— Tutto sta andando per il meglio — affermò Barlennan. — Abbiamo rimosso i prendimmagini dalla Kwembly con delle scuse veramente convincenti e così adesso possiamo lavorarci indisturbati. Abbiamo inoltre guadagnato il volatore di Reffel, che gli umani credono disperso e che ci tornerà molto comodo. Jemblakee e Deeslenver pensano che basterà un altro giorno di lavoro per rimettere in sesto la Kwembly.
Il comandante mesclinita alzò lo sguardo verso l’alto, verso il pallido sole di Dhrawn. — I chimici umani sono stati molto bravi con quel fango in cui la Kwembly era sprofondata. Mi ha divertito molto vedere quell’umano che parlava con Deeslenver continuare a ripetere tutti i suoi dubbi mentre spiegava cosa era accaduto. Peccato non potergli dire quanto avesse colpito nel segno con le sue analisi.
— Dubitare di se stessi sembra il passatempo preferito di tutti gli umani, se posso permettermi un’osservazione del genere… — ironizzò Guzmeen. — Quando è arrivata la notizia?
— Il Deedee è arrivato un’ora fa ed è già ripartito. Quel dirigibile ha troppo lavoro. Andava già male quando abbiamo perso la Elsh, ma adesso con Kabremm e il suo Gwelf stiamo arrivando al limite. Spero di ritrovarli. Forse il Kalliff tornerà utile anche per questo: deve comunque cercare la strada per raggiungere Dondragmer e uno degli esploratori di Kenaken potrebbe benissimo imbattersi nell’equipaggio. Non è passata più di mezza giornata, quindi esistono ancora delle speranze.
— E ciononostante secondo lei va tutto per il meglio — affermò Guzmeen.
— Ma certo. Non ricordate che lo scopo di tutto l’intrigo della Esket era persuadere gli umani a farci usare la navetta spaziale? La ricerca di una totale autonomia è venuta dopo, anche se ammetto che era una buona idea. Ci aspettavamo di dover lavorare per anni alla finzione di una civiltà locale ostile prima di persuadere Aucoin a lasciarci volare, quindi siamo avanti con il nostro programma. Non solo: non abbiamo subito molte perdite per la strada. La seconda colonia è andata distrutta, ma la ricostruiremo; purtroppo le vere perdite sono due: la Elsh e l’equipaggio e forse Kabremm con il suo.
— Ma non possiamo permetterci il lusso di perdere nessuno, tantomeno Kabremm e Karfregin con i rispettivi dirigibili ed equipaggi. Non siamo in molti qui e se anche Dondragmer con l’equipaggio non dovessero riuscire a farcela fino all’arrivo dei soccorsi le perdite diverrebbero gravissime: perlomeno sui dirigibili non vi erano scienziati e ingegneri.
— Dondragmer non corre pericolo. Beetchermarlf può sempre atterrare e raccoglierli sull’astronave umana… voglio dire, la nostra astronave.
— Se qualcosa va male con quell’operazione perderemmo però i nostri unici piloti.
— Questo mi fa venire in mente — disse Barlennan pensieroso — che bisogna riguadagnare il tempo perduto. Non appena la Kwembly è pronta voglio che cominci a cercare un posto adatto a insediarvi la nuova seconda colonia. Gli scienziati di Dondragmer non dovrebbero avere problemi a trovare una nuova miniera: Dhrawn sembra ricchissima di vene metalliche. Forse possono cercare più vicino a noi, in modo che le comunicazioni risultino più facili.
— Dobbiamo costruire altri dirigibili. L’unico che ci è rimasto non basta per la metà del lavoro che c’è da fare. Secondo me dobbiamo costruirli anche più grandi.
— Ho studiato un po’ il problema — disse un tecnico che prendeva parte alla riunione — e mi chiedo se non sia possibile domandare con molto tatto qualche informazione agli umani. Noi non abbiamo mai discusso questo argomento con loro: solo lei, comandante, ha costruito anni fa un pallone col loro aiuto e vi ha applicato un motore a loro completa insaputa. Però non sappiamo neppure se gli umani li hanno mai usati e forse la perdita dei due equipaggi non va attribuita solo alla sfortuna: forse c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’idea.
Il comandante rispose con un gesto di impazienza.
