— Possibile — ammise Barlennan. — Non ci avevo mai pensato in questi termini. L’ipotesi mi sembra alquanto improbabile, ma sarà bene controllare tutto molto più da vicino. Più che altro non vorrei che perdessero tempo a discutere ogni volta che un ricognitore finisce nei guai per decidere quello che ci possono dire.
— Crede davvero che questa ipotesi sia realistica? — domandò Deeslenver.
— Difficile a dirsi. Certo noi non siamo stati del tutto aperti con loro, naturalmente per delle ragioni che noi consideriamo ottime. Chi ci dice che non sia vero anche l’opposto? Sappiamo che molti umani sanno lavorare bene, e se non riusciamo a stare al loro livello è solo colpa nostra. Tutto quello che voglio sapere è se c’è qualcosa sotto o si tratta solo di disattenzione. Conosco un sistema per verificarlo, ma preferirei non usarlo. Se qualcuno ha qualche idea, è la benvenuta.
— Quale sarebbe questo sistema? — domandarono insieme entrambi gli scienziati, Deeslenver forse mezza sillaba prima.
— La Esket, naturalmente. È la sola situazione in cui possiamo verificare se quello che ci hanno raccontato è vero oppure no. Perlomeno, finora non sono riuscito a pensare a nient’altro. Naturalmente ci vorrà molto tempo. La prima partenza avverrà all’alba e mancano ancora milleduecento ore circa. Naturalmente potremmo inviare il Deedee anche di notte, ma…
— Se solo installassimo quel trasmettitore ottico che ho realizzato… — cominciò Deeslenver.
— Troppo rischioso. Potrebbero vederci. Non sappiamo quanto potenti siano gli strumenti umani. So che si trovano tutti alla stazione, a milioni di cavi di distanza, ma non so altro. Il modo casuale in cui ci hanno dato i prendimmagini per studiare il pianeta dovrebbe significare che non li considerano nulla di speciale, come del resto il fatto che li abbiano spiegati dodici anni fa su Mesklin, ma la luce è un’altra cosa. Nel bel mezzo della notte, il rischio che ci vedano è troppo grande. Ecco perché mi oppongo alla sua idea, Deeslenver; altrimenti non ho difficoltà ad ammettere che è ottima.
— Comunque non abbiamo abbastanza metallo per stabilire un contatto elettrico tanto lontano — chiarì Bendivence. — Ma non ho altre idee al momento. Però… adesso che ci penso forse esiste un modo semplicissimo di accertarsi quanto sensibili alla luce siano gli strumenti umani.
— E come? — chiese Barlennan con un tipico atteggiamento corporeo.
— Potremmo chiedere loro con innocenza se non hanno strumenti che riescono a seguire le luci dei volatori o le vibrazioni che emettono con il movimento.
Barlennan soppesò la cosa per un attimo.
— Buona idea! Ottimo. Allora facciamolo subito. Ma comunque, anche se la risposta è negativa non significa che dicano la verità. Meglio pensare anche a un’altra prova — concluse il comandante, conducendo i due fuori dalla stanza della mappa dove era avvenuta la discussione e imboccando il corridoio che portava alla sala radio. La maggior parte dei corridoi erano in penombra. Gli sponsor umani della missione non avevano lesinato i mezzi per produrre energia, ma Barlennan limitava la distribuzione al minimo. Solo le stanze erano bene illuminate.
Questo dava ai mescliniti la confortante impressione di non aver nulla sopra la testa, consentendo a tutti di vedere le stelle senza alcun impedimento. Nessun nativo di Mesklin avrebbe sopportato a lungo l’idea che qualcosa potesse cadergli in testa. Persino gli scienziati levavano ogni tanto lo sguardo verso l’alto, provando qualche sollievo alla vista di stelle che non erano neppure quelle del loro pianeta. Tra l’altro il sole di Mesklin, che gli umani chiamavano 61 Cigni, era in quel momento visibile sull’orizzonte.
Barlennan poi procedeva sempre guardando il soffitto piuttosto che davanti a sé. Spesso gli altri lo prendevano blandamente in giro per questa sua piccola fobia, e lui si giustificava affermando di agire così per vedere la stazione orbitale umana, le cui luci raggiungevano sulla superficie di Dhrawn la magnitudine di una stella mediamente luminosa. Il suo passaggio regolare sulla colonia mesclinita rappresentava forse il miglior orologio a lungo termine che Barlennan e i suoi possedessero: infatti, non appena il satellite veniva avvistato gli addetti ai buffi orologi a pendolo mescliniti si precipitavano a sincronizzarli uno per uno, in quanto difficilmente due di quelle pendole indicavano la stessa ora per più di novanta minuti.
