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Ma non restava molto tempo. Guardando oltre il margine del cornicione i tre notarono che la parte superiore arrotondata dei massi si era asciugata e che l’acqua tendeva ad abbassarsi sempre più. La resistenza doveva ormai trovarsi quasi esposta; con un po’ di fortuna poteva scivolare verso il punto più basso della pozza e conceder loro ancora qualche minuto per agire, ma non vi si poteva certamente far conto. Il capitano considerava i rischi connessi alle varie possibilità ormai da diversi minuti: senza esitare oltre e senza dire nulla ai due sottoposti si lasciò scivolare oltre il cornicione cercando di raggiungere il masso più vicino, circa ottanta centimetri più sotto.

La botta fu sensibile. Il salto equivaleva a una caduta di una trentina di metri sulla Terra e persino il mesclinita accusò il colpo. Ma Dondragmer si riprese subito. Un fischio prolungato rivelò ai due rimasti sopra che non aveva sofferto serie conseguenze e li avvisò di non seguirlo in caso il loro orgoglio li spingesse a fare qualcosa che la loro intelligenza certamente rifiutava. Dopo aver ordinato loro di rimanere dov’erano, Dondragmer relegò i due scienziati in fondo ai suoi pensieri e si preparò a compiere i passi successivi.

Il masso più vicino su cui saltare si trovava a più di sessanta centimetri, un poco oltre una lunghezza corporea, ma perlomeno lo vedeva. Ancora meglio, un altro masso un po’ fuori linea mostrava una superficie piatta di circa cinque centimetri quadrati dove poter atterrare. Due secondi dopo aver analizzato la situazione Dondragmer si trovava cinquanta centimetri più vicino al generatore e stava cercando un altro masso appropriato. Quei cinque centimetri quadrati scarsi di superficie piana offrirono appoggio a forse una dozzina di zampe quando il corpo rosso e nero del mesclinita si distese dopo il lungo salto.

Avanzare ora era però più complicato. Difficile stabilire da che parte andare, dato che lo scafo non poteva più fungere da punto di orientamento perché scarsamente visibile. Inoltre non vedeva altri massi nelle vicinanze tranne quello da cui aveva saltato. Esitò, guardandosi intorno e cercando di pensare in modo chiaro, ma prima che riuscisse a raggiungere una decisione il problema si risolse da solo. Il profondo sibilo presente nell’aria da parecchi minuti e che si doveva all’acqua trasformata istantaneamente in vapore dalla resistenza incandescente e di nuovo ritrasformata dalla pressione e dal freddo di Dhrawn cessò all’improvviso. Dondragmer capì che era troppo tardi per salvare la barra. Si rilassò immediatamente e attese con pazienza il raffreddamento dell’acqua, la dispersione del vapore e il precipitare della nebbia ghiacciata. A un certo punto però gli sembrò che l’aria stesse diventando insopportabilmente calda e si domandò più di una volta se non era il caso di tornare indietro, ma l’obbligo di doversi arrampicare sul cornicione di ghiaccio con il rischio di precipitare nell’acqua bollente lo obbligò a rimanere dov’era.

Finalmente l’aria si schiarì e attorno alle cime arrotondate dei massi cominciarono a prender forma incredibili combinazioni cristalline. Bastò un’occhiata per rendersi conto che si trovava a meno di due metri dal generatore, facilmente raggiungibile saltellando sulle rocce. Pochi secondi dopo l’apparecchio veniva disattivato. Fu solo dopo che Dondragmer alzò la testa per dare un’occhiata in giro.

Borndender e il suo assistente avevano girato nuovamente attorno alla Kwembly raggiungendo il punto dove avrebbe dovuto trovarsi la curvatura superiore della “forcina”. Dondragmer pensò che forse era lì che la barra si era nuovamente fusa.