— Queste sono paure insensate. Per mancanza di tempo non ho potuto imparare tutto ciò che gli alieni volevano insegnarmi, ma una cosa l’ho capita: le regole essenziali delle cose sono semplici. Una volta che gli umani iniziarono a scoprire queste regole essenziali passarono dal veliero all’astronave nel giro di duecento anni. I palloni aerostatici sono invenzioni molto semplici, tanto che riesco a capirli persino io. Dotarli di motore non cambia molto le cose: valgono le stesse regole.
Il tecnico osservò pensieroso il comandante e la sua mente divagò per un attimo tra microchip, circuiti televisivi e fasci di elettroni. — Immagino — disse poi — che una tenda soffiata via dal vento o un galeone spinto fuori rotta da una bufera costituiscano altrettanti esempi di queste regole.
Barlennan non voleva dare subito una risposta affermativa, ma non poté fare altro.
Stava ancora cercando di allontanare i dubbi instillati nella sua mente dall’osservazione del tecnico, ottenendo però solo il risultato di alimentare ancor di più tutte le sue paure, quando un messaggero gli portò notizia di una chiamata degli umani. Erano trascorse circa venti ore dall’ultimo contatto con loro. Non appena entrò in sala radio, Guzmeen parlò brevemente in un microfono e un minuto più tardi il volto di un uomo che nessuno dei due conosceva comparve sullo schermo.
— Sono Ib Hoffmann, il marito di Easy e il padre di Benj — disse lo sconosciuto senza preamboli. — Sto parlando solo con voi due, Barlennan e Dondragmer; tutto il personale è adesso impegnato con la nuova emergenza. Voglio rivolgermi a voi nella vostra lingua, facendo del mio meglio per sbagliare il meno possibile. In ogni caso mia moglie si trova qui di fianco a me; conosce benissimo quello che voglio dirvi e pertanto mi correggerà in caso si renda necessario. Vi ho chiamati in questo modo perché credo sia arrivato il momento di chiarire alcuni malintesi, ma non ho intenzione di parlarne con nessun altro che con voi due. Capirete il perché man mano che il discorso andrà avanti. Mi viene un po’ difficile perché odio dover definire qualcuno un bugiardo in qualsiasi lingua.
“Innanzitutto, Barlennan, volevo farle le mie congratulazioni. Sono praticamente sicuro che consentendo a un mesclinita di pilotare la navetta abbiamo esaudito uno dei suoi più profondi desideri; scommetterei tra l’altro che questo è avvenuto molto prima di quanto i suoi piani più ottimistici lasciassero sperare. Oh, non posso dire che mi dispiaccia, anzi: speravo che succedesse. Immagino che si sia posto l’obbiettivo di costruire un’astronave interstellare per conto suo e la capisco benissimo. Per me va bene: se vuole l’aiuterò.
“Mi sembra però che lei si sia convinto che gli umani farebbero di tutto per impedirglielo e in effetti debbo ammettere che molti ci proverebbero, anche se le dirò che ormai l’unico in grado di ostacolarla veramente si trova sotto il nostro controllo. Le posso assicurare la mia sincerità per quanto riguarda questa faccenda, ma immagino che non mi crederà: lei conosce troppo la doppiezza per fidarsi ancora degli altri. Peccato. Quanto lei creda sincero quello che sto dicendo non è affar mio: io debbo comunque dirlo.
“Non posso sapere fino a che punto la situazione è stata distorta, ma posso provare a indovinare. Sono praticamente certo che quella della Esket non sia altro che una messinscena; per quanto riguarda la Kwembly provo un’istintiva fiducia per Dondragmer, ma esiste la possibilità che anche là i guai siano fasulli. Credo anche che lei conosca Dhrawn molto più a fondo di quanto ci ha fatto credere. Non le dirò che non mi importa, perché non è vero: siamo qui per imparare e tutto quello che lei ci nasconde è una perdita per il progetto. Non posso minacciarla di qualche penale per inadempienza del contratto perché non posso provare che le inadempienze esistano e quindi non mi trovo in posizione da minacciare alcunché. E in ogni caso non nutro alcun desiderio di minacciare ritorsioni. Quello che voglio è persuaderla a lavorare alla luce del sole. Credo che sia molto meglio per tutti non celare segreti imbarazzanti. Forse siamo giunti al punto in cui continuare così può costar caro a noi ma può costare tutto a voi. Per farvi capire meglio questo rischio ho intenzione di raccontarvi una breve storia.