Le stelle e il sole di Mesklin sparirono dalla vista quando i tre entrarono in sala radio, sicuramente bene illuminata. Guzmeen vide Barlennan e subito riferì che non erano arrivati altri messaggi.
— Che rapporti le sono giunti da Dondragmer dal momento in cui la Kwembly si è arenata al momento in cui la pozza è gelata e i due piloti sono stati dati per dispersi? Mi riferisco alle ultime centotrenta ore: quando è scomparso esattamente il primo volatore? — domandò Barlennan.
— Posso dirlo solo vagamente, signore. Gli umani ci hanno comunicato il blocco della Kwembly senza specificare il momento in cui è successo. Ho dato per scontato che la notizia fosse fresca e quindi non ho domandato. Le due sparizioni sono state segnalate abbastanza vicine una all’altra: forse a un’ora di distanza.
— Capisco. Ma quando la notizia della seconda sparizione è arrivata, non si è chiesto come mai venivamo messi al corrente dei due incidenti quasi contemporaneamente anche se per forza doveva esser passato del tempo tra il primo e il secondo?
— Sì signore. Ho cominciato a domandare spiegazioni circa un quarto d’ora fa, quando abbiamo ricevuto l’ultimo messaggio. Ma le risposte sono state evasive, e così ho pensato bene di lasciare che parli lei con gli umani.
Bendivence si intromise nella conversazione. — Non crede che Dondragmer abbia mancato di informare gli umani della prima sparizione perché dovuta a un suo errore? Forse sperava di poter riferire sia la sparizione che il ritrovamento del pilota.
Barlennan lo osservò con aria interrogativa, ma non perse tempo ad approfondire l’argomento.
— No, non credo. Dondragmer e io la pensiamo in modo diverso su molte cose, ma sono certo che non ignorerebbe mai gli ordini in questo modo.
— Anche se un rapporto immediato non facesse alcuna differenza? Dopotutto nessuno può aiutarlo e le decisioni spettano solo a lui.
— Anche così.
— Non vedo però perché dovrebbe…
— Io sì. Mi creda sulla parola; non ho tempo per delle spiegazioni dettagliate e dubito di riuscire a convincerla comunque. Se Dondragmer ha omesso di informare noi e gli umani immediatamente, aveva le sue buone ragioni. Ma io sono convinto che non è stata colpa sua. Guzmeen, quale umano le ha inviato il rapporto? Per caso era sempre lo stesso?
— No signore. Non riconosco tutte le loro voci e spesso gli umani tralasciano di identificarsi. Ultimamente, circa la metà dei messaggi arriva nella loro lingua e l’altra metà proviene dagli umani chiamati Hoffman. Vi sono altri due che parlano la nostra lingua, ma solo gli Hoffman sembrano in grado di farlo senza sforzi. Il giovane Hoffman, in particolare, sembra conoscere bene il nostro gergo: penso che abbia parlato spesso con i marinai della Kwembly e immagino che se Dondragmer e i suoi abbiano trovato il tempo di fare della conversazione non possa esser successo nulla di veramente grave a bordo.
— Può darsi. In ogni caso adesso vedremo, perché ho intenzione di scambiare quattro chiacchiere con gli umani — dichiarò Barlennan, sistemandosi davanti al monitor e attivando sia lo schermo sia la radio. L’addetto alle comunicazioni che occupava quel posto si scostò di lato senza attendere l’ordine del comandante. Lo schermo era ancora vuoto. Barlennan pigiò pigramente il tasto di chiamata e attese con pazienza che trascorresse il minuto necessario per stabilire il contatto. Poteva cominciare a parlare subito, dato che logicamente chiunque si trovasse di servizio alla consolle dedicata alla colonia mesclinita avrebbe preferito evitare di perdere tempo attivando anche lo schermo, ma Barlennan voleva vedere in faccia l’umano con cui doveva parlare. Se il ritardo con cui arrivavano le comunicazioni doveva diventare sospetto, meglio vedere sempre in faccia gli eventuali interlocutori.