Выбрать главу

8

Un dito nella zuppa

Scartata come improbabile l’ipotesi che i due timonieri si trovassero proprio sotto lo scafo, Dondragmer ordinò agli scienziati di montare la trivella vicino al portello principale e di prelevare un campione di ghiaccio. Subito i ricercatori scoprirono che il ghiaccio arrivava sul fondo della pozza, perlomeno in quel punto. Rimaneva solo da sperare che così non fosse anche sotto lo scafo, dove il calore e l’ammoniaca presente nell’acqua non potevano disperdersi così rapidamente. Ma il capitano si oppose a eventuali perforazioni sotto lo scafo. Eppure, quella sembrava la zona più appropriata dove cercare. Dovevano trovarsi lì sotto, perché avevano un lavoro da compiere e non si capiva come potevano mancare di notare lo sviluppo del ghiaccio se si fossero trovati altrove.

Mettersi in contatto con loro sembrava proprio impossibile. Lo scafo in materia plastica della Kwembly trasmetteva i suoni, naturalmente, e forse bussare avrebbe risolto il problema se non ci fosse stato il materasso pneumatico. Proprio per non lasciare nulla di intentato, Dondragmer ordinò a un marinaio di scendere fino al livello inferiore e battere sul pavimento con un’asta ogni metro. Ma i risultati furono negativi, il che non significava nulla di particolare. Forse non rispondevano perché erano morti, ma forse non avevano mezzo di rispondere oppure il suono non passava.

Un altro gruppo lavorava all’esterno da un po’ di tempo, ma il capitano già sapeva che i progressi sarebbero stati lenti. Nonostante la forza fisica dei mescliniti, i risultati erano a dir poco scarsi. Pochi punzoni a guida manovrati da dei bruchi di mezzo metro di statura per nove chili di peso avrebbero impiegato una mezza eternità a liberare i settantacinque metri di circonferenza della Kwembly, e anche di più se dovevano ripulire accuratamente il ghiaccio tra le ruote e tra le funi di guida come sembrava probabile.

Per quanto riguardava la scomparsa di Kervenser, l’altro elicottero si era alzato nuovamente in volo sempre con Reffel ai comandi. La telecamera era a bordo e gli esseri umani esaminavano la zona attentamente quanto il pilota, imprecando insieme a lui per l’oscurità della notte di Dhrawn. Per rivedere la luce del sole bisognava attendere ancora più di seicento ore, e fino all’alba solo la fortuna poteva consentire loro di ritrovare l’elicottero disperso.

Per risultare di qualche aiuto all’occhio del mesclinita, la luce del riflettore andava concentrata in un raggio piuttosto ristretto in modo da formare a terra un cerchio dal diametro di una trentina di metri. Il mezzo meccanico avanzava con un lento movimento zigzagante e il cerchio di luce pareva scivolare lentamente qua e là lungo la valle mentre seguiva il movimento verso occidente dell’elicottero. Molto sopra di loro, uno degli schermi della stazione spaziale umana riproduceva le immagini visive e infrarossi prese dal mesclinita: sarebbero state comunque utili per correggere o completare le mappe. Infatti gli unici che si dicevano soddisfatti erano gli addetti alla mappatura del pianeta, che lavoravano adesso a pieno ritmo grazie alla piega presa dagli avvenimenti. Dalla ricerca dello scomparso Kervenser ci si poteva aspettare poco, almeno per un po’: non c’era nulla di male ad approfittarne per incamerare delle preziose informazioni. Anche i mescliniti lo stavano facendo.

Dondragmer non provava esattamente preoccupazione per la sorte del primo ufficiale e dei due timonieri. I mescliniti non potevano preoccuparsi. Suonava meglio dire che si sentiva coinvolto, ma dato che aveva preso tutti i provvedimenti del caso e sapeva di non poter fare di più si concentrò su qualcosa d’altro. Due pensieri lo assillavano da un po’: primo, se lo scioglimento del ghiaccio avrebbe significato un’altra inondazione; secondo, cosa fare per tirarsi fuori da quella trappola in modo veloce e sicuro. Ne aveva parlato sia con gli umani che con i suoi scienziati; a questi ultimi aveva però chiarito che non si aspettava alcunché di straordinario. La ricerca su quanto successo e sui possibili rimedi doveva intrecciarsi con lo scopo della loro missione. Dondragmer non era assolutamente un individuo freddo e calcolatore; semplicemente, pensava che addirittura il suo ultimo atto in vita dovesse servire a uno scopo.

