— So che lo avrebbe fatto e sono felice che abbia dimostrato tanto tatto da evitare di tirar fuori per prima l’argomento. Spero solo che Barlennan non decida di agire per conto suo, perché tutte le volte che ho avuto a che fare con voi due coalizzati ne sono uscito davvero male — commentò Aucoin. Easy lo squadrò da capo a piedi e fece scivolare lo sguardo sul microfono con aria dubbiosa. Ma suo marito decise che a quel punto s’imponeva una distrazione e ruppe il cupo silenzio che stava calando con una domanda.
— Alan, che ne pensa della teoria di Barlennan?
Aucoin fremette. Conosceva perfettamente il motivo dell’interruzione, ma la domanda era impossibile da ignorare. Easy invece trovò l’intervento di Ib molto appropriato.
— L’idea mi sembra affascinante — rispose lentamente Aucoin — ma non posso dire di considerarla molto probabile. Dhrawn è un pianeta enorme, sempreché di un pianeta si tratti, e mi sembrerebbe strano… be’, non so dire se mi sembra più strano che ci imbattiamo in questa possibilità solo adesso oppure che è capitato solo a uno dei ricognitori. Sicuramente non si tratta di una cultura che utilizza energia elettromagnetica altrimenti li avremmo già scoperti quando abbiamo inviato le sonde tempo fa. Una cultura di livello inferiore… come potevano penetrare nella Esket e abbattere gli elicotteri?
— Non conoscendo le loro capacità fisiche e mentali, lasciando perdere il livello culturale, non saprei proprio dire. Anche i mescliniti non usano energia elettromagnetica: come abbiamo fatto a scoprirli? — replicò Ib.
— Paragone infelice — commentò Aucoin. — Lo so che confermerebbe quanto discusso prima, ma mi sembra comunque un’ipotesi troppo fantasiosa. Esistono infiniti problemi in grado di bloccare un ricognitore senza tirare in ballo un attacco da parte di creature intelligenti. Lo sapete bene quanto me: anche voi avete contribuito a stenderne un elenco, rifiutandovi però di includervi il rischio di attacchi da popolazioni autoctone. Si tratta di speculazioni pure e semplici. La teoria di Barlennan getta una luce nuova sul problema e nulla più.
— Non è ancora convinto che il mesclinita che ho riconosciuto come Kabremm fosse proprio lui, vero Alan? — disse Easy.
— No, non ne sono convinto. E neppure credo possibile che su Dhrawn viva una specie intelligente. E non paragonatemi più a coloro che rifiutarono di credere che le selci di DePerthe erano manufatti umani. Il fatto è che certe cose sono intrinsecamente improbabili.
Ib ridacchiò. — La capacità umana di giudicare le probabilità, che definirei il suo istinto statistico, è sempre stata alquanto traballante — commentò — naturalmente evitando i classici esempi di vista telescopica alla Superman. Al momento, mi sembra che le possibilità non siano poi così scarse. Lei sa bene quanto me che nel ridotto volume di spazio compreso in un raggio di quattro parsec da Sol, che comprende solo settantaquattro stelle con circa duecento pianeti privi di sole, abbiamo le prove della diffusione capillare della vita nell’universo: venti razze che hanno raggiunto il nostro livello di sviluppo, ben oltre l’età delle Crisi Energetiche, otto che non hanno ancora raggiunto lo stadio di produzione di energia, tra cui Tenebra e Mesklin, otto che l’hanno raggiunto ma si sono autodistrutte senza speranza, tre che si sono autodistrutte ma hanno speranze di sopravvivenza, e qualcuna allo stadio totalmente primitivo. E ognuna, ricordi, si trova entro centomila anni da quel punto chiave della svolta evolutiva. Qui c’è più che coincidenza, Alan.
— Forse Paneshk, la Terra e i pianeti più antichi hanno visto il sorgere di altre culture prima della attuali; forse è un ciclo che si ripete ogni determinato numero di eoni.
— Personalmente dubito molto di questa teoria, a meno che le civiltà dominanti su questi pianeti milioni di anni fa non siano state tanto intelligenti da poter fare a meno di sfruttare selvaggiamente le risorse naturali del sottosuolo come siamo obbligati a fare noi. Lei crede che la presenza di un’antichissima civiltà umana sulla Terra non risulterebbe evidente a livello geologico e dai reperti che amiamo lasciarci dietro, tipo le piramidi o le lattine di birra del ventesimo secolo? Non ci crederò mai, Alan.
