Выбрать главу

Non gli ci volle molto per capirlo. Era capace di analisi ordinate e approfondite e aveva appreso molta più tecnologia aliena di quanto avessero potuto fare i due timonieri che aspettavano di venir salvati a pochi metri di distanza. Comprendeva la struttura e il funzionamento dei generatori quanto uno studente di liceo comprendeva la struttura e il funzionamento di un televisore. Non sarebbe mai stato in grado di costruirne uno per conto suo, ma era capace di dedurre col ragionamento le cause di una malfunzione come quella. Ma era più un chimico che un fisico, perlomeno per quanto riguardava il suo corso di istruzione.

Mentre Benj e McDevitt osservavano la scena stupiti e Dondragmer provava un profondo disagio, i due scienziati piegarono nuovamente le estremità in modo da provare un’altra volta. Con la trivella eseguirono una buca larga abbastanza da contenere il generatore alla fine della profonda scanalatura scavata dalla resistenza in quei pochi secondi di funzionamento. I due sistemarono il generatore nella buca, collegarono le estremità e seppellirono il tutto sotto del ghiaccio lasciando fuori solo i comandi. Finalmente Borndender diede corrente, allontanandosi poi molto più velocemente di prima.

La nuvola di cristalli di ghiaccio ricomparve, ma stavolta crebbe e si estese avvolgendo in breve la sezione più vicina della Kwembly, che comprendeva il ponte. Dondragmer e la telecamera si ritrovarono così avvolti nella nebbia. Anche in lontananza la nube, illuminata dalle luci esterne del ricognitore, si fece visibile e i mescliniti che stavano portando via le colture idroponiche si fermarono per osservare il fenomeno mentre Stakendee e i suoi notarono un bagliore a chilometri di distanza in direzione della Kwembly. Stavolta la resistenza penetrò per l’intera sua lunghezza nella superficie gelata, trasformando all’istante il ghiaccio in vapore bollente, che si ritrasformò in acqua a pochi millimetri di distanza a causa dell’effetto condensa per ritrasformarsi in vapore mentre precipitava e in cristalli di ghiaccio non appena varcata l’area soggetta all’effetto del calore. La pozza d’acqua calda che si formò, lunga circa tre quarti della lunghezza della Kwembly e larga più di due metri, cominciò a infiltrarsi nel ghiaccio circostante mentre un soffio di vento spazzava via la nube di cristalli di ghiaccio che fluttuava sul terreno.

Una parte della pozza raggiunse lo scafo e Dondragmer, che notò la cosa grazie alla momentanea dispersione della nube per opera del vento, fu assalito da un pensiero terrorizzante. Si infilò in fretta e furia la tuta spaziale e scese di sotto per raggiungere la paratia interna del portello principale. Una volta arrivato però si sentì indeciso su cosa fare. Con adesso la tuta spaziale era impossibile dire se il calore penetrava nello scafo, sprovvisto di termometri a eccezione del laboratorio. Per un attimo pensò di scendere e prenderne uno, ma poi decise che ci voleva troppo tempo per andare e tornare. Aprì quindi senza esitazioni la valvola di sicurezza situata sulla paratia esterna, manovrabile anche dall’interno per mezzo di un sistema di funi che passava per il liquido contenuto nella vasca. Non sapeva se il calore sviluppato dalla resistenza fosse in grado di riscaldare la Kwembly al punto da causare l’evaporazione dell’ammoniaca che fungeva da isolante nei portelli, ma non se la sentiva di rischiare. Certo lo scafo era perfettamente isolato e la dispersione del vapore sarebbe avvenuta lentamente, ma se il vapore fosse stato tanto da generare pressione, e quindi un’esplosione, tutto era perduto. Questo rappresentava un esempio di scarsa conoscenza capace di portare a preoccupazioni inverosimili: la temperatura necessaria per portare la tensione di vapore dell’ammoniaca a valori vicini ai valori ambientali avrebbe reso la paura di un’esplosione l’ultimo dei pensieri di qualunque mesclinita. In ogni caso aprire la valvola non poteva arrecare alcun danno e il capitano tornò velocemente sul ponte sentendosi decisamente sollevato.

La brezza gentile che soffiava da ovest spazzò via le spirali di nebbia gelata provenienti dalla pozza, che gli parve subito notevolmente più grande e profonda. Anche l’area della Kwembly a contatto dell’acqua si era estesa, ma man mano che passavano i minuti sentiva che doveva pur esistere un limite all’uso di quella cosa. Di tanto in tanto riusciva a vedere Borndender e l’altro marinaio muoversi nei paraggi in cerca del punto di osservazione più indicato. Finalmente i due si sistemarono quasi sotto il ponte con il vento alle spalle.

