatici, si arrampicò su di essi e distese il suo corpo allungato una volta giunto in cima. Aveva la torcia con sé, non tanto per avviare il motore ma per capire più facilmente se e come si muoveva l’insieme. Quando avviò il motore rivolse lo sguardo verso il punto in cui l’ammortizzatore si congiungeva al materasso pneumatico.
I ciottoli fornirono un minimo di trazione; la gomma della sezione prese a contrarsi e l’albero di sospensione sobbalzò leggermente quando la serie di ruote prese a muoversi. Una rientranza metallica, inaccessibile perché situata all’interno della sezione in gomma, proteggeva il proseguimento dell’ammortizzatore che impediva alle ruote di inclinarsi per più di pochi gradi. Naturalmente le varie serie di ruote non potevano entrare in contatto l’una con l’altra, ma una maggiore inclinazione avrebbe comportato un maggiore sforzo. Quando il motore venne portato al massimo la serie continuò a girare, ma adesso non più liberamente. Suoni e vibrazioni sull’albero indicavano che i pneumatici sfregavano sui ciottoli del fondo e dopo alcuni secondi la sensazione dell’acqua in movimento divenne chiaramente percepibile sulla tuta di Beetchermarlf. Questi iniziò allora a scendere, ma fu tanto incauto da lasciare la presa senza assicurarsi dell’efficacia del nuovo punto di appoggio. Quasi venne risucchiato dal movimento delle ruote. Riuscì a spegnere il motore appena in tempo, con un frettoloso movimento della chela. Rimase immobile e silenzioso per diverso tempo prima di riguadagnare il controllo: anche il suo corpo gommoso e resistente non avrebbe potuto sopportare quell’incredibile corsa schiacciato tra le ruote e la pietra… come minimo, la tuta spaziale sarebbe finita in brandelli!