Dall’altra parte, sotto lo scafo, si era formata una profonda caverna buia impossibile da illuminare con i riflettori della Kwembly. Il capitano non provò alcun desiderio di entrarvi: con tutta probabilità vi avrebbe trovato i corpi dei due timonieri. La sua esitazione venne notata da sopra.

— Perché rimane lì immobile vicino al generatore? — borbottò McDevitt. — Cosa sta aspettando? Forse i rischi che già corrono non sono abbastanza?

— Dondragmer sa quello che fa. Conosce la situazione meglio di noi — ribatté Benj con un tono di voce tale da far girare bruscamente lo scienziato.

— Non capisco. Che succede? — domandò McDevitt.

— Beetchermarlf e l’altro mesclinita si trovano ancora là sotto, ecco cosa succede. Non avevano via di scampo: come potevano sfuggire all’acqua bollente? Scommetto che solo ora il capitano se ne è ricordato perché altrimenti non avrebbe dato il permesso di procedere dopo il primo tentativo, come non l’avrei dato io. Riesce a pensare a come sono ridotti ormai quei due poveretti?

McDevitt pensò rapidamente. Difficile convincere o anche solo confortare il ragazzo a quel punto con la sola forza della ragione, che d’altro canto gli suggeriva formalmente che Benj aveva ragione. In ogni caso decise di provare.

— Mi sembra una brutta situazione, ma la speranza è l’ultima a morire. Non mi sembra che la resistenza abbia fuso il ghiaccio tutt’intorno alla Kwembly, ma potrebbe averlo fatto; e anche se fosse così rimarrebbero delle speranze. L’acqua calda può aver formato delle aperture o delle rientranze nel ghiaccio e forse i due timonieri sono riusciti a riparare sul lato opposto della Kwembly invisibile alla telecamera. Tra l’altro, potrebbero benissimo trovarsi altrove.

— Il ghiaccio avrebbe potuto salvarli? Pensavo avesse detto che il liquido era gelato per via della perdita di ammoniaca, non per la temperatura dell’aria. L’acqua gela a zero gradi centigradi, cioè una temperatura da colpo di calore per un mesclinita.

— In effetti così si ritiene — ammise il meteorologo — ma personalmente non ne sarei troppo sicuro. Non esistono abbastanza studi sulle loro reazioni. Certo, i due mescliniti là sotto possono essere morti entrambi, ma sappiamo così poco di quanto è successo che sarebbe sciocco perdere ogni speranza. Limitiamoci ad aspettare: tanto a questa distanza non potremmo fare altro comunque. Anche Dondragmer sta aspettando, ma possiamo star certi che scenderà a controllare il più presto possibile.

Benj cercò di controllarsi e fece del suo meglio per pensare in termini positivi, ma gli occhi che avrebbero dovuto seguire le mosse di Stakendee non riuscivano a staccarsi dall’immagine del capitano.

Molte volte ancora Dondragmer si allungò sul ghiaccio per ritrarsi subito dopo, con estrema irritazione del ragazzo. Finalmente sembrò convinto della resistenza del ghiaccio e la sua figura avanzò centimetro dopo centimetro sulla nuova superficie gelata. Una volta allontanatosi completamente dal generatore, il mesclinita attese qualche istante come se temesse qualcosa. Il ghiaccio tenne, e Dondragmer riprese ad avvicinarsi alla Kwembly. Gli umani seguivano la scena passo dopo passo; Benj serrava i pugni per la tensione, ma anche McDevitt dava mostra di un insolito nervosismo.

Non riuscirono a sentire nulla, neppure il richiamo lanciato da Dondragmer che attraversò la struttura della nave e venne raccolto dal microfono della telecamera. Non riuscirono neppure a capire il motivo per cui il capitano mesclinita si girò improvvisamente proprio quando stava per entrare nella buia caverna. Poterono solo vederlo correre sulla superficie gelata gesticolando affannosamente verso i due marinai che seguivano la scena dal cornicione di ghiaccio rimasto attorno alla Kwembly, apparentemente indifferente alla sorte toccata ai suoi due timonieri.