Per qualche tempo il livello del liquido sembrò statico, anche se nessuno degli osservatori sapeva dire perché. Più tardi si pensò che la pozza aveva raggiunto una sacca d’acqua rimasta sotto la Kwembly che impiegò almeno quindici minuti per evaporare del tutto. Passato quel periodo, tra l’acqua ribollente cominciarono a spuntare i massi del fondo e Dondragmer cominciò a considerare il problema di disattivare il generatore prima che la barra cominciasse di nuovo a fondere.

Sapeva ormai che il generatore non poteva esplodere, ma la barra si era già accorciata di diversi centimetri e un altro corto circuito avrebbe reso del tutto impossibile rimettere in funzione l’impianto di condizionamento. Bisognava fare di tutto per evitarlo; fondere altri centimetri dell’elemento metallico era quindi l’ultima cosa che desiderava. L’acqua evaporava a una velocità considerevole e la barra metallica si trovava ormai a contatto del fondo sotto pochi centimetri di acqua. Il capitano si chiese se avrebbe fatto in tempo a raggiungere i controlli per evitare il ripetersi del cortocircuito avvenuto in precedenza. Non sprecò neppure un secondo per rimproverare mentalmente gli scienziati per non aver connesso una fune ai comandi appropriati del generatore: anche lui dopotutto se n’era scordato.

Si infilò nuovamente la tuta spaziale e uscì all’esterno passando dal portello sul ponte. In quel punto la curvatura dello scafo nascondeva la pozza alla vista. Dondragmer iniziò a scendere nella nebbia il più in fretta possibile, mantenendosi saldamente agli appigli. Mentre scendeva urlava a squarciagola: — Borndender, disattivi il generatore! Borndender, non voglio perdere neppure un altro millimetro di barra!

Un fischio proveniente dal basso gli rivelò che era stato sentito, ma attraverso la nebbia non giunsero conferme o richieste di chiarimenti. Dando fondo a tutta la sua agilità, Dondragmer discese a tempo di record. La vista incoraggiante di qualche voluta di vapore proveniente da sotto il materasso pneumatico e le ruote, tornate visibili, lo aiutò a vincere la paura dell’altezza. Naturalmente l’acqua non bolliva, data la pressione esistente su Dhrawn, ma risultava caldissima anche per gli standard dei mescliniti e Dondragmer non si fece troppe illusioni sulla capacità della tuta spaziale di proteggerlo. Solo in quel momento gli venne in mente che la temperatura doveva esser troppo calda anche per i due timonieri dispersi. Facile quindi che fossero morti, bolliti vivi dall’apparato destinato teoricamente a salvarli. Ma questo pensiero non durò molto: c’era troppo lavoro da fare.

Il generatore si trovava molto a poppa rispetto alla sua posizione ma poteva avanzare al sicuro solo in avanti. In ogni caso raggiungere l’unità non sarebbe stato facile, dato che ora si trovava presumibilmente immersa nell’acqua bollente. Se bisognava saltare, darsi la spinta sugli appigli dello scafo non rappresentava certo la soluzione migliore. Dondragmer decise di avanzare.

Finalmente uscì dal banco di nebbia gelata. Borndender e il suo assistente non erano in vista. Probabilmente stavano girando attorno allo scafo per tentare di eseguire i suoi ordini. Il capitano continuò ad avanzare e pochi metri più avanti trovò il modo di scendere su un cornicione di ghiaccio rimasto attorno allo scafo.

Fu obbligato però a fermarsi quasi subito, in quanto il cornicione penetrava nuovamente nella nebbia gelata: era troppo stretto per rischiare. Lanciò un richiamo nell’assoluto silenzio e fu molto confortato nel sentire che qualcuno rispondeva. I due membri del suo equipaggio non erano caduti nell’acqua bollente. Li raggiunse quasi sotto la prua del ricognitore, dopo aver compiuto un mezzo giro attorno alla Kwembly dalla parte ancora prigioniera del ghiaccio. I risultati erano estremamente scarsi, in quanto non solo il generatore risultava fuori portata, ma anche fuori vista. Saltare nell’acqua rappresentava come minimo un’idea balzana, anche se normalmente i mescliniti tendevano a considerare simili ipotesi. Borndender e il suo assistente però non lo avevano fatto e Dondragmer si ritrovò a pensare che a lui succedeva per via delle esperienze vissute durante l’esplorazione della zona equatoriale a bassa gravità di Mesklin molto tempo prima.