— Forse lei ha ragione, ma non sono mistico al punto da credere che un essere intelligente stia conducendo le razze che vivono in questo settore della galassia verso un unico, grande scopo.
— Può appellarsi all’ipotesi dello Spirito o alla teoria dell’Esfa, ma il risultato non cambia: parlare di coincidenze è impossibile e quindi lei non può usare la legge della probabilità per dare del visionario a Barlennan. Certo non bisogna dare per scontato che abbia ragione, ma non può rifiutare di prendere in considerazione la sua ipotesi. Io lo sto facendo.
A Dondragmer sarebbe piaciuto seguire quella discussione, proprio come avrebbe trovato interessante seguire la riunione di qualche ora prima. In ogni caso, i suoi impegni lo avrebbero impedito anche se fisicamente ciò fosse stato possibile. Con il ritorno dell’equipaggio, tranne alcuni specialisti rimasti alla nuova base per lavorare sul sistema di biorigenerazione, vi era molto da sovrintendere e da lavorare anche per lui. Venti marinai vennero assegnati come rinforzo a coloro che cercavano di liberare dal ghiaccio il portello principale; altrettanti vennero inviati a lavorare sotto lo scafo per liberare i generatori bloccati nel ghiaccio. Il capitano mantenne la promessa fatta a Benj e ordinò ai suoi di esaminare molto accuratamente le pareti in cerca di qualche traccia dei due timonieri dispersi. In ogni caso, l’importanza di cercare nelle pareti venne troppo enfatizzata e quindi i marinai non si avvidero dello squarcio nella sezione pneumatica sopra di loro. Dopo un po’ il gruppo emerse dalla cavità trasportando i due generatori che i prigionieri avevano usato per generare calore e altri due liberati dall’azione della resistenza. Rimanevano ancora sei generatori, se Dondragmer ricordava bene la loro disposizione e se la matematica non era diventata un’opinione; questi però erano irraggiungibili anche se i marinai poterono ragionevolmente indicare presso quali serie di ruote erano installati.
Contemporaneamente il resto dell’equipaggio penetrava nella Kwembly dai portelli disponibili: quello più piccolo che dava sul ponte, la paratia mobile che chiudeva l’hangar degli elicotteri e le due coppie di portelli d’emergenza, tanto stretti da consentire il passaggio a un solo mesclinita alla volta, che si trovavano a poppa e a prua. Una volta dentro i marinai cominciarono senza indugio a svolgere i compiti loro assegnati. Durante la loro assenza Dondragmer aveva anche ragionato sulle procedure di evacuazione oltre che discutere con gli umani della stazione spaziale. Alcuni presero a raccogliere le scorte alimentari in un unico luogo preparandole per il trasporto. Sarebbero tornate utilissime in attesa della piena ripresa delle colture. Altri si dedicarono a prelevare dalla stiva il materiale necessario alla sopravvivenza: corde e gomene, lampade, generatori e altro.
Molti erano impegnati nella preparazione dei mezzi per trasportare agevolmente il materiale. Dato che la Kwembly funzionava sui generatori a fusione, a bordo si registrava una drammatica carenza di ruote. Molti pensarono di ricorrere alle sottili pulegge che consentivano la guida del veicolo ma in effetti queste si dimostrarono troppo piccole per tornare utili come ruote di un carrello. Inoltre, non appena gli giunse la richiesta Dondragmer proibì tassativamente di smantellare lo scafo. A bordo non vi erano muletti meccanici, carrelli automatizzati o anche solo i buffi carretti spinti a mano che i mescliniti usavano sul loro pianeta per il trasporto delle merci. Per fortuna nulla a bordo pesava tanto da non poter essere sollevato e trasportato fino al luogo prescelto per la base provvisoria. Pertanto, con chilometri di strada da fare e la necessità di trasportare quanto più carico possibile in una volta sola, Dondragmer decise di improvvisare. Un gruppo di marinai venne assegnato alla costruzione di barelle e “travois”, mentre il corridoio che conduceva al portello principale si riempiva sempre più di materiale accatastato.