— Lei non è l’unico a rammaricarsi per questo — concordò Easy. La faccenda era saltata fuori poco dopo la scomparsa di Reffel. — Non conosco a sufficienza il funzionamento delle telecamere da sapere perché la potenza del segnale dipende in senso stretto dalla chiarezza dell’immagine; ho sempre pensato a un’onda portante come a una costante nello spazio, ma si direbbe che sbagliavo. Quindi, o la telecamera di Reffel si trova in un ambiente completamente buio oppure è andata distrutta. Ma vedo che avete quasi terminato di sistemare le vasche di biorigenerazione.
L’ultima frase non rappresentava per Easy un tentativo di chiudere l’argomento: era la prima volta che riusciva a osservare da vicino l’installazione del sistema e provava una genuina curiosità a riguardo. Consisteva di parecchie vasche quadrate e trasparenti, forse un centinaio, che coprivano una superficie pari a circa cento metri quadrati. Un terzo del volume della vasca era riempito di liquido, in costante movimento per le colonne di bolle generate dall’emissione di idrogeno quasi puro che costituiva l’atmosfera di Mesklin. Un generatore forniva l’energia necessaria al funzionamento delle lampade speciali che davano luce alle colture, mentre le pompe per il ricircolo del gas venivano azionate a mano. Il manto vegetale che ossidava gli idrocarburi saturi prodotti dal ciclo respiratorio dei mescliniti emettendo in cambio idrogeno puro era composto soprattutto di organismi unicellulari assomigliante per quanto si trattasse di un paragone improprio, ad alcune specie di alghe terrestri. Il criterio della scelta si basava sulla loro commestibilità anche se il gusto lasciava molto a desiderare, o almeno così sapeva Easy. Ma qualcosa era rimasto sul ricognitore: le grosse vasche idroponiche che contenevano i cespugli fruttiferi, troppo voluminose per venir trasportate sui lati della valle.
Easy non sapeva come avvenisse la rimozione e l’inserimento di oggetti nelle serre, ma poté assistere alla saturazione delle cariche necessarie per respirare nelle tute spaziali. Di nuovo, la forza manuale giocava una parte importante per pompare l’idrogeno in grossi recipienti contenenti un certo numero di blocchi di un materiale poroso. Anche questo non era di fattura mesclinita: si trattava di materiale assorbente, con una struttura molecolare vagamente simile a quella della zeolite e in grado di assorbire l’idrogeno nei suoi canali strutturali e rilasciarlo mantenendo una pressione parziale equilibrata anche in una vasta gamma di temperature.
Dondragmer rispose all’osservazione di Easy: — Già, ma abbiamo cibo e aria a malapena. Il vero problema è cosa fare adesso. Abbiamo salvato molto poco dell’equipaggiamento necessario per gli studi, e quindi non possiamo continuare il nostro lavoro. Potremmo tornare alla colonia a piedi, ma questo significherebbe dover mettere in piedi un campo a poche centinaia di cavi da qui, trasferirvi tutto l’equipaggiamento, aspettare che le vasche ricomincino a produrre idrogeno, saturare le cariche e ripartire per ricominciare da capo alcune centinaia di cavi dopo. Dato che distiamo dalla colonia più di trentamila… pardon, più di quindicimila dei vostri chilometri ci impiegheremo anni per arrivare fin là. E questa non è una metafora, né sto parlando dei vostri anni. Se vogliamo continuare a far parte del progetto dobbiamo riportare qui la Kwembly.
Easy poté solo dichiararsi d’accordo, anche se pensava a un’alternativa che il capitano non aveva menzionato. Naturalmente Aucoin non sarebbe mai stato d’accordo; ma forse, viste le circostanze, il suo umore poteva diventare più malleabile. Dopotutto l’equipaggio di un ricognitore, preparato ed esperto com’era, rappresentava un investimento cospicuo; forse era questa la linea migliore da seguire.
Passarono altri lunghi minuti prima che Benj tornasse con la sua informazione, e casualmente con un certo seguito di scienziati molto interessati agli ultimi avvenimenti.
— Capitano — disse. — La Kwembly si sta ancora muovendo ma non molto velocemente: qualcosa come venti cavi l’ora. L’abbiamo localizzata sei minuti fa a quattrocentonovantasette chilometri, cioè a più di duecentotrentatremila cavi di distanza da voi. La cifra potrebbe variare se la differenza di altitudine è cospicua, non siamo riusciti a stabilire la lunghezza complessiva del fiume, nonostante le venti e più letture satellitari prese da quando vi siete incagliati la prima volta, però abbiamo tracciato una mappa approssimativa.
— Grazie — rispose dopo un po’ Dondragmer. — Siete riusciti a stabilire un contatto con i due che si trovano a bordo?
— Non ancora, ma sappiamo che sono riusciti a entrare. Sicuramente troveranno l’apparato trasmittente sul ponte molto presto, anche se immagino che cercheranno prima in altri posti. Tra l’altro l’aria nelle loro tute spaziali deve essere quasi terminata.
Questo corrispondeva perfettamente alla realtà. I due timonieri non impiegarono più di pochi minuti ad accertarsi che la Kwembly era deserta e che la maggior parte delle colture idroponiche mancava. Questo li obbligò a pensare a un modo per assicurarsi che l’atmosfera a bordo non recasse traccia di contaminazione da ossigeno. Nessuno dei due possedeva sufficienti nozioni di chimica di base, o delle procedure seguite da Borndender, da sviluppare un test. I due stavano valutando l’opportunità alquanto drastica di aprirlo togliendosi l’elmetto quando Beetchermarlf pensò che una telecamera doveva senz’altro trovarsi a bordo, lasciata di proposito per scopi scientifici. Forse gli umani potevano aiutarli. Ma in laboratorio non videro nulla; l’unico altro posto dove poteva logicamente trovarsi era il ponte. La voce di Beetchermarlf si levò verso la stazione spaziale non più tardi di dieci minuti dopo il loro ritorno a bordo.
Benj rimandò i convenevoli quando sentì la richiesta di Beetchermarlf e avvisò immediatamente Dondragmer. Il capitano chiamò i suoi scienziati e spiegò loro la situazione, e per la mezz’ora successiva il canale radio rimase sempre occupato. Borndender spiegava una cosa e Beetchermarlf la ripeteva, poi scendeva in laboratorio per controllare il materiale e l’equipaggiamento tornando infine sul ponte per chiedere qualche chiarimento.
Finalmente tutte e due le parti ritennero che le spiegazioni fossero sufficienti. Dalla sua posizione in cima alla piramide Benj ne era certo. Conosceva abbastanza chimica di base da escludere un’esplosione in caso Beetchermarlf avesse pasticciato un po’. La sua sola preoccupazione era che i due timonieri potessero effettuare il test in modo errato, mancando così di notare percentuali di ossigeno per loro pericolose. In tal caso rischiavano solo di avvelenarsi o la miscela di ossigeno e idrogeno presentava altri rischi? Non lo sapeva, ma ricordava che le miscele di ossigeno e idrogeno erano variabili quanto quelle di acqua e ammoniaca.
Benj attese con una certa tensione che Beetchermarlf ritornasse sul ponte per riferire i risultati delle analisi. Il catalizzatore che eliminava l’ossigeno accelerandone la reazione con l’ammoniaca era ancora attivo e la concentrazione di vapori d’ammoniaca nell’aria era sufficiente a fornirgli qualcosa su cui lavorare. I due timonieri si erano già sfilati la tuta spaziale senza sentire il minimo odore di ossigeno, anche se come per gli umani l’acqua, l’odorato non rappresentava sempre una prova affidabile.