La reazione umana a quel notevole ideale e a quell’atteggiamento incredibilmente calmo fu varia. I meteorologi e i planetologi la diedero per scontata. La maggior parte di essi non era neppure cosciente della situazione in cui si trovava la Kwembly, e men che meno della scomparsa di tre membri del suo equipaggio. Anche Easy Hoffman, che era rimasta di guardia dopo aver aggiornato Barlennan come deciso alla riunione, non provò la minima sorpresa. Per quanto debole, l’unica reazione da lei provata fu di ammirazione nei confronti di Dondragmer per aver saputo evitare il panico fino a quel momento in una situazione pericolosa anche per lui.

Suo figlio provava invece emozioni contrastanti. McDevitt lo aveva temporaneamente sollevato dal suo lavoro al laboratorio di aerologia perché si era accorto della simpatia che si andava sviluppando tra il ragazzo e Beetchermarlf. Di conseguenza, Benj faceva ormai parte del panorama del salone delle comunicazioni.

Aveva seguito senza proferire parola le direttive di Dondragmer per disporre l’invio all’esterno di una squadra di ricerca e dell’elicottero. Si era addirittura interessato allo scambio di informazioni tra gli scienziati umani e i mescliniti. McDevitt era stato un po’ riluttante a rischiare altre previsioni meteorologiche per timore che la sua reputazione, già scossa, venisse definitivamente compromessa; alla fine però aveva promesso di fare del suo meglio. Una volta discusse tutte queste faccende e presi gli accordi del caso, Dondragmer sembrò non desiderare nient’altro che distendersi sul ponte e attendere gli eventi. Ma il ragazzo si faceva sempre più agitato.

La pazienza, cioè l’equivalente umano più vicino ai sentimenti di Dondragmer, non era il suo forte. Per alcuni minuti Benj si limitò a osservare lo schermo agitandosi sulla poltroncina. Infine, non poté trattenersi oltre.

— Se nessuno ha altro da dire, va bene se parlo un po’ io con Dondragmer e i suoi scienziati?

— chiese.

Easy lo guardò un po’ perplessa per poi rivolgere lo sguardo agli altri presenti nel salone. Tutti risposero con indifferenza e così fece cenno a Benj di procedere.

— Non so se saranno in vena di chiacchierare del più e del meno, ma al massimo ti diranno che il momento non è quello giusto. — Benj non sprecò neppure un secondo per rispondere a sua madre che non si sognava neppure di perdersi in chiacchiere. Attivò il microfono che metteva in comunicazione con il ponte e cominciò a parlare.

— Dondragmer, sono Benj Hoffman. Ho sentito che ha dato ordine ai suoi marinai di spaccare il ghiaccio a prua con dei semplici punzoni. Vorrei chiarire che i generatori in vostro possesso possono sviluppare un enorme ammontare di energia, più di quella che un pianeta intero di mescliniti può sviluppare in un anno con la semplice forza muscolare. I suoi scienziati hanno pensato a utilizzare l’energia dei generatori per far funzionare la trivella o addirittura per sciogliere il ghiaccio?

“Inoltre, vorrei sapere se i suoi marinai stanno spaccando il ghiaccio per liberare la Kwembly o per cercare Beetchermarlf e Takoorch. So benissimo che è importante liberare la Kwembly al più presto, ma quello stesso ghiaccio dovrà venir rimosso prima o poi. Credo ci siano molte possibilità che l’acqua sotto lo scafo non sia ancora ghiacciata e quindi che i due timonieri siano ancora vivi. State scavando delle gallerie o vi limitate a scheggiare il ghiaccio?”

Alcuni degli uomini presenti nel salone sobbalzarono per le parole scelte dal ragazzo, ma nessuno pensò di interromperlo o anche di commentare. La maggior parte di quelli che udirono rivolsero lo sguardo a Easy in cerca di conferme, trattenendosi comunque dal dire qualsiasi cosa potesse venir interpretata come una critica a suo figlio. Molti però non si sentivano affatto critici, perché avevano pensato esattamente le stesse cose senza però trovare il coraggio di dirle in prima persona.